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Cosa c’entra Martin Luther King con il nuovo album di Justin Bieber?

La popstar ha inserito in ‘Justice’ due discorsi di MLK. Non l'ha fatto per parlare di giustizia, ma per raccontarci del suo amore per la moglie e di quanto si sente incompreso. E no, non funziona

Foto: Kevin Mazur/AMA2020/Getty Images

Come sa già chiunque sia stato su Twitter nel fine settimana, la serie tv Atlanta ha previsto Justice ben prima che il disco prendesse forma nella testa di Justin Bieber. In un episodio del 2016, la pop star è interpretata da un attore nero, Austin Crute: il finto Bieber fa un’apparizione a una partita di basket per celebrità e annuncia che non è così cattivo come lo dipingono. Poi canta il singolo del suo nuovo album che, ovviamente, si intitola Justice.

Bieber, quello vero, ha passato gran parte dei suoi vent’anni inseguendo lo stesso obiettivo: dimostrare al mondo che la versione rozza e dissoluta che l’ha portato sulle pagine di tutti i giornali non è quella reale. Negli ultimi anni, in particolare, ha trovato conforto in due relazioni, quella con Dio e quella con la moglie Hailey Bieber.

Nemmeno Donald Glover, il creatore di Atlanta (o il fratello Stephen, che ha scritto quell’episodio profetico), poteva prevedere che la rinascita religiosa di Bieber avrebbe coinvolto la voce di Martin Luther King. Nel vero Justice, uscito lo scorso venerdì, la pop star ha messo non uno ma due campionamenti dei discorsi di King sulla giustizia, momenti fondamentali del periodo passato alla guida del movimento per i diritti civili.

“L’ingiustizia che si verifica in un luogo minaccia la giustizia ovunque”, dice King all’inizio del disco. In modo incredibilmente stridente, segue una canzone d’amore dedicata alla moglie di Bieber, ben concepita ma totalmente slegata da quelle frasi. Si intitola 2 Much.

Più avanti nel disco King ha una traccia tutta sua, MLK Interlude. Contiene parte di un sermone del ’67 intitolato “But If Not”. Nel passaggio campionato dalla pop star, King spiega quanto è importante lottare per quello in cui si crede, anche di fronte alla paura della morte. “Potresti vivere fino a 90 anni, ma a 38 sei già morto tanto quanto a 90”, disse alla Ebenezer Baptist Church di Atlanta. “Sei morto quando hai smesso di lottare per quello che è giusto. Sei morto quando ti sei rifiutato di lottare per la verità. Sei morto quando hai smesso di lottare per la giustizia”.

Viene da pensare che Bieber darà seguito a un discorso così toccante con una dichiarazione simile su una causa tutta sua. Invece, dopo il discorso arriva il synth pop anni ’80 di Die for You, che si apre con la frase: “Non è abituata al turno di notte / È il tipo di ragazza che puoi solo sognare”. Nel caso di Bieber, la causa per cui vale la pena morire è l’amore della sua vita.

Fuori dal contesto dell’album, Bieber supporta attivamente diverse organizzazioni di giustizia sociale, tra cui Be Love del King Center. Bernice, la figlia di Martin Luther King, ha pubblicato dei tweet entusiasti a proposito della filantropia del cantante. Probabilmente ha anche approvato in prima persona l’uso dei campionamenti, visto che gli eredi di King gestiscono i diritti dei suoi discorsi e dei suoi scritti.

Come le frasi fatte delle aziende, gli hashtag, i quadrati neri su Instagram apparsi nei media durante le proteste per la morte di George Floyd, l’uso che Bieber fa di uno dei leader più iconici della storia, nel bel mezzo di un disco dedicato alla moglie, è figlio di buone intenzioni, ma è un’operazione vuota. Dalla bocca di Bieber non escono mai versi che parlano di giustizia razziale, libertà, equità, le cose per cui King è morto. La giustizia che cerca la popstar è solo per sé stesso e ha a che vedere con la percezione che abbiamo di lui. Vuole essere visto come un giovane bianco incompreso.

In Lonely, per esempio, guarda fuori dalla sua casa di vetro mentre la gente “critica le cose che ha fatto quando era un bambino idiota”. In Deserve You spera di essere all’altezza di sua moglie. “Prego di non tornare a essere più così”, ammette.

Durante il listening party virtuale di Justice, Bieber ha spiegato che, in quanto canadese, da bambino non ha studiato la storia di King in profondità. «Il mio obiettivo era far sentire la sua voce a questa generazione», ha detto. Ma cosa succede quando tutto ciò suona più che altro come una presa in giro? Messa in mezzo a un disco pop piuttosto divertente, persino formidabile, che parla di amore e di diventare grandi, la voce di King lascia un saporaccio in bocca. Non c’è alcuna ricerca, niente profondità, né attivismo. Certo, Bieber si scusa per essere stato un ragazzino idiota, ma incollare le parole di uno dei più grandi oratori della storia su un progetto musicale totalmente scollegato non genera la solidarietà desiderata.

Bieber non può cancellare il suo passato, ma può trovare modi migliori per fare ammenda. Supportare organizzazioni come l’Anti-Recidivism Coalition, Alexandria House, Compton Pledge, Baby2Baby, Equal Justice Initiative, LIFT, Self Help Graphics and Art, This Is About Humanity e The Poor People Campaign è un ottimo primo passo. Abusare delle parole di un grande leader per ottenere un vantaggio personale, invece, non ha niente a che vedere con la giustizia.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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