Dolly Parton, un fiore d’acciaio | Rolling Stone Italia
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Dolly Parton, un fiore d’acciaio

Dall’infanzia in povertà ai successi country-pop, storia di una star che era impossibile non amare per la voce, il talento di cantautrice, il senso dell’umorismo, la saggezza popolare, il femminismo. Viva la Backwoods Barbie

Dolly Parton, un fiore d’acciaio

Dolly Parton nel 1978

Foto: Harry Langdon/Getty Images

Ha venduto più di 100 milioni di dischi e ha contribuito a ridefinire la musica country e l’industria dell’intrattenimento. A partire dagli anni ’60, le sue canzoni hanno raccontato con vivida precisione i dettagli della sua infanzia in povertà sui Monti Appalachi. Ha cantato di amore, fede, perdita e rimpianto. Ha influenzato generazioni di autori e interpreti conquistati dal suo spirito indomabile, dal suo senso dell’umorismo brillante e dalla sua saggezza schietta e popolare. Dolly Parton è stata la più grande artista country di tutti i tempi e ha scritto migliaia di canzoni personali eppure universali tra cui 9 to 5, Coat of Many Colors, Jolene, I Will Always Love You, oltre 20 milioni di copie nella versione di Whitney Houston.

Si è sempre considerata anzitutto una cantautrice. «Avendo una boccaccia e una personalità ingombrante, è facile per me intrattenere il pubblico», diceva sei anni fa. «Ma quando si tratta di scrivere… quella è una cosa speciale che appartiene solo a me». Ha contribuito in modo decisivo ad aprire la strada agli artisti che, dopo di lei, hanno cercato di tenere assieme pop e tradizione dentro e fuori dal country, da Garth Brooks a Shania Twain fino a Miley Cyrus. E il suo femminismo da classe lavoratrice, anche se lei non lo ha mai definito in questi termini, ha aperto la strada ad artiste country come le Chicks, Miranda Lambert e Kacey Musgraves.

Ha recitato in molti film, a partire da Dalle 9 alle 5… orario continuato del 1980. Sei anni dopo ha aperto il suo parco a tema Dollywood a Pigeon Forge, Tennessee, creando posti di lavoro nella sua terra d’origine. Nei quattro decenni successivi, ha consolidato la sua immagine di filantropa delle Smoky Mountains offrendo aiuti economici alle vittime degli incendi boschivi nel 2017, finanziando lo sviluppo dei vaccini contro il Covid-19 e, soprattutto, fondando la Imagination Library, che distribuisce libri ai bambini in diversi Paesi. Originaria di Sevierville, Tennessee, affiancava la sua saggezza popolare e i suoi testi sinceri a un’immagine appariscente da Backwoods Barbie che accentuava con parrucche bionde, abiti aderenti e qualche ritocco estetico. Diceva scherzando che «costa tanto sembrare una persona alla mano».

È nata Dolly Rebecca Parton il 19 gennaio 1946, quarta dei 12 figli di Robert Lee e Avie Lee Owens Parton in un monolocale sulle rive del Little Pigeon River. È cresciuta in condizioni di estrema povertà nelle campagne. La casa non aveva acqua corrente, né elettricità, la madre cuciva abiti per la figlia ispirando anni dopo la canzone che ne racconta le origini, Coat of Many Colors. «Mamma cuciva tutte le nostre trapunte, le tende per le finestre, rifaceva i nostri vestiti e ne ricavava altri dai sacchi del mangime», ha raccontato nel 2021. «Coat of Many Colors è più una filosofia che una canzone».

Era una famiglia profondamente legata alla musica, la sua. Cantavano in chiesa e suonavano. Lei non ha mai fatto mistero, fin da bambina, di voler diventare famosa. Lo zio Bill Owens le ha regalato una Martin quando lei aveva 8 anni e l’ha aiutata a ottenere un ingaggio per cantare in una tv locale. La musica, diceva, «era una cosa che facevamo in famiglia e in chiesa. Sono stata la prima a diventare famosa facendola, ma altri erano di più talentuosi di me. Io avevo semplicemente tanta grinta, sogni e progetti».

S’è appassionata fin da giovanissima a quel tipo di narrazione che ha finito per plasmare il suo modo di scrivere canzoni. «Quando ero piccola non andavamo al cinema, quindi m’inventavo io le storie», ha scritto nel suo libro del 2020 Songteller: My Life in Lyrics. «Mi piaceva girare per cimiteri. Leggevo il nome di qualcuno su una lapide o vedevo la tomba di un bambino e mi chiedevo che storia ci fosse dietro».

Porter Wagoner & Dolly Parton - The Last Thing On My Mind (1967)

Ha inciso il suo primo disco, Puppy Love, a soli 14 anni. Il 2 giugno 1964, il giorno dopo essere diventata la prima persona della sua famiglia a diplomarsi alle superiori, è salita su un Greyhound diretto a Nashville. «Sono salita su quel pullman portando con me i miei sogni, la mia vecchia chitarra e le canzoni che avevo scritto, e il resto delle mie cose in tre sacchetti di carta del supermercato».

Nei primi anni a Nashville ha scritto per altri artisti e una delle prime canzoni composte con lo zio, Put It Off Until Tomorrow, è stata incisa da Loretta Lynn e Bill Phillips a metà anni ’60. Nel frattempo, ha cominciato a registrare pezzi originali orientati verso il pop tra cui I Wasted My Tears del 1965. Nel giro di tre anni ha inciso il suo album di debutto per la Monument, uscito nel 1967, ed è apparsa nel programma televisivo nazionale Porter Wagoner Show. Nel 1968 ha pubblicato per la RCA Just Because I’m a Woman e l’anno dopo è entrata ufficialmente a far parte del Grand Ole Opry.

Un primo esempio della scrittura audace e senza compromessi di Parton è Down From Dover del 1969, un pezzo inquietante e controverso su una donna incinta e abbandonata e del suo bambino nato morto. L’ha cantata anche Marianne Faithfull, ma la canzone, con grande delusione di Parton, non ha mai sfondato. «Ero convinta che sarebbe diventata una hit».

Diventata una delle pochissime artiste donne di spicco della scena country, ha iniziato a fare i conti col sessismo dell’industria musicale e dello spettacolo. «In sostanza, ci sono due tipi di uomini con cui devi avere a che fare», ha scritto nell’autobiografia del 1994. «Quelli che vogliono fotterti i soldi e quelli che vogliono fotterti e basta». Il suo rapporto con Wagoner è invece stato positivo e formativo. Lui, veterano del country, le ha dato la grande occasione scritturandola nel suo programma e i due hanno pubblicato 13 album assieme e vinto per tre volte il CMA Award come Vocal Duo of the Year.

Dolly Parton - I Will Always Love You (Live)

Dopo sette anni di collaborazione Parton era pronta ad andare per la sua strada. Ha messo fine al loro sodalizio artistico scrivendo la struggente I Will Always Love You, che nel 1974 è arrivata al primo posto della classifica country. La canzone, ha raccontato Parton, era «una specie di strumento di negoziazione nel periodo in cui le cose tra noi non andavano bene e lui non mi ascoltava… Gliel’ho fatta sentire e lui ha pianto, e questo ha risolto i problemi tra noi e reso più facile per me andarmene». Nel 1982 è tornata al primo posto con una versione di I Will Always Love You inserita nella colonna sonora di The Best Little Whorehouse in Texas (Il più bel casino del Texas). Nel 1995, dopo che era diventata un successo da record nella versione di Houston, l’ha incisa in duetto con Vince Gill.

Più o meno nello stesso periodo in cui Parton ha scritto I Will Always Love You, anzi secondo la leggenda in quello stesso giorno, ha composto una canzone sul flirt innocente del marito con una cassiera di banca. «Lei aveva una grande cotta per mio marito e a lui piaceva andare in banca proprio perché lei gli prestava tante attenzioni. Era diventato una specie di scherzo ricorrente tra noi. Gli dicevo: “Com’è che passi tanto tempo in banca? Non abbiamo tutti quei soldi”».

Quella canzone era ovviamente Jolene, che dopo la pubblicazione nell’autunno del 1973 è diventata il suo secondo singolo numero uno nella classifica country, nonché la sua canzone-simbolo. Tra i singoli solisti arrivati al numero uno ci sono anche Joshua, The Bargain Store e Love Is Like a Butterfly, tema d’apertura della serie televisiva condotta dalla cantante e trasmessa per una stagione a partire dal 1976.

La copertina di Playboy del 1978

Intanto, Parton pensava come conquistare il mercato pop senza alienarsi i fan del country, ma portandoli con sé. Il primo passo è stato Here You Come Again del 1977, title track pop del suo primo album da un milione di copie vendute. «È una canzone talmente bella che avrebbe potuto trasformarla in una hit persino una scimmia. Be’, state guardando una scimmia da un milione di dollari». La svolta pop, diceva, le dava una senso di libertà nuovo. Parlava della «totale espressione di sé, del coraggio di osare, di essere audace, di vedere la musica nel modo in cui la sento fino in fondo… Ho 30 anni. Voglio dire, se lasci passare troppi anni, ti fai sfuggire la tua occasione. È questo il mio momento».

Nel 1978 è apparsa sulla copertina di Playboy con indosso un costume da coniglietta e ha fatto la prima di numerose apparizioni come ospite al fianco di Johnny Carson al Tonight Show, dove accettava e spesso diceva lei stessa battute sul proprio aspetto. Quando Jane Fonda ha cominciato a produrre Dalle 9 alle 5, ha scelto Parton per il ruolo di Doralee Rhodes, segretaria senza peli sulla lingua vittima di molestie sessuali sul posto di lavoro. «Non l’avevo mai incontrata», ha raccontato Fonda a Rolling Stone nel 1980 per una cover story dedicata a Parton, «ma ero una grande appassionata della sua musica. Chiunque sappia scrivere Coat of Many Colors e cantarla come fa lei ha quel che serve per fare qualsiasi cosa. Non incarnava lo stereotipo della bionda stupida. Pensavo che potesse fare praticamente tutto ciò che voleva, perché era molto intelligente».

Per quel ruolo Parton ha ricevuto una candidatura ai Golden Globe e la title track della colonna sonora è stata candidata agli Oscar, oltre ad essere il suo primo numero uno nella classifica pop americana. Il film ha incassato più di 100 milioni di dollari. Due anni dopo Parton ha recitato con Burt Reynolds nel musical Il più bel casino del Texas, poi con Sylvester Stallone in Nick lo scatenato del 1984 e in Fiori d’acciaio del 1989.

Ha continuato a pubblicare musica durante gli anni ’80, quando era ormai una star del cinema. Come è successo a molti artisti country prima e dopo di lei, la decisione di cambiare sound per raggiungere un pubblico pop più ampio le è costata polemiche e contestazioni da parte dei puristi del genere. I singoli Baby, I’m Burnin’ del 1978 influenzato dalla disco e Potential New Boyfriend del 1983, in piena era MTV, sono entrati nella Top 20 delle classifiche dance e ne hanno consolidato l’immagine di cantante in grado di raggiungere un pubblico non solo country.

Era perfettamente consapevole del modo in cui la sua musica veniva accolta, ora che era diventata un fenomeno pop. «Ho scritto circa metà delle canzoni dell’album 9 to 5. Ho scritto tutte le canzoni di quello che verrà dopo», raccontava a Rolling Stone nel 1980. «La gente pensava che mi fossi venduta: “Che schifezza ha fatto Dolly stavolta?”… So quel che dicono».

La copertina di Rolling Stone del 1978

A quel punto Parton aveva da tempo consolidato l’immagine di «quella che una ragazza country pensava fosse il glamour». Diceva di avere «costruito il mio look sulla ragazza di paese considerata una poco di buono. Pensavo fosse la cosa più bella del mondo, con quei capelli decolorati e il rossetto di un rosso acceso. La gente diceva che quella ragazza era spazzatura, io pensavo che volevo diventare così da grande».

Dopo il duetto del 1983 con Kenny Rogers Islands in the Stream che l’ha imposta come interprete di successo anche nel mondo dell’adult contemporary, la sua carriera pop ha iniziato a rallentare, con hit successive di minore portata come Don’t Call It Love e Real Love, altro duetto con Rogers. Ha comunque continuato ad avere successo nel country. Uno sfortunato varietà televisivo della ABC ha coinciso con l’uscita, nel 1987, di Trio, il primo di due acclamati album rootsy fatti con Linda Ronstadt ed Emmylou Harris, che per la cantante hanno rappresentato uno dei momenti più importanti della carriera. «Mai stata più orgogliosa di una cosa», ha detto in seguito. «Quello che abbiamo fatto come trio, davvero, penso che resterà per molto tempo dopo che non ci saremo più».

Dolly Sings The Carter Family Classic "Bury Me Under The Weeping Willow" (1976) Feat Emmylou & Linda

Dopo il progetto del trio sono usciti dischi più orientati verso il country come White Limozeen (1989), Eagle When She Flies (1991) e Slow Dancing With the Moon (1993). Tra un’apparizione sul grande schermo e l’altra, oltre a film e special realizzati per la tv, Parton si è dedicata a un altro progetto a tre, Honky Tonk Angels, questa volta con le icone del country Loretta Lynn e Tammy Wynette.

A quel punto Parton era da tempo una figura riconoscibile in tutto il mondo, il cui fascino trascendeva le origini di artista legata al country delle radici. «Oh, Dolly è enorme in Islanda», diceva Björk nel 2003. «Tutti i miei amici la adorano e per la maggior parte si tratta di persone che mai ascolterebbero country… Non capita spesso di incontrare un personaggio larger than life come lei. A me non piace il rock, ma mi piace Kurt Cobain… Vale lo stesso per Dolly».

Nel nuovo millennio Parton ha registrato un duetto con i Culture Club, ha pubblicato una versione destinata ai club di Peace Train di Cat Stevens/Yusuf Islam, ha realizzato album influenzati dal bluegrass The Grass Is Blue, Little Sparrow e Halos & Horns. Un tributo del 2003, Just Because I’m a Woman: The Songs of Dolly Parton, ha raccolto interpretazioni dei suoi classici affidate a gente come Sinéad O’Connor, Shania Twain, Melissa Etheridge, Alison Krauss. «È stata una grandissima fonte d’ispirazione per me da bambina», diceva O’Connor. «Ha dimostrato alle donne di tutto il mondo quel che si può fare grazie alla potenza della voce femminile. Non dovrebbe essere sottovalutata, anche se alcune persone ridono quando dici che ti piace Dolly Parton. È un cazzo di genio».

All’inizio degli anni 2000 ha attraversato un periodo difficile dal punto di vista commerciale: pubblicava album acclamati dalla critica ma in gran parte ignorati dal pubblico, orientati verso il bluegrass e usciti per etichette di culto come la Sugar Hill. Nei due decenni successivi ha però ribadito la propria fama di forza inarrestabile con tour mondiali, album in studio, progetti cinematografici, partnership commerciali e libri.

La rinascita commerciale è iniziata, almeno in parte, nel 2005, quando è tornata in cima alla classifica country col duetto con Brad Paisley When I Get Where I’m Going, il suo 25esimo numero uno. Quella canzone non era sua, ma nella seconda metà della sua carriera è comunque rimasta profondamente legata alla scrittura, firmando quasi tutti i brani di album come Better Days del 2011 e Pure & Simple del 2016. «L’ispirazione può arrivare in qualsiasi momento», scriveva nel 2020. «Magari vedi una bella storia in tv o senti qualcosa al telegiornale e pensi che qualcuno dovrebbe scriverci una canzone. E quel qualcuno di solito sono io».

Nel decennio successivo la sua produzione discografica si è fatta meno intensa, ma l’album Blue Smoke del 2014 è stato seguito da un tour mondiale che l’ha portata a esibirsi davanti a 100mila persone, forse per lei un record, a Glastonbury. Due anni dopo, nel 2016, Pure & Simple è diventato il suo primo album country ad arrivare al numero uno da 25 anni a quella parte. Nel 2017 ha pubblicato il suo primo album per bambini, I Believe in You, seguito da un album natalizio, prima di collaborare con lo scrittore James Patterson alla stesura del romanzo Run, Rose, Run e alla pubblicazione, nel 2022, dell’album omonimo ad esso abbinato.

Per la più grande campagna promozionale della sua carriera da anni a quella parte, Parton ha guardato ben oltre i confini del country e ha realizzato un album di classic e hard rock. Rockstar del 2023 l’ha vista interpretare cover come Stairway to Heaven ed Every Breath You Take, oltre a brani originali, insieme a un gruppo eterogeneo di artisti che andava da Rob Halford dei Judas Priest a Joan Jett and the Blackhearts, passando per Pink, Brandi Carlile, la figlioccia Miley Cyrus, Steve Perry dei Journey, Steven Tyler degli Aerosmith, Paul McCartney e Ringo Starr. L’album ha segnato un altro traguardo: il suo ingresso, nel 2022, nella Rock and Roll Hall of Fame. «Adesso sono una rock star!», ha detto Parton durante il discorso di accettazione. All’epoca era già da tempo membro della Country Music Hall of Fame e della Songwriters Hall of Fame. Nel 2005 ha ricevuto la National Medal of the Arts, oltre a essere stata nominata Kennedy Center Honoree nel 2006.

Dolly Parton & Friends - "Jolene" | 2022 Induction

Negli ultimi anni di vita Parton ha consolidato il profilo di imprenditrice multimediale, artista di livello mondiale e vero e proprio brand attraverso una serie di apparizioni pubbliche di rilievo e progetti dedicati alla sua carriera. Nel 2009 ha scritto musiche e testi per la versione di 9 to 5 destinata a Broadway. Nel dicembre 2015, più di 13 milioni di persone hanno seguito il primo di una serie di film televisivi della NBC ispirati alle sue canzoni più celebri, Dolly Parton’s Coat of Many Colors. Il film poteva contare su un pubblico che conosceva la canzone che per la sua universalità rivaleggiava con Jolene tra le più popolari di Parton. «Dentro ci sono la famiglia, la religione, l’onestà, la povertà e il fatto di essere presi in giro», ha detto a Rolling Stone Brandy Clark, descrivendo il fascino di Coat of Many Colors. «Se non hai vissuto almeno una di queste cinque cose, forse non hai vissuto davvero». E nel 2023, a 77 anni, Parton ha indossato la divisa succinta delle Dallas Cowboys Cheerleaders per esibirsi durante l’intervallo della partita del Giorno del Ringraziamento tra i Cowboys e i Washington Commanders.

Nel frattempo, ha continuato a concentrarsi sulla attività di autrice. «Come cantautrice» scrive Bill Malone nel libro Country Music USA «ha avuto pochi rivali nella musica country, e può essere paragonata a Merle Haggard per l’ampiezza degli interessi e la capacità di muoversi con disinvoltura tra una grande varietà di linguaggi musicali».

Una delle sue ultime canzoni è stata If You Hadn’t Been There, pubblicata nel marzo 2025, poco dopo la morte del marito Carl Dean. Era un tributo all’uomo che aveva conosciuto poco dopo il suo arrivo a Nashville. Parton ha sposato Dean, noto per la sua estrema riservatezza, nel maggio 1966 e i due non hanno avuto figli, ma le nipoti, i nipoti e gli altri familiari di Parton la chiamavano affettuosamente Aunt Granny. Mentre Dean era ben felice di rimanere lontano dai riflettori, lei ha trascorso la maggior parte dei loro 60 anni di matrimonio diventando una superstar. «Non sto nascondendo nessuna informazione», ha detto Parton del suo matrimonio, «ma ci sono cose sacre e private».

Nel 2025 Parton ha annunciato una serie di concerti al Caesars Palace di Las Vegas per il dicembre di quell’anno. In autunno, però, l’artista ha rinviato gli spettacoli, citando problemi di salute che le imponevano di rimanere a Nashville. L’anno successivo ha cancellato definitivamente i concerti rinviati, spiegando in un messaggio ai fan che i suoi problemi di salute comprendevano calcoli renali, ma riguardavano anche il sistema immunitario e quello digestivo.

Fatta eccezione per alcune apparizioni pubbliche nel 2026, tra cui l’inaugurazione a giugno di un’area di sosta e servizio per camion a lei dedicata in Tennessee, Parton è rimasta in gran parte lontana dai riflettori, scegliendo di apparire virtualmente attraverso segmenti preregistrati per una nuova montagna russa a Dollywood e per ricevere premi dall’Academy of Country Music e dalla Americana Music Association. Ha comunque continuato a lavorare dietro le quinte, soprattutto seguendo la costruzione e l’apertura, nel 2026, del suo hotel di Nashville, SongTeller, che comprendeva il suo Life of Many Colors Museum.

«Tutti hanno uno scopo», ha detto Rolling Stone nel 1980. «Molte persone non riescono mai a trovarlo, ma io sono stata più fortunata di tanti altri. Sono nata quarta in una famiglia di 12 figli, quindi ero piuttosto indipendente e non avevo molte cose che mi trattenessero. Sono sempre stata abbastanza libera di pensare e per molto, molto tempo ho avuto l’opportunità di fare più di quanto mi rendessi conto».

Negli ultimi anni ha iniziato a registrare le parti vocali di molte delle centinaia di canzoni ancora inedite che aveva scritto nel corso della carriera, con l’obiettivo di lasciare un patrimonio musicale che potesse essere pubblicato dopo la morte. «Quando non ci sarò più, qualsiasi produttore, in qualsiasi parte del mondo, potrà prendere le mie canzoni, usare la traccia click e la mia voce e costruirci sopra un arrangiamento completo», ha detto nel 2019.

«Alla fine, spero di essere ricordata come una brava cantautrice», scriveva nel 2020. «Al mondo lascio le mie canzoni».

Dolly Parton - If You Hadn’t Been There (Official Audio)

Da Rolling Stone US.