Dio, Dylan e il diritto di tenere il cappuccio | Rolling Stone Italia
Pezzi di stoffa

Dio, Dylan e il diritto di tenere il cappuccio

Scoprirsi il capo davanti al Papa avrebbe significato lasciarsi imbalsamare in un’immagine ufficiale destinata a illustrare futuri anniversari. Il privilegio di sottrarsi alle convenzioni e infrangere il protocollo della vecchiaia

Dio, Dylan e il diritto di tenere il cappuccio

Dylan incontra Leone XIV

Foto: dal profilo Instagram dell’Osservatore Romano

La prima cosa che ci siamo chiesti guardando l’immagine di Bob Dylan al cospetto di Leone XIV (che da due giorni contempliamo e trasformiamo in meme con l’accanimento riservato a una conferenza stampa di Kanye West) è stata se qualcuno, prima di farlo entrare nel Palazzo Apostolico, gli avesse chiesto di togliersi il cappuccio. E soprattutto in quale lingua. Un funzionario del Vaticano, dotato di quella particolare cortesia che permette di impartire ordini facendo credere di chiedere un favore, potrebbe avergli suggerito in perfetto inglese di scoprirsi il capo, senza ottenere risultati apprezzabili. Con Dylan, del resto, non è mai facile distinguere l’incomprensione dall’indifferenza. Non è escluso che qualcuno abbia ritentato col latino, confidando nell’autorità di una lingua morta su un uomo che ha trascorso sessant’anni a seppellire le proprie identità. Quaeso, detrahe cucullum. Dylan avrebbe continuato a fissarlo, il funzionario sarebbe andato a consultare un superiore, il superiore un altro superiore, fino a scoprire che il protocollo pontificio non contempla una procedura specifica per i premi Nobel incappucciati. Due millenni di gerarchia ecclesiastica messi in difficoltà da un pezzo di stoffa.

Non risulta che sia accaduto niente del genere. La fotografia dell’incontro, avvenuto il 4 novembre, offre già materiale sufficiente. Il Papa, interamente vestito di bianco, riceve un signore di 85 anni con una felpa nera, un berretto sotto il cappuccio, una giacca scura, una cravatta a pois, un ombrello che completa l’insieme con l’eleganza di un investigatore privato sorpreso dalla pioggia e l’espressione di chi è venuto a riscuotere un debito di gioco o a caldeggiare l’acquisto di fumo. La grazia e il peccato, la candeggina per capi delicati e il detersivo specifico per intellettuali scuri. Sembrano i rappresentanti di due ordini religiosi che hanno sviluppato liturgie differenti: uno prevede l’elezione da parte di un conclave, l’altro richiede di aver inciso Highway 61 Revisited. Entrambi indossano un’uniforme. Il Papa è vestito da Papa, Dylan da Bob Dylan. Uno è riconoscibile perché si veste come i suoi predecessori, l’altro perché nessuno saprebbe vestirsi come lui senza sembrarne una parodia. Eppure, mentre il Pontefice deve rendere visibile la propria funzione, Dylan sembra voler sottrarre alla cerimonia ciò che tutti sono venuti a vedere: Bob Dylan.

Il cappuccio, felpato o meno, è uno degli oggetti più contraddittori che abbiamo inventato. Serve a nascondersi, ma è diventato un modo per farsi riconoscere. Lo indossano adolescenti che desiderano passare inosservati e rapper che desiderano esattamente il contrario, miliardari della Silicon Valley che vogliono sembrare studenti fuori corso e studenti fuori corso che vorrebbero diventare miliardari della Silicon Valley. Mark Zuckerberg ne ha fatto per anni una divisa professionale, dimostrando che la differenza fra un uomo trasandato e un visionario dipende dal valore delle sue azioni in Borsa. Prima dell’hip hop, tuttavia, il cappuccio apparteneva già all’iconografia dei monaci e degli eremiti. Basta sollevarlo perché il volto arretri, il mondo rimanga fuori e lo spazio intorno alla testa diventi territorio privato. Una specie di monastero individuale, senza i costi di manutenzione di un edificio storico. Nel caso di Dylan, la comunità religiosa sembra composta esclusivamente da lui.

 

 
 
 
 
 
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Ma per comprendere la fotografia bisogna risalire a un altro pezzo di stoffa, assai più celebre, e a un problema che la storia dell’arte cristiana si porta dietro da secoli: come si rappresenta qualcuno che non può essere contenuto nella propria immagine? Secondo la tradizione, Veronica avrebbe asciugato il volto di Cristo durante la salita al Calvario, conservandone miracolosamente l’impronta sul proprio velo. Il racconto ha generato dipinti, reliquiari, devozioni e un paradosso formidabile: il volto scompare, l’immagine rimane. La stoffa non nasconde più, ma rende visibile un’assenza.

Naturalmente non si tratta di paragonare Dylan a Cristo, anche perché alcuni suoi ammiratori potrebbero considerarlo un ridimensionamento. Ma il cappuccio nero suggerisce un’inversione affascinante. Il velo della Veronica conserva un volto che non possiamo più vedere; quello di Dylan sottrae un volto che abbiamo visto talmente tante volte da non riuscire più a guardarlo senza riconoscere un personaggio. Dai riccioli del Greenwich Village agli occhiali scuri del periodo elettrico, dal giovane profeta folk al vecchio fuorilegge del Neverending Tour, Dylan ha prodotto una successione di immagini che hanno finito per sostituirsi alla persona. Sono diventate copertine, manifesti, magliette, icone riproducibili con quattro linee. A un certo punto della celebrità il ritratto non assomiglia più al suo proprietario: è il proprietario che viene giudicato in base alla somiglianza con il ritratto.

Scoprirsi il capo davanti al Papa avrebbe significato accettare questo: consegnare il volto all’ennesima fotografia ufficiale, accomodarsi nella parte del Grande Artista che incontra il Grande Pontefice, lasciarsi imbalsamare in una di quelle immagini destinate a illustrare i futuri anniversari. Il cappuccio introduce invece una piccola imperfezione nella solennità, una nota stonata che, trattandosi di Dylan, suona perfettamente intonata. Non è un travestimento, perché tutti lo riconoscono; non è una maschera, perché non inventa un altro personaggio.

Il privilegio di sottrarsi alle convenzioni, però, non viene distribuito con la stessa generosità a tutti. Un adolescente incappucciato davanti al Papa potrebbe essere considerato irrispettoso; un ottantacinquenne incappucciato diventa un’icona culturale. Il primo può coprirsi per costruire un’identità, il secondo ha trascorso sessant’anni a impedire che qualcuno gliene cucisse una addosso. Il diritto di nascondersi, a quanto pare, si conquista facendosi conoscere abbastanza.

È un privilegio interessante in un’epoca in cui persino l’iPhone pretende di guardarci in faccia prima di darci retta. Ci riconoscono telecamere, tornelli e algoritmi; le piattaforme ci invitano a esprimere noi stessi, allegando possibilmente una fotografia recente. Abbiamo conquistato il diritto di raccontarci a chiunque e, quasi senza accorgercene, abbiamo perso quello di non raccontarci affatto. L’anonimato comincia a sembrare una cattiva intenzione, la riservatezza un comportamento antisociale.

 

 
 
 
 
 
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C’è poi un secondo protocollo che Dylan infrange, quello della vecchiaia, alla quale abbiamo assegnato per secoli un guardaroba preciso, fatto di cardigan, colori attenuati e cappotti acquistati con l’intenzione di non doverne comprare mai più. L’anziano doveva apparire anziano, perché l’età, prima ancora che una condizione biologica, era una responsabilità estetica. Dylan non cerca di sembrare giovane, cosa che sarebbe molto meno interessante. Ha smesso di considerare l’età un’informazione da comunicare attraverso i vestiti. È troppo vecchio per essere giovane e troppo Bob Dylan per essere vecchio. Dopo settant’anni di giubbotti di pelle, pantaloni strappati e dichiarazioni d’indipendenza finite nei cataloghi dei grandi magazzini, il rock raggiunge così la sua forma più raffinata di ribellione: non riconoscere l’esistenza di un’occasione abbastanza importante da obbligarti a vestirti in modo consono.

Del resto, Dylan ha trascorso la carriera a deludere le aspettative di chi lo amava, che è un modo particolarmente ingrato di ricambiare l’affetto. Nel 1965 imbracciò una chitarra elettrica davanti a chi lo avrebbe preferito acustico. Alla fine degli anni ’70 si convertì al cristianesimo evangelico, provocando nei suoi ammiratori un numero considerevole di crisi spirituali. Nel 2016 vinse il Nobel per la letteratura e non andò a ritirarlo. Ma sarebbe un errore leggere il cappuccio come l’ennesima provocazione. Quelle erano scelte artistiche, religiose, personali. Questa potrebbe non essere affatto una scelta. Dylan poteva avere freddo, trovare comoda la felpa o non avere voglia di togliersela. È il pubblico a non poterlo accettare, perché ha trasformato l’imprevedibilità del proprio idolo in una qualità prevedibile. Gli chiediamo di sorprenderci, purché la sorpresa confermi che è proprio lui. E dopo aver dedicato tante parole a interpretare un cappuccio, non si può escludere di aver costruito una cattedrale sopra un colpo di freddo.

Lo scambio dei doni in Vaticano aggiunge alla vicenda una piccola commedia teologica. Leone XIV gli ha regalato un rosario, Dylan ha ricambiato con Chronicles – Volume One, la propria autobiografia. Il rappresentante di una religione fondata sulla rivelazione offre uno strumento per parlare con Dio a un uomo che ha trascorso la vita a rendersi inafferrabile; l’uomo inafferrabile gli consegna un libro in cui racconta se stesso, senza chiarire definitivamente chi sia. Il titolo, Volume One, lascia aperta la possibilità di ulteriori rivelazioni, mentre la Chiesa, almeno su questo fronte, ha adottato da secoli una politica editoriale più definita. Il Papa, intanto, sembra essere stato l’unico a non sentire il bisogno di interpretare l’abbigliamento dell’ospite. Un Papa non smette di essere Papa quando si toglie l’abito bianco, come Dylan non smette di essere Dylan quando si copre la faccia.

E così, in quella fotografia, si incontrano due modi di intendere l’invisibile. Il sacro, che chiede di credere a qualcosa che non possiamo vedere, e un individuo che chiede, almeno per un momento, di non essere visto. Il primo ha prodotto alcune delle opere d’arte più straordinarie della storia. Il secondo, per ora, una quantità considerevole di meme. Dylan può nascondere il volto, ma non impedire che il mondo riconosca il gesto di nasconderlo. Lasciamolo in pace, prima di costringerlo a presentarsi al prossimo incontro col Dalai Lama indossando un passamontagna.