Courtney Love sa quel che pensate di lei. Conosce i nomignoli offensivi con cui l’avete chiamata e le cose belle che avete detto su di lei, le accuse infondate e le storielle volgari, le domande sulla sua stabilità mentale e sulla sua salute fisica. Ha perfino guardato i video su di lei che girano su TikTok, ma non quello in cui pare venga sodomizzata da Satana. È tutta roba che le fa effetto, ma non ha tempo per la negatività. Sta scrivendo canzoni, ha prenotato uno studio, il produttore Butch Walker è pronto a darle lo spazio e il tempo necessari per ritrovare il suo equilibrio.
Sa che certe storie la seguiranno fino alla tomba. Sono le stesse che la precedono quando entra in una stanza e restano nell’aria come un profumo costoso, come fumo di sigaretta. Ora vorrebbe chiarire due o tre cose. Anzi, molte più di tre. Affinché possa farlo, i filmmaker Edward Lovelace e James Hall l’hanno messa di fonte a una camera e a un microfono.
Antiheroine è il nuovo documentario su Courtney Love presentato pochi giorni fa al Sundance. Non è un modo per mettersi alle spalle l’ex frontwoman delle Hole, la moglie famosa di una rockstar famosa, la songwriter i cui talenti sono stati messi in ombra dai titoli di giornale. E non è nemmeno una celebrazione, a dirla tutta. Vuole semplicemente dar voce a Love, concederle la possibilità di controllare la narrazione del suo passato, del suo presente, del suo futuro. Soprattutto del passato. E sì, Love ha una gran voglia di parlare a volte con franchezza e altre volte con una vaghezza esasperante dell’inferno che ha vissuto per arrivare fin qui. Il fatto che i momenti candidi superino di gran lunga gli altri rende questa cine-confessione interessante. È Courtney (in gran parte) senza tagli e (totalmente) senza filtri.
Lovelace e Hall l’hanno ripresa mentre lavora al suo primo album da 15 anni a questa parte e chiacchiera nel suo appartamento londinese. Sono al tempo stesso osservatori imparziali e pubblico del Courtney Show. Oggi Love è più matura, pulita e sobria, più indulgente, apprezza molto di più la stabilità rispetto a un tempo. In Antiheroine si sentono alcuni frammenti dei pezzi nuovi e anche se Love ha perso il suo tipico modo rabbiosao di cantare – affronta Violet in un karaoke e si lamenta di non riuscire più a urlare come all’epoca – la sua voce è ancora graffiante e dotata di una grazia che ha conquistato duramente. C’è una canzone intitolata Liz Taylor Blue che suona benissimo. Michael Stipe e Melissa Auf der Maur fanno i cori in diversi altri brani. Quando, non se, ma quando uscirà, il disco potrebbe segnare per lei un nuovo capitolo creativo.
Al centro del film ci sono Love e la sua determinazione a raccontare la sua storia dopo decenni in cui altri l’hanno narrata gli altri e facendolo l’hanno distorta. Ok, anche lei è responsabile di un po’ del caos e dell’autodistruzione che l’hanno caratterizzata. «È stata messa alla gogna», dice Stipe prima di aggiungere «a volte a ragione». Ma come attestano decine di spezzoni televisivi, la verità ne è uscita spesso stritolata. Così Love tira fuori i vecchi quaderni e le foto, i volantini dei concerti e i ricordi, li tira fuori e rievoca.
A giudicare dalle sue parole non le importa un bel cazzo di niente di sembrare buona, brutta, cattiva o peggio. L’infanzia a San Francisco è stata un casino, segnata dall’abuso di sostanze stupefacenti. Il padre le ha fatto provare l’LSD quando lei aveva solo 4 anni, la prima volta che si è ubriacata ne aveva 10, ed è successo per colpa del patrigno. Il riformatorio non ne ha certo sopito lo spirito combattivo, ma se non altro in quel posto un consulente le ha fatto ascoltare Horses di Patti Smith. È finita a Liverpool nel momento in cui esplodeva il punk. È andata in cerca di guai e li ha trovati. Julian Cope le ha insegnato come comportasi da star pur non essendo tale. La possibilità di assistere alle prove degli Echo and the Bunnymen l’ha spronata ancora di più. «Non volevo scoparmi quei ragazzi, volevo essere come loro».
Una volta tornata a San Francisco, ha seguito i sogni di gloria rock con ogni mezzo necessario. La sua breve esperienza nei Faith No More le ha fatto capire che doveva essere lei a comandare e di certo non in un ambiente pieno di testosterone. Dopo essersi trasferita a Los Angeles, ha pubblicato un annuncio indirizzato a musiciste influenzate da Big Black, Sonic Youth e Fleetwood Mac. Ha ricevuto una sola risposta, quella del chitarrista Eric Erlandson, e questo nonostante avesse specificato che cercava “solo donne”. Di giorno faceva la spogliarellista per procurarsi i soldi per gli strumenti e le altre necessità della band, e poi provava senza sosta con la prima incarnazione delle Hole. In un Sunset Strip in pieno periodo hair metal, Love è diventata «la tipa strana che vedevi nelle ore piccole». Sono gli anni di Pretty on the Inside e, come dimostrano le riprese dei concerti, era una frontwoman senza paura, feroce. La prima volta che ha gridato in un microfono ha capito: «Mi sono sentita a casa».
In un’intervista di 120 Minutes a Love e Kim Gordon, produttrice del primo album, il conduttore Dave Kendall chiede quali sono i piani delle Hole. Love accenna a una serie di date con i Nirvana previste per la primavera. È la prima volta in cui menziona l’uomo che sarebbe diventato suo marito. I due hanno «flirtato per quasi un anno» prima di allora. i Nirvana stanno facendo Sliver la prima volta che lo ha visto esibirsi. Si è innamorata perdutamente quando è arrivato il verso “I woke up in my mother’s arms”. È l’inizio della soap di Kurt & Courtney.
Antiheroine ci fa rivivere quel periodo dal punto di vista di Courtney, nell’occhio del ciclone. È esaltante e allo stesso tempo doloroso sentirla raccontare di quei giorni. Parla di tutto, dalla famigerata e devastante copertina di Vanity Fair alla lettera di suicidio del marito. Si drogavano, poi smettevano, poi ricominciavano. Erano sotto le luci dei flash, ma c’era parecchia oscurità. È stata anzitutto una storia d’amore. Adoravano loro figlia. Collaboravano. Lei gli dava idee per i testi, fornendo una buona parte dell’energia femminile presente in In Utero. Lui le ha insegnato ad apprezzare la melodia come si può sentire in Live Through This. Non è una storia meno straziante o tragica di quanto fosse 32 anni fa. Dato che l’album delle Hole è uscito nella settimana della morte di Cobain, Love ha elaborato il lutto – o meglio, non lo ha elaborato del tutto – sui palchi. Se siete stati a un concerto delle Hole in quel periodo, avete visto una band al massimo dell’intensità. Sembrava di assistere a un esorcismo.
Love attribuisce a Miloš Forman il merito di averla tirata fuori dalla spirale negativa in cui era caduta. La sua interpretazione in Larry Flynt – Oltre lo scandalo ha dato modo al pubblico di non identificarla solo col suo passato tormentato. È l’epoca della Courtney diva di Hollywood e sia Love che i suoi ex compagni di band – Erlandson, Auf der Maur e la batterista Patty Schemel hanno registrato nuove interviste audio per il documentario – dicono che la fama è una droga. Arriva Celebrity Skin e con esso l’allontanamento di chiunque Courtney ritenga stia ostacolando la sua ascesa nella stratosfera e cioè il mondo intero. Crisi pubbliche e ulteriori cadute nell’abisso diventano comuni e, come dice lei, «normalizzate». La figlia Frances Bean arriva a chiedere l’emancipazione. Va tutto incredibilmente male. «Se vuoi distruggerti la vita», dice Love, «fuma crack».
Sono momenti del genere, spudoratamente candidi e quasi spietati a rendere il documentario un contrappeso necessario alla mitologia nata attorno a Love. Lei ha imparato ad accettarsi. Quella che vediamo nel film è una donna di mezza età («Una delle cose più trasgressive che puoi fare è essere una donna che invecchia in pubblico») più saggia di un tempo. Non ha però alcuna intenzione di eclissarsi docilmente.
Nel documentario ci sono alcune scelte estetiche discutibili e una sequenza finale in bianco e nero con Love che nuota vicino a delle rocce fa pensare a una pubblicità progresso in cui si consiglia di consultare un medico prima di provare un nuovo farmaco. Ma quando Antiheroine non è pretenzioso e racconta una donna che dice la sua verità, non si limita a offrire la versione dall’interno di ciò che è successo alla “girl with the most cake”. Diventa il ritratto di una sopravvissuta. Love, purtroppo, non ha potuto assistere alla première. Visto il modo in cui il film è stato applaudito all’Eccles Theatre sui titoli di coda, avremmo voluto che ci fosse. Avrebbe sentito tutto l’amore che c’era.













