Dopo Bowie c’è solo Bowie | Rolling Stone Italia
Il lascito pop

Dopo Bowie c’è solo Bowie

L’eredità senza eredi di un artista che ha creato un catalogo di dischi e di suggestioni troppo forti per un’epoca di pensiero pop debole e di compiacenza. Qualcosa però è rimasto, un patrimonio diffuso

Dopo Bowie c’è solo Bowie

David Bowie

Foto: Lester Cohen/Getty Images

David Bowie is forever now” diceva la scritta che accompagnava i visitatori all’uscita della mostra David Bowie Is. L’artista – per una volta il sostantivo non è usato impropriamente come sinonimo di cantante – ha lasciato dietro di sé un catalogo fenomenale di dischi e di idee forti, forse troppo perché qualcuno se ne faccia carico in un’epoca di pensiero pop debole e di compiacenza. E quindi può anche darsi che le sue opere migliori siano destinate a rimanere “forever”, come sarebbe giusto, ma a dieci anni dalla morte non s’intravede una linea di successione chiara tra i cantanti pop e rock contemporanei. Dopo Bowie c’è solo Bowie.

Forse chiediamo troppo: chi mai potrebbe essere all’altezza di quell’eredità? Lui ci ha abituati troppo bene ed era figlio di un altro tempo, di un’altra tempra, di un’altra musica. Ha mescolato in modo eccitante e caotico rock, performance, poesia, teatro, arte, moda per cercare una verità e un sé che si sono rivelati ogni volta provvisori, ha praticato un’idea di pop promiscua e progressista, ha alimentato il nostro bisogno di miti. E di miti oggi non ce ne sono più, ci sono rimaste le celebrità e le loro storie instagrammabili. E poi ci sono i dischi, un catalogo fatto di alti e bassi, a volte poco mitico e molto umano, ma comunque pieno di classici. Chi potrà mai scrivere e registrare altri Hunky Dory, The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, Aladdin Sane, Heroes, Scary Monsters, Blackstar? Chi potrà mai farlo con l’aria che tira, con la corsa al ribasso che c’è, in questa epoca di ricicli virtuosi? Chi fa pop largo dando l’impressione di voler afferrare almeno un pezzo dello spirito del tempo, anzi anticipandolo e mettendoci fascino, pensiero, curiosità intellettuale, figaggine e una certa inquietudine esistenziale?

Non mi riferisco quindi allo stile musicale, a chi ha preso qualcosa dal periodo glam o a chi cita i dischi berlinesi. In misure diverse, quelli ci sono stati, eccome, ci sono ancora e forse ci saranno sempre. Parlo del senso ultimo della sua presenza nella cultura pop. Scrive Paul Morley in un libro uscito ieri in Italia intitolato David Bowie. Oltre lo spazio e il tempo che il mondo è diventato ancora più caotico dopo quel 10 gennaio 2016. Se ci pensate, potrebbe essere vero, anche se non credete alle storie da sciroccati sul cambiamento delle forze cosmiche causate dal suo trapasso. «Non era forse David Bowie» scrive Morley «a metterci in guardia su questa catastrofe imminente, mandando in scena i suoi personaggi – i reietti feriti, gli spaesati, i ribelli, i freak, i viaggiatori nel tempo, gli individui turbati, gli amanti tormentati, gli esibizionisti sfrenati – e, naturalmente, sé stesso, impegnato nella ricerca di un senso in un mondo fatto di dolore, violenza e, in fondo, di motivazioni profondamente umane?».

In tutti questi anni non sono mancati i tributi, specie nei primi tempi dopo la morte. L’elenco è lungo e pieno di bei nomi, ma consultarlo è inutile per cercare di capire dov’è finita la sua eredità. È facile pure trovare belle cover di sue canzoni, anche se buona parte di quelle importanti sono a occhio e croce uscite prima del 2016, e sono tante le dichiarazioni riverenti sul suo conto, del resto solo un pazzo (oppure Stewart Copeland, che se lo può permettere) direbbe il contrario. È ovvio che Bowie è un gigante e ha esercitato un’influenza diffusa. Più difficile se non impossibile è indicare qualcuno che sia anche solo vagamente alla sua altezza, che abbia segnato il pop o il rock dopo il 2016 e che non abbia superato da tempo il suo periodo migliore. Bowie è ovunque e in nessun posto.

E quindi la sua eredità non va cercata nelle singole esperienze, ma in un lascito diffuso. Quando si va a caccia di eredi si pensa ad esempio a Lady Gaga non per la musica, ma per il trasformismo, la galleria di personaggi che entrambi hanno creato, l’anticonformismo, l’idea di riscatto dei freak, l’influenza che l’inglese ha esercitato sull’americana e che entrambi hanno avuto sulle rispettive culture popolari. Ecco allora uno dei tratti principali che di Bowie è rimasto nel pop: pensare la propria vita artistica come una continua rappresentazione di personaggi, pianificare svolte in cui vanno di pari passo musica, visioni, idee. Oggi lo fanno in tanti, ai tempi di Bowie il concetto di evoluzione nella musica popolare somigliava più a un percorso a tappe che a un insieme di piccoli shock culturali preparati minuziosamente tramite un processo di ibridazione di stili.

Alcune trasformazioni che oggi vediamo nel pop e nel rock hanno l’aria d’essere manovre di marketing oppure svolte che non mirano a sfidare il gusto dominante, ma a compiacere quello di una tribù o di un esercito digitale. In Bowie la maschera non era solo una forma d’arte, un modo per misurarsi con le proprie paure e guardarsi dentro. Era anche misura del cambiamento della società, invito a non essere come tutti, trasformarsi per fare un passo avanti. Cercare di essere contemporaneo dei propri discendenti. Viene in mente l’androginia che Bowie ha incarnato prima che fosse accettata in un mondo molto maschile come quello del rock anni ’70. Nel suo repertorio e nella sua iconografia il corpo era in continuo mutamento e l’identità, nata assorbendo e rielaborando stimoli presi da varie fonti, era decisamente instabile, fino a sembrare aliena. Forse una piccola parte della sua eredità nella nostra cultura pop va cercata nei musicisti che hanno seguito quella strada o addirittura in chi spinge la rappresentazione del proprio corpo verso limiti del post umano.

Se è vero che Bowie intendeva la vita come spettacolo, non è parso particolarmente interessato a far spettacolo della sua vita privata, che mi pare il contrario di come funziona oggi il pop. Non sto dicendo che la sua esistenza non entrasse nelle canzoni o nel gossip, tutt’altro, molte cose che faceva erano estensioni della sua persona, ma ha dato l’idea che presentarsi come artista autentico non sia una virtù da seguire a tutti i costi, ma una performance come un’altra: uno si veste da alieno, l’altro da sé stesso, entrambi portano un personaggio sul palcoscenico. Nel pop odierno si chiede all’artista di cambiare per fornire nuovi racconti mediatici e gli si chiede di dare un’illusione di trasparenza per creare una connessione parasociale. Anche quando indossano una maschera le popstar vogliono farci credere che in fondo non sono diverse da noi, che hanno i nostri stessi problemi. Ci ripetono fino alla nausea che mostrano in pubblico le proprie fragilità perché sperano che qualcuno ci si riconosca e si senta meglio. A parte qualche mitomane, nessuno al mondo ha mai pensato d’essere neanche lontanamente simile a Bowie, ma a quell’epoca si cercavano miti e non amici immaginari.

Forse Bowie ci ha insegnato che la perfetta corrispondenza tra persona e personaggio è sopravvalutata. Ecco perché quando si parla di gente che ha preso qualcosa da lui viene in mente St. Vincent, artista raffinatissima che ha imparato la lezione dell’inglese: mai guardarsi indietro, mai ripetersi. Ma anche: fare spettacolo senza mai scoprirsi troppo, senza un eccesso di autobiografismo che può depotenziare l’immaginazione. Sì, alla fine della sua vita Bowie ha inciso un album e un’opera di teatro musicale che giravano attorno al tema della morte. C’era lui dietro al personaggio di Thomas Jerome Newton? Ma certo. Era un modo per dire «pensatemi»? Forse era un modo per dire «pensate».

«Vogliamo far capire che Bowie era un creativo multitasking prima ancora che il termine esistesse, quando si era spinti a restare entro i confini di un solo genere», ha detto Madeleine Haddon. È la curatrice dell’esposizione permanente del David Bowie Centre, oltre 90 mila pezzi raccolti alla V&A East Storehouse di Londra a cui appassionati e studiosi possono avere accesso su appuntamento, il catalogo caotico di un’esistenza caotica. Quella evidenziata da Haddon è un’altra parte importante dell’eredità condivisa dell’artista. «Oggi i giovani vogliono essere creativi e amano spaziare in molti campi in cui possono sperimentare senza doversi rinchiudere in un recinto». In quanto musicista e autore e attore e scrittore e performer e icona e quant’altro Bowie ha proposto un tipo di creatività più orizzontale che verticale. Facendolo ha contribuito ad aprire la strada ai talenti multidisciplinari che oggi sono considerati la normalità.

Certi musicisti ti dicevano che siamo tutti uguali, lui ti diceva che siamo tutti diversi. Oggi ti dicono che sei quel che sei e va bene così, lui diceva che ti puoi reinventare. Costruisci chi vuoi essere, istruzioni per l’uso in 30 comodi album. In un saggio intitolato “Astronauta dello spazio interiore” Geoffrey Marsh, co-curatore di David Bowie Is e consulente per il restauro della casa dove è cresciuto il musicista, nota che allo spirito comunitario e ai richiami all’eguaglianza di tanto rock dell’epoca Bowie opponeva una cultura dell’io tipica del pensiero liberale. Secondo Marsh, Bowie avrebbe persino contributo a formare la fede liberale occidentale del XXI secolo: «Chiunque sarebbe stato libero di essere quello che voleva. L’io prima del dovere, il dovere come scelta. Non inventò l’idea, ma la diffuse a un pubblico immenso». Liberi di diventare quel che vogliono: rocker e popstar lo devono almeno un po’ a David Bowie. Se non è un’eredità preziosa, è comunque un bel regalo.

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