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Chi è stato Denny Laine

Dopo la fine dei Beatles ha coperto per dieci anni il ruolo di braccio destro di Paul McCartney. «Ora ho qualcuno con cui lavorare, a cui non devo spiegare tutto». Ritratto del musicista scomparso ieri

Foto: Michael Putland/Getty Images

Dopo la fine dei Beatles è stato per dieci anni la figura che più di ogni altra si è avvicinata al titolo di partner musicale di un certo Paul McCartney. Già questo varrebbe una menzione d’onore per Brian Frederick Hines, per tutti Denny Laine. Eppure sarebbe ingiusto leggere all’ombra di Sir Paul l’intera vicenda artistica del musicista scomparso ieri a 79 anni.

Anche perché i suoi tratti originali si erano messi in luce sin dal suo primo approccio alla chitarra: mentre i suoi coetanei imbracciavano allo specchio lo strumento, affidandogli la missione di renderli il più possibile somiglianti ai primi guitar hero del rock’n’roll, le dita del giovane Hines preferivano rincorrere sul manico le orme di Django Reinhardt. Singolare la scelta stessa del nome d’arte, anch’essa ispirata a un gusto rétro nell’omaggiare la popstar ante litteram Frankie Laine (a sua volta, Francesco Paolo LoVecchio all’anagrafe). Il rock, pur centrale nel suo orizzonte, non ne sarebbe mai stato l’unico punto di fuga.

Dopo gli esordi da capobanda con Denny Laine and the Diplomats, l’ascesa con i Moody Blues di cui è stato co-fondatore e al cui successo ha fortemente contribuito. Ancor prima di cimentarsi come autore, è lui a dimostrare un gusto particolare nell’arte di arrangiarsi e di arrangiare, con il primo successo della band, Go Now, brano che certifica la capacità del suo orecchio di sintonizzarsi tanto sulle frequenze del r&b quanto su quelle del pop melodico. D’accordo, trattasi di cover (pratica peraltro più che abituale nel 1964); ma è proprio la sua rilettura del brano, infarcita di armonie vocali, a stabilire un primo contatto a distanza con McCartney. Il quale, vuole la leggenda, dopo aver ascoltato il brano riferirà ai sodali di aver scoperto una band da tenere attentamente sott’occhio.

A pochi mesi e ancor meno miglia di distanza, anche le orecchie di Steve Hackett si sarebbero drizzate nell’ascoltare il sustain chitarristico escogitato per And My Baby’s Gone, classico esempio da manuale del Denny songwriter assieme ad altri pezzi degli esordi quali From the Bottom of My Heart (I Love You) e Everyday.

Proprio quando il successo sta per arridere ai Moody Blues, Denny ringrazia e saluta. È il dicembre del 1966, quando decide di formare la Electric String Band, che tuttavia sarà ricordata dai più per aver condiviso il palco londinese del Saville Theatre con l’astro nascente Jimi Hendrix, sotto gli occhi — manco a dirlo — di Paul McCartney (che in quel giugno del 1967 ha appena sfornato un album destinato a un certo riscontro). Seguono, in chiusura di decennio, i primi tentativi solitari su 45 giri – Say You Don’t Mind, Ask the People (1967), Too Much in Love e Catherine’s Wheel (1968) — e le fugaci militanze nei Balls e nella Ginger Baker’s Air Force. Tra una cosa e l’altra, tanto per ritornare all’originalità stilistica di cui sopra, un anno in Spagna per studiare flamenco.

Nel frattempo, altri gruppi si sciolgono, con eco planetaria. Quando nel 1971, elaborato il lutto musicale, Paul McCartney decide di formare una band «per non dimenticare come si canta e si suona», sulla sua rubrica compaiono due Denny. Il primo, Seiwell, lo ha appena accompagnato nelle registrazioni di Ram. Il secondo è proprio l’ex Moody Blues.

«È una di quelle cose quando metti su una band», ricorda Macca nel libro di Garry McGee Band On the Run. «Diverse idee ti passano per la testa, ti vengono suggeriti nomi diversi… poi mi sono ricordato di Go Now, il singolo che Denny fece con i Moody Blues. È sempre stato uno dei miei dischi preferiti». In quelle stesse pagine, Laine ricorda la telefonata dell’ex Beatle. «Ho pensato semplicemente: Cristo, grazie per tutto questo! Ora ho qualcuno con cui lavorare, a cui non devo spiegare tutto». Il tempo di riattaccare la cornetta ed eccolo diretto verso la fattoria dei McCartney.

Ora, mettiamoci per un attimo nei panni di chi si ritrova nella band guidata dal più grande maniaco del controllo dell’intero panorama musicale e proviamo a immaginare quanto sforzo richieda la continua rivendicazione di un benché minimo spazio di libertà creativa in quelle condizioni. E infatti non basta l’apparente eguaglianza sulla copertina di Wild Life (1971), esordio discografico dei Wings, né il velleitario pseudonimo di Clint Harrigan, per celare il Super Io meccartneiano, leadership assoluta per quel primo lavoro registrato alla buona – un po’ troppo alla buona – perseverando sulla stessa falsariga di pseudo-autenticità che aveva già funestato il progetto Get Back-Let It Be. Alan Parsons, all’epoca in cabina di regia, ricorda un Denny Laine «manipolato da Paul, che gli diceva quali note suonare. Un burattino appeso a un filo».

Lungi dal risolversi in studio di registrazione, quella complessa dinamica psicologica avrebbe fatto irruzione in sfere ben più private, come quando Laine si sarebbe legato alla modella americana Joanna Petrie, in arte JoJo, a lungo nella lista nera di Paul e Linda per il suo status di groupie. Eppure, da quella deficitaria situazione di partenza, il buon Denny avrebbe guadagnato terreno e rispetto, in virtù del suo background musicale e soprattutto umano, in un romanzo d’avventura che il titolo Band on the Run riassume alla perfezione.

Tra i tanti capitoli degni di menzione, in pochi ricordano quello in cui Paul e Linda si ritrovano in un locale svedese ostaggi di uno squilibrato che, con aplomb scandinavo, dice alla coppia di avere un revolver in tasca col quale li ucciderà. Con impeccabile senso del timing, Laine entra nel locale assieme all’altro chitarrista Hugh McCullough: affiancano l’uomo, lo buttano a terra e iniziano a cercare l’arma che, fortunatamente, era solo nella mente del fanatico il quale se la dà a gambe, on the run, nella fredda notte di Stoccolma.

Il Denny musicista, nel frattempo, contribuisce a quell’album capolavoro come co-autore e polistrumentista (chitarre, voci, tastiere, basso, fiati, percussioni), finalmente braccio destro a tutti gli effetti per una produzione in studio essenzialmente riconducibile al duo McCartney-Laine. Connubio che toccherà il vertice commerciale quattro anni dopo con il singolo Mull Of Kintyre.

Nel mezzo, due album da solista, Ahh… Laine (1973) e soprattutto Holly Days (1976), in cui sarà Paul a prodigarsi come spalla, dimostrando riconoscenza e attaccamento per l’uomo che gli è rimasto accanto per un decennio cruciale, iniziato con lo scioglimento dei Beatles e finito con la tragica fine di Lennon, la cui scia emotiva contribuirà a scrivere la parola fine all’esperienza dei Wings.

Ed è stato ovviamente lo stesso McCartney tra i primi a ricordarlo, con un lungo messaggio sotto una foto che ritrae il volto sereno del giovane Laine: «Ho molti bei ricordi del tempo trascorso con Denny, dai primi giorni in cui i Beatles andavano in tournée con i Moody Blues. Le nostre due band avevano rispetto l’una per l’altra e si divertivano molto insieme. Era un cantante e chitarrista eccezionale. Ci eravamo allontanati ma negli ultimi anni siamo riusciti a ristabilire la nostra amicizia e a condividere i ricordi dei nostri momenti insieme. Denny era un grande talento con un raffinato senso dell’umorismo ed era sempre pronto ad aiutare gli altri. Mancherà a tutti».

Sono le 8 di sera del 5 dicembre. Poche ore prima si era celebrato il cinquantesimo anniversario dell’album Band on the Run. Il miglior racconto di quell’amicizia, e di quella collaborazione artistica ancora tutta da scoprire, è proprio lì, tra le tracce di quel disco.

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