Ciao Panino: un ritratto a più voci di Feiez a 25 anni dalla morte | Rolling Stone Italia
Omaggio al Largo Factotum

Ciao Panino: un ritratto a più voci di Feiez a 25 anni dalla morte

Elio, Faso e Rocco Tanica ricordano Paolo Panigada: l’incontro e il contributo decisivo allo stile “classico” di Elio e le Storie Tese, il feelingometro e il Bogliaphone, il talento e l’ironia, il dramma e la bellezza

Ciao Panino: un ritratto a più voci di Feiez a 25 anni dalla morte

Feiez

Foto: Luigi Gabbioneta/Hukapan

Venticinque anni fa ci lasciava Feiez, e ricordarlo è il minimo che si possa fare da queste pagine. Ma scrivendo cosa? E soprattutto, a che titolo? Nell’incapacità di darsi una risposta univoca, è apparso inevitabile rivolgersi alla sua famiglia musicale, che nel quarto di secolo trascorso dalla scomparsa di Paolo Panigada ne ha accudito il ricordo con una cura che ha ben pochi precedenti in ambito artistico. Oltre l’eco del catartico «Forza Panino!», epilogo collettivo di ogni concerto, sono innumerevoli i segni della presenza-assenza di Feiez esibiti tra palchi e dischi. Visti da qui, sembrano altrettante frontiere oltre le quali non pare lecito andare.

È con queste immagini in mente che ho chiesto a Elio, Faso e Rocco Tanica una testimonianza personale, quasi un “consenso” a scrivere di Paolo. Affidata alle loro voci, la memoria assume di per sé un valore centrale, dopo un lasso di tempo così corposo, dividendo immediatamente il campo tra l’ossimorica «malinconia gioiosa» di Rocco Tanica e le eclissi nel ricordo di Elio, che il 22 dicembre 1998 era lì sul palco della Biba Band, quando Feiez veniva colto da un aneurisma: «Il mio sforzo, in questi anni, è stato cancellare quelle ultime ore e ricordarmi dei tanti momenti gioiosi che le avevano precedute. Perché ciò che è successo quella sera è stato talmente drammatico da oscurare la bellezza condivisa in passato».

Fortunatamente, i dieci anni precedenti ne avevano elargita a profusione, di bellezza condivisa, anche all’esterno, grazie alla musica creata da Elio e le Storie Tese a partire dall’ingresso in squadra del giovane Paolo Panigada da Crema, polistrumentista, cantante e finissimo sound engineer conosciuto agli Psycho Studios di Milano da Rocco Tanica. «Lavorava lì con Claudio Dentes, nostro futuro produttore, che ne aveva intuito il valore assieme a Lucio Fabbri, concittadino di Paolo. Io avevo già fatto gavetta in studio con i fratelli La Bionda, e la conoscenza degli aspetti tecnici del mestiere, oltre alla musicalità e allo spirito, ci aveva accomunato da subito».

«Quando Rocco propose di coinvolgerlo nel gruppo», ricorda Faso, «sottolineò il fatto che, oltre a suonare e a cantare, Paolo era in perfetta sintonia con noi. Questo fu l’aspetto decisivo: siamo sempre stati un gruppo di amici legati da un certo gusto umoristico, la regola è sempre stata: “Se questa canzone fa ridere noi, allora va bene”… Criterio non proprio oggettivo». Anche l’iniziale “protezionismo” di Elio sarebbe svanito dopo pochi minuti: «Sulle prime forse avrei preferito mantenere il nucleo originale, ma mi sono accorto subito che il suo ingresso sarebbe stato assolutamente benefico, anche perché Paolo ricopriva tre o quattro mansioni: oltre a cantare e suonare benissimo era un eccellente fonico».

Il ricordo di quel primo incontro, nelle parole di chi lo aveva caldeggiato, è più semplicemente quello di «un innamoramento omosessuale collettivo pressoché istantaneo. Aveva un’empatia assoluta e sincera con ogni interlocutore, la capacità di adattarsi in maniera partecipativa e metterti a tuo agio a un livello che non ho più riscontrato in nessun altro dopo di lui. In un mondo di stronzi, parafrasando il titolo di una nota canzone, è una qualità rarissima. Ora, ti prego, mettete un gioco a premi per chi indovina la canzone!».

L’arrivo di Feiez, per il «complessino», è il classico spartiacque. Il nucleo originale, completato dall’eclettico musicista cremasco («Era come se entrassero contemporaneamente quattro persone», sintetizza Elio), si allontana dall’iniziale vena pseudo-punk per dirigersi verso il proprio stile “classico” ampliando la propria gamma di riferimenti: «Sì, perché il suo approccio alla musica era oltre i 360 gradi. Dobbiamo a lui tantissime scoperte, perché come il 99% dei giovani, eravamo molto settoriali. Per farti un esempio, un giorno in macchina mise su un CD degli Earth Wind and Fire. Io, spocchioso, dissi: “No, la disco music non mi interessa!”… “Ma quale disco music! Questi sono i Beatles del funk!”, rispose. A metà disco ero già fan».

«È successo anche a me quando mi ha fatto ascoltare Caetano Veloso» conferma Rocco. «Inizialmente il mio approccio era: “Che cazzo me ne frega di Caetano Veloso”, poi dopo qualche secondo: “Ammazza, come suona!”. Così per i Gentle Giant, Al Jarreau, eccetera. Per citare Huxley, Feiez ci ha aperto le porte della percezione».

Tradotta su disco, questa apertura per Elio «ha raffinato il sound complessivo degli EelST su tantissimi fronti. Molti più cori, il sax usato non solo per i soli», ma per intere sessioni di fiati che Tanica ricorda «realizzate da solo, sovrapponendo baritono, tenore, contralto e soprano fino a creare una massa sonora che ci stimolava a fare altrettanto con chitarre o armonie vocali… Prendi Pork & Cindy: sembra un coro di 16 persone e invece sono solo Elio e Feiez!».

Come in una matrioska, non un nuovo componente ma una band intera all’interno di un’altra band, sul palco e in studio, tra strumenti e banco mix. Una figura pressoché unica in tutto il panorama discografico italiano: un Largo Factotum, per citare uno dei suoi appellativi più azzeccati.

«Effettivamente è molto raro che un musicista, compositore e arrangiatore sia anche fonico di se stesso e della sua band», commenta Faso. «Ma lui aveva una sensibilità musicale suprema anche come tecnico del suono. Quando metteva mano ai “pirulini” aveva sempre presente i modelli di riferimento… a seconda del tipo di batteria che cercavamo, ad esempio, riusciva ad avvicinarsi tanto al sound di John Bonham quanto a quello di Phil Collins. Poi c’è un aspetto tecnico che oggi pochi conoscono, ma avendo cominciato con l’analogico posso dirti che correggere una singola nota in una take di basso altrimenti ottima non era certo facile come in digitale. Avevi una sola possibilità per premere REC nel punto della nota sbagliata e uscire subito dopo, calcolando anche la latenza del nastro tra le testine, altrimenti cancellavi quello che c’era sotto. Feiez in questo era fantastico, perché pensava da musicista, tipo: “Devo entrare sul secondo sedicesimo del secondo quarto della misura”… Più competenze in un solo gesto!».

«Era una sicurezza già in fase di ripresa», aggiunge Rocco, ricordando la sua capacità di migliorare ogni suono con millimetrici spostamenti del microfono e citando uno dei marchi di fabbrica di Feiez, il feelingometro, la capacità di percepire il giusto groove dei pezzi incisi in studio. «Funzionava a vari livelli di prossemica, dal semplice battito del piede fino a un particolare movimento di protrusione della mandibola accompagnato da un sorriso e dal ciondolio ritmico di testa e spalle. In quel momento capivo che il feelingometro era al massimo».

Foto: Franco Cufone/Hukapan

La scomparsa di Feiez è stata un secondo, drammatico, spartiacque. Negli album successivi è possibile intuire due tensioni musicali, distinte ma non contrapposte: da un lato il proseguimento di quella linea evolutiva avviata assieme a lui, dall’altro l’impossibilità di replicarne i contributi, tanto meno di sostituirlo. «Non c’è stato neanche bisogno di una scelta cosciente», afferma Elio, «prendere un vice Feiez sarebbe stato comunque impossibile, non esiste un altro che faccia tutto quello che faceva lui. Anche in quel caso ha prevalso l’aspetto umano e abbiamo cercato aiuto tra gli amici. Vittorio Cosma, che ora è con noi in pianta stabile, collaborava già con noi… così Antonello Aguzzi, Jantoman. Abbiamo proseguito su quella strada ma non con un altro personaggio assimilabile a lui».

Per Faso, Feiez è stato «un enzima da cui si sono generate le reazioni chimiche che hanno stimolato l’evoluzione della band. Faccio un paragone — con molta umiltà, intendiamoci — ma per rendere l’idea del nostro sviluppo: Elio Samaga Hukapan Kariyana Turu sta a Eat the Phikis come i primi album dei Beatles stanno a Abbey Road. Con lui abbiamo cominciato a esplorare armonie più complesse… ricordo ancora la mia reazione quando ci ha fatto ascoltare gli Steely Dan: “Ma questi sono accordi di cui non ero a conoscenza! Presto, ditemi di cosa si tratta!” (ride). Ci ha preso per mano e ci ha guidato lungo un percorso di maturazione come compositori e arrangiatori. Poi è andato via, ma il seme era stato gettato». Per Rocco, semplicemente, «attraverso la sua assenza ne abbiamo evidenziato l’unicità».

Del tutto naturale, a sentire gli Elii, anche quella che a uno sguardo esterno appare come una tutela del ricordo, le cui radici immaginavo affondare in parte nella reazione mediatica all’indomani della tragedia. Anche in quel caso, in tanti scelsero la strada del sensazionalismo, forzando la mano su una presunta incompatibilità tra il quintessenziale humour della band e il loro dramma personale, quasi come se ai gioviali dissacratori de La terra dei cachi non fosse dato di soffrire. «All’epoca eravamo molto in voga, dopo il Festival di due anni prima» osserva Elio contestualizzando gli eventi. «E in quei giorni, i limiti sono stati superati molte volte. Ci siamo trovati i giornalisti fuori dalla camera ardente, sinceramente erano le ultime persone che avremmo voluto incontrare lì. Per noi è stato come perdere un fratello e abbiamo fatto quello che chiunque farebbe quando muore un proprio caro. Da un lato celebrarlo per i suoi meriti indiscussi, dall’altro proteggerlo. Non si va in giro a parlarne con tutti».

Fraterno è anche il sentimento di Faso: «Io sono figlio unico e penso a lui proprio come a un fratello maggiore che non c’è più. Non ho bisogno né di rinnovare il ricordo, che dentro di me è sempre vivissimo, né di condividerlo più di tanto. Certe cose resteranno solo nostre. Ma racconto sempre volentieri tanti episodi, come la vacanza all’Elba con lui, Elio e Jantoman, in quattro su tre vespe, in campeggio sotto il sole cocente, e la sera da Giannino dove si esibiva Alex Baroni. Non eravamo Elio e le Storie Tese, soltanto quattro amici in vacanza. Feiez è sempre con noi, e quando chiudiamo il concerto con Tapparella penso a quanto avrebbe riso per quel “Forza Panino!” nato quando, incrociando un suo vecchio amico a Crema, questi ebbe la malaugurata idea di salutarlo con un “Ciao, Panino!”. Morivamo dalle risate per quel nomignolo e proprio in quei giorni stavamo incidendo Tapparella, cosicché Elio nel finale ha improvvisato quel coro che pur non essendo nel testo iniziale è rimasto storico».

E parlando di soprannomi, impossibile non aprire una parentesi con il bassista che ne è stato principale creatore: «Non sto a rifarti tutta la lista, ma a un certo punto venne fuori Boglia, e inventammo il Bogliaphone, uno strumento immaginario che serviva praticamente a tutto! Non ci piaceva il suono? Dicevamo: “Ma se mettessimo un po’ di Bogliaphone?”… “Ecco, cazzo, col Bogliaphone sì che suona bene”. Poi venne il tempo di Foyage Protegge, una pasta immaginaria ispirata a una pubblicità degli anni ’80, che lui stendeva sul mixer risolvendo ogni problema».

Rocco Tanica, infine, ha già raccontato la sua esperienza personale della perdita di Paolo nel libro autobiografico Vite bruciacchiate (qui un estratto). Gli basta ribadire che «tra me e lui non c’era nulla di irrisolto, quando se n’è andato. Ci eravamo detti tutto quello che era necessario dirci. Certo, ho il rimpianto per il tempo che ci è stato negato, ma non il rimorso per non aver vissuto appieno quello trascorso assieme. Il ricordo che ho di lui è su un palco veneto, durante il tour di Eat the Phikis, mentre mi guarda con la faccia da feelingometro. Io mi strozzo dalle risate e non riesco a cantare, lui spara una stecca colossale e tutti e due stiamo male dal ridere».

Un rimpianto, in realtà, gli resta dal punto di vista professionale: «Feiez l’abbiamo ricordato in diverse circostanze, ma non abbiamo forse sottolineato abbastanza il suo fondamentale apporto negli arrangiamenti. Oltre ai credits per tastiere, chitarre, basso, avremmo dovuto aggiungere: “Al feelingometro: Feiez”, o qualcosa tipo “Governatore delle Indie Musicali”, “Gran Visir dell’Ispirazione Momentanea”… Ecco, se il talento e l’ispirazione sono il fuoco, lui era la benzina».

Si dice sia buona pratica, nel chiudere un’intervista, assicurarsi che nel sovrapporre l’ordine del giorno dell’intervistatore a quello degli intervistati non si siano trascurati frammenti di memoria essenziali a quanto si cerca di raccontare. Mai come stavolta è un’attenzione provvidenziale. «I tortelli di Crema col mustasì», dichiara senza esitazione Faso, citando il biscotto di spezie alla base del rinomato piatto tipico, già omaggiato in Craccracriccrecr. «Un tale tormentone che io, Elio, Feiez e Christian Meyer andammo in pellegrinaggio da Cazzamalli, drogheria di Crema dove vendono il mustasì. Perché siamo andati lì? Così. Per vedere dove vendevano il mustasì. E una volta arrivati abbiamo iniziato a ridere come deficienti. Tu dici: è questa la cosa più importante da aggiungere? Sì».