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RIP

David Crosby alla fine del mondo

Il rock novecentesco se ne va un pezzo alla volta. L’aspetto bonario, la lingua tagliente, lo spirito libero, l'immaginazione sbrigliata, le melodie e le armonie ultraterrene: un breve profilo

Foto: Scott Dudelson/Getty Images

È possibile che per i più giovani fosse quello del battibecco con Phoebe Bridgers, lo «stronzetto» che ha definito patetica la distruzione della chitarra a SNL, l’ex hippie fuori dal tempo che le sparava grosse su Twitter. Può darsi che per qualcun altro fosse uno dei tanti musicisti che durante il lockdown dicevano che senza concerti avrebbero dovuto vendere gli strumenti o la casa. Per chi ne ha conosciuto e amato la musica, David Crosby era non solo un grande autore e membro di ben due formazioni fondamentali nella storia del rock. Era uno a cui voler bene, di quel bene assurdo che si vuole a chi non conosci e vive a migliaia di chilometri di distanza.

Morto nella notte di mercoledì, così ha detto la cognata senza aggiungere per ora altri particolari, Crosby è stato anzitutto un talento vissuto là dove tutto o quasi accadeva, avendo fatto parte dei Byrds ai tempi del folk-rock mischiato col sound della British Invasion e occasionalmente portato nell’alto dei cieli psichedelici. È stato ovviamente colonna portante di Crosby, Stills & Nash, con e senza Young. Il suo segno si trova nella scrittura, nelle scelte sonore, nello stile che mette assieme testi terreni e melodie celestiali, nelle armonie vocali che hanno fatto epoca (per dirla con Joan Baez, «he could sing the hell out of a harmony»). In certi momenti, forse i migliori, la sua musica aveva qualcosa d’ultraterreno, ma anche una dolcezza e un calore distintamente umani, era ora estatica e ora tremendamente cupa. Era la musica d’un uomo che, come dice Graham Nash, l’amico con cui ha fatto vari dischi anche memorabili in coppia, non aveva paura. E così piace ricordarlo, lui e l’eredità che ha lasciato.

Cantante e chitarrista, aveva sperimentato col folk (il cosiddetto freak folk gli deve qualcosa) e con le possibili declinazioni del rock diciamo così d’autore. Aveva arricchito il suo sound di sfumature jazz, un amore antico, giacché come diceva lui ti spalanca nuovi mondi. Stava lì, all’intersezione fra i grandi scapigliati degli anni ’60 e i musicisti raffinati della scuola californiana dei ’70. Suonava bene con tutti, con musicisti pazzi e con altri metodici, perché aveva tutto: feeling e musicalità. Faceva parte di una delle formazioni più litigiose dell’epoca, ma adorava collaborare, a volte anche come semplice parte di un coro. L’ha fatto per una vita, finendo tra i tanti anche nei dischi solisti di David Gilmour dei Pink Floyd.

Crosby era anche un gran personaggio. Era il Dennis Hopper di Easy Rider, però nella vita reale. Aveva cantato l’amore libero in Triad, era diventato simbolo della controcultura grazie a pezzi come Almost Cut My Hair e Wooden Ships. Non ha mai tradito la fede progressista, dai tempi di Robert F. Kennedy fino alle critiche aperte a Trump. Era l’hippie dall’aspetto bonario, dalla lingua tagliente e dallo spirito caparbiamente libero. S’era drogato in modo smodato. Prima marijuana (ha poi avuto il suo brand di cannabis) e psichedelici, con l’idea tipica dell’epoca di «espandere la coscienza». Poi l’eroina per cancellare il dolore, specie dopo la morte in un incidente stradale della fidanzata Christine Hinton. L’uso aveva aggravato i suoi problemi di salute, tra cui disfunzioni cardiache, diabete e l’epatite C che aveva reso necessario nel 1994 un trapianto di fegato. Come se non bastasse, aveva pure avuto guai con la legge, fermato nel 1982 e nel 1985 per possesso di droga, guida in stato di ebbrezza e altri reati (aveva anche un’arma con sé) e poi multato nel 2004 per il possesso illegale di un coltello da caccia, munizioni e marijuana. Era un americano della sua epoca.

Era diventato senza volerlo simbolo del passaggio dai grandi sogni e dai manifesti libertari degli anni ’60 all’incubo dei ’70, dalle droghe creative e ricreative a quelle che t’ammazzano. L’aveva personificato, quel passaggio, quasi autodistruggendosi, per poi disintossicarsi. Se lo si somma ai problemi di salute, vien da pensare che Crosby sia stato anche metafora vivente della possibilità di rinascita, della caparbietà con cui si sta attaccati alla vita a un passo dalla morte. Uomo dalle vicende private decisamente movimentate, a un certo punto aveva creato clamore. Sulla copertina del Rolling Stone americano mostrava al mondo la sua famiglia non tradizionale: lui, la cantante Melissa Etheridge, la fidanzata di lei e filmmaker Julie Cypher, i due figli della coppia nati grazie alla sperma di Crosby (Bailey e Beckett), la moglie di quest’ultimo Jan. Era il 2000 e sembrava l’inizio di un’epoca.

Come solista ha esordito nel 1971 con If I Could Only Remember My Name, nato dopo la morte di Hinton. È uno dei grandi dischi dell’epoca in cui musica e vita (anzi, morte) si sovrappongono. «Ero immaturo, strafatto, in preda a un dolore che non sapevo gestire», ha detto di quelle session. «Mi sentivo come se m’avessero dato un pugno e una volta finito a terra coi denti rotti mi fosse passato sopra un trattore. Però poi, magari lo stesso giorno, ero al settimo cielo. Facevo musica che adoravo, ci credevo, mi commuoveva. Provavo la massima gioia e la massima tristezza possibile, contemporaneamente». Per pubblicare un altro disco solo a suo nome, Oh Yes I Can, ci ha messo quasi un ventennio.

Negli ultimi anni non scriveva più canzoni epocali e questo è normale, ma ha continuato nella terza età a fare dischi buoni, anche ottimi, e questo non è da tutti. Suonava con musicisti prima categoria (li sapeva scegliere, eccome). Uno era il figlio James Raymond, che aveva dato in adozione una trentina d’anni prima e col quale s’era riconciliato, al suo fianco nei dischi solisti e nel trio CPR con Jeff Pevar.

Il suo ultimo album For Free è uscito un anno e mezzo fa. Era la chiusura d’un altro periodo difficile, quello dei due anni di Covid, dei problemi alla mano che gli impedivano di suonare bene la chitarra, della morte del figlio avuto con Etheridge. Il disco prendeva il titolo da un pezzo della sua ex Joni Mitchell. Parlandone con Rolling, spiegò che il fisico gli impediva di andare in tour e che poteva suonare al 20% delle sue possibilità. Amava il mare. La moglie Jan lo chiama My Captain e lo ricorda con una foto struggente in cui i due, abbracciati, se ne vanno via di spalle su una spiaggia e l’augurio che tutti possano sentire l’abbraccio caloroso e l’amore che Croz ha messo nella musica.

Riascoltare oggi le sue canzoni conforta e immalinconisce. Era una figura talmente famigliare, anche in Italia, che la sua morte lascia un senso di solitudine, tanto più che arriva dopo la scomparsa di tanti altri musicisti avvenuta negli ultimi anni. «A uno ad uno cadono i monumenti. Se ne vanno quelli che facevano musica spinti da fuoco, poetica e passione», scrive Enrico Ruggeri. È vero ed è normale: i grandi che hanno contribuito all’invenzione del rock come l’abbiamo conosciuto sono nati negli anni ’40. Oltre alla tristezza, c’è la consapevolezza che non restano molti anni per apprezzare, vedere, godersi i grandi architetti del rock. E per loro di fare qualcosa prima dell’epilogo. Nelle ultime interviste così come nel documentario di A.J. Eaton Remember My Name, Crosby diceva che avrebbe voluto riconciliarsi coi vecchi compagni della band, che però non sentiva più, a volte non gli rispondevano nemmeno. C’era qualcosa di sconsolante nei tentativi falliti di quest’ottantenne di rimettere assieme gli amici d’un tempo dopo essere sopravvissuti agli eccessi, alla malattia e, lo diceva lui, alla propria stupidità. Ora è troppo tardi.

«Non so se vivrò altre due settimane o altri dieci anni, ma non importa», diceva a Rolling Stone nell’estate del 2021. «Quel che importa è cosa farò col tempo che mi resta. Se te ne stai lì a pensare alla morte, finirai per sprecare il tempo che ti rimane. Io non lo voglio fare. Sto vivendo un bel momento e sto alla grande. Prima o poi qualcosa di brutto accadrà, ma oggi la mia vita è favolosa».

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