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Chiariamolo una volta per tutte: rock e rock’n’roll non sono la stessa cosa

Il rock'n'roll è musica sbilenca e perversa per aristocratici vestiti di stracci. Il rock ne è l’espressione più dozzinale, la sua normalizzazione, il suo abbrutimento. E il più delle volte è una merda

Foto: Michael Ochs Archives/Getty Images

È ora che qualcuno qui faccia un attimo di chiarezza.

Il “rock” e il “rock’n’roll” non sono la stessa cosa. No. Non è nemmeno lo stesso fottuto campo da gioco.

Non intendo più ascoltare certe cazzate.

Ogni volta che sento queste baggianate è come se recuperassi cellule neuronali faticosamente perse sul campo durante la fruizione di concerti (e altro) nel periodo della mia gioventù sonica. E non va bene. Non ve lo permetto. Ora basta.

Il “rock” senza “roll” è come una Ferrari senza cavallino, Jessica Rabbit senza tette, una quattro formaggi senza gorgonzola. Il rock sta al rock’n’roll come la Riviera romagnola sta alla Grande barriera corallina australiana.

Il primo, spesso, è solo un noioso susseguirsi di educati power chords e assoloni virtuosi, il secondo una progressione di note sbilenche e rumori perversi per orecchie aristocratiche vestite di stracci.

Il più delle volte il rock è una merda. Sì, avete letto bene: una M-E-R-D-A.

È l’espressione più dozzinale del fenomeno, la sua normalizzazione, il suo abbrutimento, la sua deriva più prosaica, la sua versione muscolare, dopata di suoni plasticosi e di cliché (Dio li benedica, i cliché) così estremizzati e forzati da diventare delle pagliacciate. Il rock’n’roll, invece, mantiene in ogni sua espressione una sua originalità, la sua autenticità, anche quando ripete e ripropone gli stessi topoi. Il rock, nel farlo, risulta posticcio, costruito. Ammaestrato.

Non è tanto o solo una questione di chi, ma di cosa, dove e come. Non bastano un giubbotto di pelle, due chitarre distorte e una lunga chioma. Quella ce l’ha pure Marzullo. Puoi fare rock’n’roll in giacca e cravatta con un pianoforte. Anzi, ancora meglio. Oh, Johnny Cash faceva r’n’r con l’acustica.

Attitude. Ecco la parola chiave. Difficile fornire una giusta ed esaustiva traduzione di questo concetto. Ma la differenza sta tutta lì. È una questione di intento, di piglio. E ha a che fare con il contesto, la cornice che si cerca e che si crea, il modo diverso di suonare lo stesso ritornello.

Il rock’n’roll non lo fai allo stadio con la gente coi marsupi, le maglie dei Rolling Stones ancora nel 2020 (vai Mick, sei bellissimo mentre fai pilates) e le mani in aria (“Diventi rossa se qualcuno ti guarda e sei fantastica quando sei assorta eeeeeh”, dai ragazzi non scherziamo). E no.

Il rock’n’roll è Lux Interior che ti sputa in testa dal palco del CBGB, è Iggy squartato fino al midollo che ti ficca la sua lingua biforcuta nel cervello e ti ci succhia via ogni buona intenzione o velleità di redenzione.

Venite adoremus.

Il rock’n’roll, inteso come genere musicale, per definizione nasce in America a fine anni ’40/inizio anni ’50 come prolungamento naturale del rhythm and blues, i cui genitori sono il jazz, il country, il blues, persino il gospel più tradizionale. È un genere nato intorno alla comunità afroamericana (che Dio li benedica, e due), un movimento assolutamente controculturale e di rottura con i canoni classici, sebbene prenda spunto anche da questi. Per molti il primo vero rocknroller è Chuck Berry. Il suono “scuote” e il ritmo ti fa smuovere il culo, ti fa “dondolare”. Chi se ne fotte della melodia o dei testi? Una nota di chitarra spesso dice più di mille frasi. Ogni riferimento alla mania cantautorale italiana non è affatto casuale.

Ecco, potremmo dire che oggi il rock’n’roll e l’attitude ad esso correlata rimangono fedeli a quello spirito originale di rottura, mantenendo un certo carattere di irriverenza e la necessità di essere indipendente. E va da sé che oggi è più facile e giusto associare Elvis ad alcune band psychobilly che sfociano quasi nel punk (e il punk è rock’n’roll) piuttosto che a Jon Bon Zazzera Jovi.

Il rock’n’roll ha a che fare con qualcosa di blasfemo e storicamente è la musica del diavolo perché chi lo suona e chi lo ascolta ne è posseduto, si abbandona e si (s)consacra ad esso. Il rock’n’roll è sesso per definizione. Il più delle volte è seduzione e allusione, nemmeno troppo velata, un rimando a quanto di più edonistico o proibito si possa pensare.

E poi lo stile. Lo stile è tutto o quasi. È un po’ come in discipline quali il surf o lo skateboarding: non puoi, davvero non puoi scindere il gesto tecnico dallo stile e dalla forma. Un appassionato di rock e basta probabilmente non si accorge nemmeno che il suo chitarrista preferito è vestito di merda e non ci pensa al fatto che, a meno che tu non suoni in una band di fusionprogressivenewjazz, non puoi presentarti sul palco con un orribile basso a sei corde. Ma il rocknrolla, invece, con una Ibanez a 7 corde non ci suona manco morto, non la usa nemmeno per tirarla in testa al ladro che gli sta rubando la moto sotto casa.

Ora, che cosa hanno a che fare con tutto questo migliaia di persone che cantano in coro la stessa canzone con gli accendini, anzi, i telefonini accesi sopra la testa e che mezz’ora prima si ingozzavano di panini con la salamella? Il rock’n’roll lo vai ad ascoltare nei piccoli club, dove la gente suda, salta, si perde e magari ti arriva anche una gomitata in faccia. Se non ti va bene così vai nelle file dietro. Chi sta davanti al palco lo fa perché vuole che il suono gli arrivi come un pugno in faccia, non è lì per toccare la scarpa a Bruce Springsteen e non lavarsi le mani per una settimana.

Sono cliché anche questi? Certo che sì, perché ogni genere o fenomeno che si rispetti è fatto di luoghi comuni, elementi estetici e non che si ripetono e diventano appunto comuni, fino a costituirne l’ossatura di riferimento.

Mi viene in mente Little Richard, tra i precursori del rock’n’roll e recentemente scomparso. Oggi il mondo è pieno di sedicenti rocker che conoscono la discografia completa degli Iron Maiden (non fatemi parlare che poi scateno un casino) e non sanno manco chi cazzo fosse Little Richard. Uno degli artisti più geniali, controversi e innovativi che la razza umana abbia avuto la fortuna di ascoltare.

Semplicemente, senza di lui non sarebbero esistiti tutti i poster che avete in cameretta. Jimi Hendrix? L’ha inventato lui. Jimi è stato suo turnista e gli ha preso look, mosse e tanto altro. Vi piace David Bowie? Senza Little Richard non sarebbe esistito. Prince non parliamone nemmeno. Parliamo di un afroamericano che in quegli anni si presenta sul palco con capelli cotonati, look transgender e suona quella musica lì. Un gigante. Eppure. Eppure oggi chi dice di essere rock (mi stan saltando via le unghie una ad una mentre lo scrivo) e usa il termine rock crede di far riferimento a tutto un mondo che nemmeno conosce o di cui sottovaluta gli elementi fondanti. C’è qualcosa di nero o vagamente dark? È rock. Un outfit ha al suo interno un capo in pelle? Ah beh, allora è rock. E così via. Ma quando mai?

Per assurdo il rock’n’roll e i suoi sostenitori sono più snob e grezzi al contempo, è la base del concetto di underground. E sta proprio in questo la differenza tra rock e rock’n’roll. Il primo è più facile, il secondo è cool e ricercato anche nel suo essere marcio. Il primo si svende e vende, il secondo è fedele a se stesso e semmai ti compra a due lire e ti fa suo.

Neil Young, che col solo overdrive del suo Fender De Luxe del ’59 ha spaccato più timpani di mille scemi con gli stivaletti di Saint Laurent, urlava: “Rock’n’roll will never die”. Il roll lui non ha scordato di metterlo, e no.

A tal proposito, non so se il rock sia morto o meno, ma so che dovrebbe farlo. E in fretta.

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