A Busseto, in provincia di Parma, dove Giuseppe Verdi non è solo un nome ma una presenza fisica, Alessandro Baricco presenta un progetto che nasce da un gesto semplice e insieme folle: togliere La traviata dal teatro e riportarla in mezzo alle persone. Non è un caso che tutto questo avvenga in Via Roma, dentro una salsamenteria piena di immagini del compositore (e cibo tipico parmigiano), con la statua di Verdi che incombe nella piazza a pochi metri e di fronte a Casa Barezzi, dove mosse i primi passi musicali: il riferimento è monumentale, il progetto prova a rimetterlo in circolo.
Il punto, però, non è solo simbolico. È anche molto concreto. Perché portare La traviata fuori dal teatro significa sottrarla a certi rituali che negli anni sono diventati sempre più rigidi: sale spesso pensate più per la resa economica che per l’esperienza, file aggiunte per fare cassa, loggioni da cui, a parte i posti centrali, lo spettacolo si intuisce più che vederlo, con angolazioni ardite che costringono a seguire l’opera in tensione più che in ascolto. È anche da qui che nasce l’idea di Baricco: eliminare quella dimensione che rischia di diventare respingente e trovarne un’altra in uno spazio in cui guardare e ascoltare tornino a essere gesti naturali, condivisi, addirittura fisicamente partecipi.
Una Traviata da cortile, nuova produzione firmata da Alessandro Baricco, Domenico Procacci e Imarts – International Music & Arts, parte da un’immagine, come ha spiegato lo scrittore: «Proviamo a immaginarla come popolare e festosa, una sorta di fiera paesana. Non in un teatro, ma in un cortile». E ancora: «Per noi questo è il primo passo di un viaggio lungo con La traviata, ed è una festa. Sono strafelice di iniziare da qui, dalla terra di Giuseppe Verdi. Il mio sogno era partire da Parma e ce l’abbiamo fatta. E abbiamo anche sognato di chiudere lì, tra tre anni».

Foto: Luigi Mazzini
Il cuore di Una Traviata da cortile sta nel suo formato, che rompe deliberatamente gli schemi della tradizione operistica. Pensato per spazi aperti e cortili, appunto, lo spettacolo elimina la separazione tra palco e platea e trasforma il pubblico in parte integrante della storia. Gli spettatori si muovono così dentro l’azione, brindano e cantano insieme agli artisti, attraversano la vicenda di Violetta come se fosse una festa di paese. «Il pubblico lo prendi per mano e gli fai sentire bene cosa dice ogni cantante. Lo porti dentro la storia. Siamo affogati nel pubblico, che è parte di tutto questo».
Ne nasce un format ibrido, a metà tra concerto in piazza, teatro di narrazione e rito collettivo. Il tutto, poi, è cominciato anche da una necessità molto concreta: «È stata studiata perché non avevamo un euro. È iniziata alla Scuola Holden, per il festival Seven Spring. Ci siamo chiesti: come facciamo senza soldi? È venuta fuori un’idea da fiera di paese, con gente che arriva e racconta una storia con quello che ha. Se inizi così, invece di patire i problemi, viene fuori uno spettacolo diverso, ma se fai le cose in maniera molto povera, in qualche modo, precipiti nel cuore di questa musica».
A guidare il pubblico dentro questa rilettura è lo stesso Baricco, che firma regia e narrazione. La struttura si articola in quattro quadri – amore, conflitto, umiliazione, morte – attraversati da una narrazione che tiene insieme tutto. «È come se noi, andando molto lontano dalla tradizione del teatro, riuscissimo ad arrivare al cuore delle cose», racconta. Per raggiungere l’obiettivo non c’è palco, non c’è platea, non ci sono sedie: «Solo un cortile. All’inizio c’era anche un pianoforte, nell’edizione zero, ma lo abbiamo tolto». Il dispositivo è chiaro ma nello stesso tempo non rigido: «Abbiamo una scaletta inflessibile, ma il pubblico può fare di tutto. A un certo punto si mangia e si beve, si brinda». E la scelta di partire da Busseto non è casuale: «Nella strada in mezzo alla campagna che fai per arrivare qui senti Verdi».
Alla direzione musicale c’è Enrico Melozzi, chiamato a trasformare radicalmente l’impianto sonoro senza tradirne la forza: «Non iniziamo neanche con Verdi, ma con la Carmen, poi parte il preludio de La traviata ravvivato con la fisarmonica». La musica è affidata non a una vera e propria orchestra lirica, ma alla Duphol Big Band Orchestra and Chorus, una formazione ibrida. «Abbiamo preso solo i passaggi sufficienti per capire che è La traviata. Non abbiamo tolto quello che non serviva, abbiamo tolto quello che era necessario togliere per questo scopo. Ma per far sembrare tutto semplice c’è stato dietro uno dei lavori più estremi che mi sia capitato di fare». Il risultato è un equilibrio precario ma particolarmente vitale: «Baricco è pazzo, ma abbiamo capito che Verdi è dalla nostra parte in un allestimento popolare del genere. È uno dei modi più autentici per mettere La traviata in mezzo alla gente». E il pubblico diventa parte attiva: «A teatro se canti si incazzano, qui invece è richiesto. Quando, nella data zero, il pubblico ha iniziato a ballare e noi abbiamo proseguito, l’opera è cambiata. Ed era giusto così. È commovente vedere la gente che balla spontaneamente».
Al centro resta Violetta Valéry, interpretata dal soprano Floriana Cicìo, accanto ai tenori Matteo Roma e Andrea Tanzillo e al baritono Franco Vassallo. Ma qui il casting non è solo vocale. «Per Violetta avevo chiesto una cosa sola: che fosse molto giovane, molto tosta, e che non avesse paura di niente», spiega Baricco. La direzione creativa, in questo caso, è affidata a Gloria Campaner, che ha lavorato sulla dimensione immersiva dello spettacolo: «Mi sono ispirata a uno spettacolo visto a New York, dove era necessario inseguire i personaggi. Qui invece la narrazione ti viene addosso, cosa che a teatro non succede mai. È un abbattimento totale della quarta parete».

Foto: Luigi Mazzini
Oltre alle date già annunciate e a quelle che seguiranno nei prossimi tre anni, Baricco pensa di portare questo spettacolo oltre i confini italiani: «Il mio sogno è portarlo anche in Texas, magari in un ranch. Bisogna spiegare agli americani cos’è Verdi e cosa sono gli italiani», con quella miscela di ironia e ambizione che attraversa tutto il progetto.
A testimonianza che si tratta di uno spettacolo decisamente atipico, persino gli orari varieranno in base alle stagioni, visto che non saranno utlizzate luci artificiali ma solo naturali, e non finirà davvero con la morte di Violetta. Dopo sarà possibile restare per mangiare, bere e ballare sulle note di una playlist dedicata. È qui che l’idea di immersività diventa concreta, per questo le date non saranno più di cinque l’anno: «Non lo faremo tante volte. Quattro o cinque all’anno per i prossimi tre anni. Ho bisogno di stupirmi», sottolinea Baricco. Accanto a lui, tra i produttori, c’è Domenico Procacci, che sintetizza il senso dell’operazione con una battuta: «Abbiamo fatto tante cose strane, ma questa è una delle più strane. Ho il sospetto che mi abbia cercato anche per l’asino che ho in famiglia. Ma Beatrice resterà a casa».
Le date del tour 2026:
27 e 28 maggio 2026 – Antica Grancia Benedettina, Colorno (Parma) per il Teatro Regio di Parma
20 e 21 giugno 2026 – Cortile dell’Università, Firenze per il Maggio Musicale Fiorentino
20 luglio 2026 – Azienda Agricola Zorzettig per il Mittelfest
5 agosto 2026 – Castello di Titignano, Orvieto per l’Umbria Green Festival
26 e 27 settembre 2026 – Cortile degli stabilimenti Kimbo, a Melito di Napoli










