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Ci sono i concerti belli, quelli brutti e poi ci sono le Last Dinner Party

La band emergente numero uno d’Inghilterra è passata da Milano. Le abbiamo viste suonare e le abbiamo incontrate. Se maneggiato con cura e ricombinando i giusti riferimenti senza cadere nel revival, il rock funziona ancora

Foto: Kimberley Ross

Ci sono i concerti brutti, i concerti belli e quelli che ci dicono qualcosa che va al di là del gusto. Quello in Santeria Toscana delle Last Dinner Party, giovanissime londinesi alla loro prima volta in Italia, appartiene alla terza categoria. Il concerto, sostanzialmente un’esecuzione integrale del loro primo e unico disco Prelude to Ecstasy, ci ha ricordato innanzitutto che la cultura genera altra cultura: abbiamo visto cinque ragazze (più una turnista alla batteria) che in un’ora di show ci hanno fatto capire che hanno passato la maggior parte della loro vita ad ascoltare musica, leggere libri, andare a concerti, interessarsi di ogni forma artistica.

Il risultato è una performance che – per scomodare espressioni inflazionate – trascende la musica. Abigail Morris, cantante della band, le cui sembianze androgine e l’abito da ancella la proiettano in una qualche dimensione tra il bacchino malato di Caravaggio e il Lucifer della serie Sandman, oltre a offrire una performance vocale precisa e sensibile mostra una buona maturità anche dal punto di vista della presenza scenica, riecheggiando, a tratti e con le dovute proporzioni, le movenze geometriche di David Bowie, quelle aggraziate di Peter Gabriel e gli scatti dionisiaci di Siouxsie, proponendosi come una specie di vestale contemporanea. Emily Roberts, chitarrista molto preparata, esprime tutto il suo potenziale quando per l’esecuzione di A Beautiful Boy abbandona momentaneamente lo strumento di elezione per suonare una parte di flauto che ricorda il Preludio al pomeriggio di un fauno di Debussy. Aurora Nishevci, tastierista di origine albanese, è la “responsabile” di uno dei momenti più intensi di tutto lo show, ovvero l’esecuzione di Gjuha (con Emily Roberts al mandolino), scritto in omaggio alla madre, in cui fanno capolino scale e scansioni metriche prese in prestito dal folklore della sua terra e in cui, da metà in poi, dominano i cori eseguiti da tutte le componenti della band. Georgia Davis al basso e Lizzie Mayland alla chitarra ritmica e ai cori sono meno appariscenti, ma chi conosce la musica nota la loro precisione, la loro attenzione al sound e la centralità del loro ruolo nell’occuparsi dell’impasto e della sostanza della band.

Il secondo promemoria è che il rock è ancora uno dei generi più freschi e moderni in assoluto: basta maneggiarlo con cura. Ben lungi dall’essere stantia, l’interpretazione del genere di queste cinque ragazze sembra essere qualcosa di mai sentito prima. Sia chiaro: Florence & The Machine, Siouxsie & The Banshees, Bowie, i Pink Floyd (la cui Breathe è citata quasi alla lettera nelle armonie di Mirror), Kate Bush, i più recenti Boygenius, Daughter e via dicendo sono tutti progetti che vengono alla mente quando si ascolta il loro disco e quando le si vede dal vivo. Eppure l’impressione complessiva è che la proposta delle Last Dinner Party sia qualcosa di inedito: è una ricombinazione di materiali che non sfocia mai nel revival, e la personalità della band allontana dalla mente ogni paragone, lasciando il posto a piacevoli e discrete suggestioni. Un sintomo di tutto questo è la composizione del pubblico del concerto: si passa da teenager in fase idol, con corone d’alloro in testa (uno dei pezzi più noti delle Last Dinner Party si intitola Caesar On a TV Screen) che lanciano fiori e regali di ogni tipo sul palco delle ragazze, e si arriva a persone di mezza età con giacca di pelle e maglia dei Led Zeppelin.

Foto: Kimberley Ross

Per farla breve, il concerto delle Last Dinner Party in Santeria Toscana a Milano è stato un successo reale, non tanto per dire. L’entusiasmo era tale che le stesse ragazze, attualmente impegnate in un tour europeo, sono visibilmente stupite dalla risposta del pubblico, tanto che in più occasioni si guardano tra di loro e sottoscrivono il fatto che sia uno dei concerti migliori del loro tour fino ad ora: cose che i cantanti dicono a ogni concerto, ma il WTF presente dall’inizio alla fine nello sguardo della solitamente imperscrutabile menade Abigail, che in più di un’occasione si emoziona e si scioglie uscendo momentaneamente dalla parte, non mente.

Che fossero delle predestinate, del resto, era già evidente dal loro percorso: la storia della band, attiva dal 2021, è innanzitutto una storia di concerti dal vivo, iniziata almeno due anni prima dell’effettiva pubblicazione del primo singolo Nothing Matters, pubblicato soltanto nel 2023, tanto che i video live amatoriali presenti su YouTube erano diventati una specie di culto in Inghilterra. Un percorso che è allo stesso tempo inusuale e antico.

«Ci dicono spesso che il nostro percorso è qualcosa di nuovo», spiega Abigail, incontrata insieme a Emily e Aurora qualche ora prima del concerto, «ma alla fine è quello che si è sempre fatto fino a qualche tempo fa. In ogni caso non è una cosa a cui abbiamo pensato, credo che sia andata così perché alla fine tutto quello che ci interessava all’inizio era suonare dal vivo il più possibile». Nel frattempo le canzoni del disco prendevano forma: «Sono canzoni che abbiamo scritto nel corso degli anni, credo che la prima sia stata Mirror nel 2019, e poi sono venute tutte le altre». Canzoni che a poco a poco hanno radunato attorno alla band il sostegno di subculture di ogni tipo, grazie al loro sound e alla loro personalissima declinazione di tematiche universali e attualissime.

Un esempio è il dittico Caesar On a TV Screen e The Feminine Urge, in cui l’approccio alla vulnerabilità e all’insicurezza assume i contorni di un confronto tra i temi del mascolino e del femmineo. «Caesar è una canzone sul sentimento dell’insicurezza e su come questa cosa influisca sulla tendenza a distruggere le cose che non si possono controllare e sul bisogno di sentirsi amati, che è una delle declinazioni della mascolinità; in The Feminine Urge il pretesto è una specifica relazione tra una madre e figlia, e l’idea era quella di descrivere quelle ferite che si trasmettono di generazione in generazione, e un modo di processarle che è caratteristico dell’approccio femminile al dolore». Il tutto senza confini netti tra le due sfere, in costante dialogo tra di loro tanto nei contenuti, quanto nell’immaginario complessivo della band a partire dagli abiti, dalle movenze e dalle scelte di presenza scenica, curate nei minimi dettagli anche per parlare a tu per tu con buona parte della generazione a cui le ragazze – nate alla fine degli anni ’90 – appartengono: «Noi facciamo quello che ci piace fare da sempre», spiega Aurora, «ma allo stesso tempo ci accorgiamo che sempre più spesso le persone ci vedono come modelli di ispirazione per certi versi. Per noi è sempre un privilegio stare in mezzo a persone che hanno voglia di condividere con noi le loro vite e hanno il coraggio di mostrarsi vulnerabili».

Altro brano manifesto, oltre alla hit Nothing Matters, è Burn Alive: «In quel brano raccontiamo quello che secondo me facciamo in qualità di artiste, ovvero analizzare, maneggiare e restituire il dolore sotto forma di arte e di spettacolo, partendo dal nostro bisogno di esprimerci e di farci in qualche modo “profete” del dolore».

Foto: Kimberley Ross

Sul futuro le idee sono chiare: «Vogliamo essere senza tempo» spiega Abigail «e la nostra ambizione è suonare ancora fresche quando qualcuno ci ascolterà tra vent’anni. Questo obiettivo è quello che ci spinge a fare la musica che ci piace, in qualsiasi momento, senza seguire i trend del mercato. Penso ad esempio alla trap: nel giro di pochissimo tempo è passata da essere la cosa più innovativa del mondo a essere datata. I trend fanno sempre questa fine, invecchiano in fretta, quindi crediamo che la cosa migliore sia continuare a fare sempre e solo la musica che ci piace. In questo senso i nostri esempi potrebbero essere certe cose di David Bowie o Fiona Apple, che in qualsiasi momento storico li ascolti, suoneranno sempre onesti e originali, senza mai portarti a chiederti se ti suonino vecchi o recenti».

Sul presente, se possibile, lo sono ancora di più: «Siamo pronte a quello che ci sta succedendo», dice Aurora, in riferimento all’ascesa velocissima del progetto che nel giro di poco più di un anno è passato da essere un fenomeno di culto dei club londinesi e di YouTube a suonare sul palco del Glastonbury e a un tour europeo, «perché è quello per cui abbiamo lavorato fin dal primo momento».

In sintesi, ci sono i concerti brutti, quelli belli e quelli che ci dicono qualcosa: quello delle Last Dinner Party ci ha fatto venire il sospetto che forse, con il tempo, queste cinque ragazze ci scoperanno tutti like nothing matters.

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