Dave Mustaine, fare pace col mondo senza chiedere scusa | Rolling Stone Italia
L’uomo che ha cavalcato il fulmine

Dave Mustaine, fare pace col mondo senza chiedere scusa

Da domani nelle sale italiane il documentario su ‘Behind the Mask’, ultimo disco e atto finale dei Megadeth. È la confessione-fiume di un generalissimo del metal che ha esaurito le forze e depone le armi

Dave Mustaine, fare pace col mondo senza chiedere scusa

Dave Mustaine dei Megadeth

Foto: David Bradley/Nexo Studios

Se c’è una cosa che non ha mai fatto difetto a Dave Mustaine è l’audacia. Musicista visionario già dalla giovane età, partecipa alla nascita di una della band più celebri di sempre, si fa cacciare in malo modo, si convince di poter battere i vecchi compagni in quanto a forza distruttiva e in fin dei conti ce la fa. Certo, i Megadeth non riempiono gli stadi e non hanno miliardi di streaming, ma se chiedi al metallaro medio (e anziano) chi è riuscito a mantenere coerenza e integrità nel corso del tempo, difficilmente ti parlerà dei Metallica.

E ora? Dopo quarant’anni di litigi, musicisti licenziati, cadute e rinascite, Mustaine si ritrova vecchio, discretamente malato e ai saluti finali. Forse non del tutto risolto, ma sicuramente in pace e con la voglia di raccontarsi, di spiegare il perché di un percorso così travagliato. Decide dunque di farlo a modo suo, con una forma documentario inedita, che parte dalla scusa di presentare quello che sarà l’ultimo capitolo discografico della band, ma che finisce prestissimo per trasformarsi in una confessione fiume. Behind the Mask è un documentario profondamente sbilanciato, dichiaratamente soggettivo e proprio per questo onesto. Non è la storia dei Megadeth: è la storia dei Megadeth secondo Dave Mustaine, senza contraddittorio, senza altre voci, senza il bisogno di sembrare simpatico. E va bene così. In pratica entri in sala e assisti alla successione dei nuovi brani e nel mezzo ti trovi il faccione ingrigito di Mustaine che racconta senza schemi precisi, seguendo solo il suo flusso libero di pensieri, tutto quello che gli passa per la mente dei suoi ultimi 40 anni. Uno schema che permette di spezzare la tensione di alcuni racconti e che, allo stesso tempo, ti fa capire a che punto è oggi la storia del gruppo.

Il film parte inevitabilmente da lì, dallo split con i Metallica. Non come gossip, ma come trauma fondativo. È il big bang emotivo da cui nasce tutto il resto: la rabbia, la velocità, la tecnica portata all’eccesso, il bisogno quasi compulsivo di dimostrare qualcosa a qualcuno che, nel frattempo, aveva già voltato pagina. Mustaine è il primo ad ammettere che il rapporto coi Metallica è stato segnato da continui scontri violentissimi e riconciliazioni, ma dice anche di aver finalmente raggiunto una serenità definitiva e di non provare alcun risentimento nei confronti di Hetfield, Ulrich e Hammett. Tuttavia, emerge in diverse occasioni dell’amarezza, come quando racconta la genesi di In My Darkest Hour, brano nato dal dolore per la morte di Cliff Burton. Mustaine confessa di non aver mai superato il fatto che i Metallica non lo hanno contattato direttamente per informarlo della scomparsa dell’amico. Ha saputo della tragedia solo da terzi, una cosa inconcepibile pur di fronte ai problemi che caratterizzavano il loro rapporto.

MegaDave non nega nemmeno di essere stato difficile, autodistruttivo, ingestibile. Ma non chiede perdono. Ed è interessante notare come, a differenza di Some Kind of Monster, altra celebre pellicola a suo modo totalmente fuori dagli schemi, qui non c’è una band che si analizza a vicenda. Non c’è la dinamica da terapia di gruppo, non c’è il tentativo di salvare una band come entità collettiva. Qui c’è un uomo solo che rilegge quarant’anni di carriera come se stesse commentando il proprio diario, con la lucidità di chi sa che ormai non ha più nulla da perdere, nemmeno l’immagine.

I continui cambi di formazione – da sempre uno dei punti più criticati dei Megadeth – diventano così un elemento quasi clinico: ogni musicista che entra ed esce sembra rappresentare una fase diversa della vita di Mustaine, un tentativo di trovare un equilibrio che dura finché regge il sistema nervoso di chi gli sta accanto. Il film non giustifica, ma nemmeno drammatizza. Si limita a registrare una confessione. C’è spazio per la malattia, per la paura di perdere la voce, per il confronto con il tempo che passa e con un corpo che non risponde più come una volta. Mustaine racconta del cancro alla gola e della voglia di continuare a scrivere anche durante le cure (sulla sua battaglia uscirà anche un libro), della malattia di Dupuytren che provoca la contrattura e la flessione involontaria delle dita verso il palmo della mano, rendendo dolorosissimo suonare la chitarra e dell’artrite alle mani, che ha colpito in particolare i polpastrelli. Ed è qui che Behind the Mask diventa sorprendentemente umano. Perché dietro il control freak del thrash metal emerge l’uomo.

In questo senso, è banale, ma il momento simbolicamente più potente arriva alla fine, quando il film si chiude con quella cover di Ride the Lightning che è insieme ammissione di colpa e rivendicazione. Del tipo: sì, sono stato un grandissimo stronzo, ma quella roba lì l’ho creata pure io. È il più classico dei cerchi che si chiude. Senza enfasi, quasi con naturalezza. Come se Mustaine avesse finalmente accettato che alcune ferite non vanno rimarginate, ma a un certo punto smettono di fare male.

Foto: Nexo Studios

Behind the Mask racconta Mustaine mentre accetta, forse per la prima volta, di essere semplicemente Dave Mustaine. Con tutti i suoi difetti. E in tutta la sua grandezza. Per questo, la scelta di presentare il nuovo disco in questo contesto riesce fino a un certo punto. Difficile infatti riuscire a comprendere appieno il valore della nuova opera, che peraltro si muove sugli stessi ottimi terreni delle ultime, mentre Mustaine ti racconta tutto questo. E, in fin dei conti, viene da pensare che non fosse nemmeno questo l’obiettivo del film, quanto più quello di raccontare la fine dei Megadeth come li abbiamo conosciuti. Non in senso retorico, ma come presa d’atto che una band, a un certo punto, smette di essere una macchina sempre in movimento e diventa un bilancio. Il film infatti non parla solo di nascita, ascesa e conflitto, ma anche di esaurimento. Fisico, emotivo, strutturale.

Chi non li ha mai compresi non finirà per amare i Megadeth, ma forse capirà perché, senza Dave Mustaine così com’è stato – e così com’è – il metal sarebbe stato un posto molto più noioso. Behind the Mask si inserisce dunque nella storia dei Megadeth più come un documento di passaggio che come celebrazione nostalgica. Non è un fine carriera in senso stretto, ma un momento di consapevolezza: la presa d’atto che il progetto Megadeth è sempre stato più grande delle sue singole incarnazioni. La band non viene mitizzata, ma osservata come si osserva qualcosa che si è amato e che, a meno di cambiamenti improbabili, non tornerà più. Ed è qui che il film ribalta la sua premessa iniziale. Perché se all’inizio sembra il racconto più solitario possibile – un uomo che ripensa alla propria vita musicale – alla fine diventa, quasi controvoglia, un lavoro di gruppo. Non tanto perché tutti parlano, ma perché tutti sono riconosciuti come necessari. Il solipsismo di Mustaine non viene negato, ma finalmente messo in relazione con gli altri, come se anche lui avesse capito che il proprio riflesso, senza uno specchio collettivo, non avrebbe avuto senso.

Behind the Mask non chiude solo un cerchio personale, ma anche uno storico. Racconta la fine dei Megadeth per spiegare perché, dopotutto, sono esistiti. E lo fa senza enfasi, senza epica forzata, con quella lucidità un po’ stanca che appartiene solo a chi ha combattuto tutte le sue battaglie – comprese quelle inutili – ed è ancora lì a raccontarle.

Se esistesse un’enciclopedia dei personaggi più spigolosi della storia del rock, alla voce Dave Mustaine troveremmo probabilmente una nota a margine scritta a mano: “Attenzione, soggetto altamente reattivo”. Non tanto per la violenza musicale – che è sempre stata una forma di controllo, più che di sfogo – quanto per quella miscela di paranoia, orgoglio, talento e rancore che da quarant’anni rende Mustaine una figura più interessante sul lettino dello psicologo che sul palco di un festival. Ed è forse per questo che, guardando Megadeth: Behind the Mask, viene da pensare che più che con i Metallica, sarebbe stato affascinante vedere un progetto tra Lou Reed e i Megadeth. Un incontro impossibile, certo, ma per lo stesso identico motivo per cui questo film funziona: entrambi ossessionati dall’idea di raccontarsi ed entrambi incapaci di mentire a se stessi fino in fondo. Un disco come Lulu con Mustaine al posto di Hetfield sarebbe probabilmente imploso dopo tre giorni. Ma sul piano psicologico sarebbe stato perfetto.

MEGADETH: BEHIND THE MASK - Al cinema il 22, 23, 24 gennaio - TRAILER

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