Rolling Stone Italia

Chemical Brothers: la psichedelia rave di “Surrender” compie 20 anni

Il 21 giugno del 1999 i Chemical Brothers collegavano finalmente il vecchio secolo col nuovo, trovando l'anello mancante fra il rock e l'elettronica

Nei corsi di scrittura si dice che, per capire l’importanza storica di un singolo avvenimento, lo si deve inquadrare attraverso i particolari quotidiani del periodo in cui questo si è manifestato. Come quelli legati alla musica, ai film o alla moda. Oppure al mondo dell’economia, come il costo di una tazzina di caffè. O ancora quelli personali, come la scuola, il lavoro, un matrimonio. Nel mese di giugno del 1999 io ho già superato i vent’anni. Mi divido tra università, un lavoro come commesso in un negozio di dischi e una promettente carriera nel mondo del giornalismo musicale. Metto da parte i soldi per andare a sentire i dEUS di The Ideal Crash e Tricky di Angel With Dirty Face ad Arezzo Wave.

Per andare in facoltà, prendo il 492 da Piazza dell’Indipendenza. Quello, dopo poco, svolta a destra e passa davanti a uno dei primi multiplex – come si chiamavano un tempo – di Roma. Dai finestrini impolverati posso vedere la locandina a tinte viola di Matrix, con quel Keanu Reeves in posa da metallaro che da un mese ha disarcionando il campione d’incassi Shakespeare In Love, con Gwyneth Paltrow. Napster, la piattaforma di file sharing destinata da lì a breve a fare andare su tutte le furie i Metallica, è stata lanciata il primo giorno del mese ma la musica per strada si ascolta ancora coi walkman o poco più. I cellulari in voga sono lo StarTac-neanche contrabbandassimo metanfetamine come Gus Fring in Breaking Bad-e il Nokia 3210 con Snake. Gli iPod ancora non esistono e i rari lettori Mp3 non sono sicuramente alla portata di un giovane universitario sul 492. Però l’uscita di Surrender, il nuovo disco dei Chemical Brothers, è di certo una delle più attese del mese. L’evento, fissato per il 22 giugno, ha guadagnato pagine nelle riviste specializzate e il lancio, a maggio, del video di Hey Boy Hey Girl ha portato la smania di sentire il resto a livelli di guardia.

Per loro fortuna, i Chemical alle spalle non hanno l’ATAC bensì la Virgin Records e così, nell’epoca dominata da internet nel suo stato embrionale, sono tra i primi che possa ricordare a far ascoltare il materiale del nuovo disco in una serie di anteprime virtuali. Leggenda vuole che, da bravi nerd e smanettoni, siano stati proprio il lungocrinito Tom Rowlands e il plumbeo Ed Simons a piazzare in rete, dal 14 al 25 giugno 1999, l’intero disco per svelare i suoi misteri attraverso una specie di caccia al tesoro. Per completare l’ascolto di Surrender occorreva però imbarcarsi in una lunga navigazione, dato che i brani non si trovavano, come prevedibile, tutti sul sito ufficiale della band, bensì erano sparsi in internet come schegge di una deflagrazione. Si scoprirà poi un (non meno pionieristico) accordo commerciale e pubblicitario tra la Virgin, RealPlayer e Windows Media, per creare una sorta di circuito di ascolto che vedeva coinvolti ben undici siti. “Non conta quanti soldi spenderai-dichiararono loro-talvolta la cosa più assurda è la migliore che ti venga in testa”. Ognuno di questi siti allestì ex-novo una pagina su cui ospitare una canzone e il link all’indirizzo contenete la traccia successiva. Nel mentre, Thom Yorke giocava ancora a fare lo sfigato incompreso sui rimasugli di OK Computer.

Ora si sa che i siti coinvolti furono The Raft, il sito inglese dei Chemical, Virgin.net, Nme.com, Spin.com, RollingStone.com, Yahoo Music, SonicNet, Mtv.com, Streetsound.com, Chemical Freestyle e Astralwerks, l’equivalente americano di The Raft, ma allora non fu per nulla facile. Levando che, nel 1999, la fibra ultra-veloce ce l’avevano soltanto Neo e Morpheus, e in molti non avevano neanche quella lenta, non era precisato neanche il punto di partenza. Si poteva iniziare a caso il viaggio da uno qualsiasi dei siti ma senza indicazioni di sorta. Né sulla direzione né tanto meno sulla durata del viaggio stesso; creando di volta in volta una scaletta differente. Una cosa in stile Black Mirror: Bandersnatch, insomma, ma musicale e, soprattutto, vent’anni prima.

Ad esempio, partendo da The Raft si cominciava dalla title track, Surrender, ovvero un miscuglio di dance e house dove groove e breakbeat riecheggiano di quella Block Rockin’ Beats che li lanciò alla ribalta planetaria due anni prima, quindi andando avanti si arrivava alla suite strumentale Sunshine Underground e poi su Music: Response, brano dance-krafwerkiano col campionamento di Make It Hot di Nicole Wray con Missy Elliott, seguiva Dream On che a sua volta conteneva una reprise alla fine.

Se quindi non ci si era scoraggiati con l’atipicità strutturale della traccia precedente, che infatti su disco è messa in chiusura, o dell’ascolto in sé, proseguendo nella stessa direzione, si raggiungeva il sito web del New Musical Express, in cui era inserita una delle canzoni con maggiore hype del disco, Let Forever Be: influenzata dal sound dei Beatles, nata in collaborazione con Noel Gallagher degli Oasis e il cui video verrà diretto da Michel Gondry, quello di Eternal Sunshine of the Spotless Mind. E così via, sino a ritornare, prima o poi, a quello che era stato utilizzato come punto d’avvio. In sostanza, si trattava di armarsi di pazienza e di non arrendersi alle inevitabili difficoltà che in una navigazione così lunga certamente si presentavano. “Approfittandone”, come spiegavano gli stessi Simons e Rowlands, “per visitare alcuni dei siti più belli in giro”. Vota Antonio! Vota Antonio! a parte, per quanti non fossero disposti a dilapidare i risparmi tentando di completare l’ascolto magari all’interno di poco raccomandabili internet-point, come realmente visto fare in giro, l’album uscì con un giorno di anticipo rispetto a quanto annunciato in precedenza: il 21 giugno del 1999.

Con una copertina estremamente iconografica, creata da Kate Gib su di una foto (Jesus Amongt the Fans) di Richard Young al The Great British Music Festival di Kensington del 1976, io l’ho scoperto per intero in macchina del mio amico Duccio, poco prima che diventasse un best seller da oltre due milioni di copie vendute e cinquantotto ristampe. Dentro l’auto ovviamente niente lettore Bluetooth collegato al cellulare, non esisteva probabilmente neanche nella fantasia dell’ascoltatore più avanti, piuttosto un’autoradio con lettore sintonizzata sulla hit latineggiante del momento, If You Had My Love di J.Lo. Quando salgo in macchina, la musica va sfumando e l’accento romano di un dee-jay poco incline alla scena musicale di Manchester annuncia una dedica, da Marco a Sara, e partono gli accordi di piano di 50 Special dei Lunapop. A Duccio i Lunapop fanno notoriamente schifo, allora infila nel lettore Surrender dei Chemical Borthers.

Duccio, per capirci, non era un discotecaro stile Ibiza, ma neanche uno snob legato all’elettronica in stile Bjork, piuttosto era un ragazzo in fissa coi Beastie Boys e, come altri dietro ai Chemical del resto, con un notevole bisogno di trascendenza. Cercava qualcosa di diverso dalla solita forma-canzone e i Chemical erano per lui i nuovi Pink Floyd. “In fondo è la stessa cosa – confermarono i diretti interessati – Anche a noi piace suonare a diretto contatto con il pubblico, l’emozione è la stessa. Nel rock psichedelico c’è la voce del cantante che ha una funzione narrativa. Nel nostro caso è il suono a far scoccare la comunicazione”.

E come Duccio in molti si erano lasciati coinvolgere, convincere, travolgere, dalla musica sintetica, fantasmatica di una band come quella; in modo assoluto, totale, completo. Forse perché la coppia inglese proprio con Surrender raggiunse il pieno della maturità sintattica. Nei solchi di questo disco non c’è alcun rivolo della musica dance elettronica che sfugga al loro controllo: big beat, trip-hop e house, soprattutto, ma quel che più conta è la fantasia e l’efficacia con cui quei due “non musicisti” applicano l’arte del taglia e incolla.

Musica da vedere con la mente e da sentire con le orecchie, in sincrono, che si gode stranamente prima con la testa e poi con il corpo e non viceversa, come quasi imposto dai dettami del genere. Ecco, quella dei Brothers era (ed è tuttora) piuttosto un’idea traslata e personale di “rave party”, “love parade”, “dance party” o qualunque altra forma espressiva fosse in sintonia con la cultura giovanile di quegli anni. “La tracklist venne programmata sui nostri ascolti – dirà poi un oramai stempiato Tom – Abbiamo cercato di fare delle canzoni per divertirci, cercando stimoli e senza guardare troppo all’appartenenza rispetto a una qualsivoglia sub-cultura. Facendo anche molti sacrifici per arrivare a un album coerente col suono che avevamo in testa”.

Dentro lo studio di registrazione o sopra un palco davanti a migliaia di fan in perpetuo movimento, Ed e Tom, che dei Chemical all’epoca sono ancora gli unici produttori e responsabili dell’aspetto visuale, sono letteralmente assediati dalle macchine (tastiere, campionatori, mixer, computer, synth, piatti…) ma la potenza e l’assortimento dei colori ritmici e degli intarsi melodici che riescono a creare risultano sempre altamente seduttivi e per nulla macchinosi. Vi basti solo pensare alla waveggiante Out of Control, con Bernard Sumner dei New Order e Bobby Gillespie dei Primal Scream, oppure l’eterea Asleep from Day con Hope Sandoval dei Mazzy Star alla voce.

In confronto, l’hardcore degli Atari Teenage Riot, quattro voci per un solo campionatore, sparisce sia a livello visivo che emotivo e/o sensoriale. Surrender è un must che funge da anello mancante nella linea evolutiva che va dal kraut dei Neu!, passa per il post-punk dei Freur, tocca la psichedelia degli Orbital e arriva ai giorni nostri per mezzo dell’elettronica. Uscisse oggi, avrebbe la stessa presa su chiunque.

I Chemical Brothers hanno annunciato due date italiane, a Milano il 16 novembre (Mediolanum Forum) e il 17 novembre a Livorno (Modigliani Forum).

Iscriviti