Che tristezza un anno senza le follie di Ozzy | Rolling Stone Italia
Assurdo e autentico

Che tristezza un anno senza le follie di Ozzy

Con lui il 22 luglio 2025 se n’è andato un modo di stare al mondo. Lo stato di improvvisazione permanente in cui viveva, per spirito e non per calcolo, manca in questo tempo in cui gli artisti soppesano ogni parola

Che tristezza un anno senza le follie di Ozzy

Ozzy Osbourne nel 1986

Foto: Paul Natkin/WireImage

In questi giorni mi sono trovato a pensare sempre più spesso alla stessa cosa: quanto manca Ozzy Osbourne? Quanto era più divertente tutto con lui? Fottutamente, per dirlo a parole sue. Non soltanto perché non ci sono più suoi concerti o dischi da aspettare, ma perché con lui è scomparso un certo modo di stare al mondo, una categoria umana.

Ozzy apparteneva a quell’epoca in cui il rock era ancora popolato da personaggi imprevedibili, capaci di fare ridere, scandalizzare, commuovere e perfino imbarazzare nell’arco della stessa giornata. Bastava accendere la televisione, aprire un giornale o andare in rete ogni tanto per avere la certezza che fosse successo qualcosa che lo riguardava. Poteva essere un’uscita allucinante delle sue, un aneddoto assurdo o l’ennesima figura di merda mondiale. Perché con Ozzy la normalità non esisteva. Ed è forse questo che manca di più oggi che tutto sembra controllato, gli artisti parlano attraverso uffici stampa, comunicati, post studiati al millimetro, interviste in cui ogni parola è soppesata. Ozzy, invece, sembrava vivere in uno stato di improvvisazione permanente. Certo, un po’ ci giocava, ma tendenzialmente lo faceva proprio perché non riusciva ad essere altro da sé.

Era una contraddizione ambulante: aveva inventato l’heavy metal e lo chiamavano il Principe delle Tenebre, ma poteva passare le giornate a parlare con i suoi animali o la maggior parte del suo tempo libero come il più tenero dei nonni. Ed è curioso che una figura così apparentemente caotica fosse, in fondo, una delle più coerenti che il rock abbia mai prodotto. Perché Ozzy non ha mai finto di essere migliore di quello che era, non ha mai nascosto le dipendenze, gli errori, le paure, le malattie, la fragilità. Anzi, ha trasformato quella fragilità nel motivo per cui milioni di persone gli hanno voluto bene. In un ambiente in cui spesso tutti cercano di sembrare invincibili, lui è diventato un’icona raccontando anche quanto fosse imperfetto.

In fondo, Ozzy era anche l’ultimo dei romantici. Può sembrare una definizione strana per un artista che aveva iniziato a suonare con l’intento di spaventare la gente, ma probabilmente è quella che gli rende più giustizia. Perché, in fin dei conti, dietro alla mitologia costruita in oltre 50 anni di carriera c’èra sempre il ragazzino di Aston che riusciva ad emozionarsi e a sperare in un futuro migliore ascoltando in radio un pezzo dei Beatles. Che scoppiava a piangere appena vedeva un’immagine di Randy Rhoads o di sua moglie Sharon e che per il suo ultimo progetto discografico, Patient Number 9, aveva provato a realizzare uno dei suoi grandi sogni: quello di riunire idealmente i tre storici chitarristi degli Yardbirds, Jeff Beck, Eric Clapton e Jimmy Page. Senza contare la forza che l’ha spinto ad arrivare al concerto finale, perché i suoi fan andavano salutati da un palco e i Black Sabbath dovevano suonare un’ultima volta insieme a Bill Ward.

È anche per questo che certe operazioni successive alla sua scomparsa hanno lasciato un retrogusto amaro. Penso alla diatriba con Roger Waters e alla maglietta distribuita dalla famiglia, con Ozzy raffigurato mentre urina arcobaleno sul muro di The Wall: forse pensavano che fosse un modo per dire che era rimasto irriverente anche nell’oltretomba, ma è stata una cosa più volgare che divertente. Anche nelle situazioni peggiori, Ozzy non cercava quasi mai di essere offensivo, semmai erano l’alcol o le droghe a renderlo tale. E quando si rendeva conto del danno fatto era il primo a soffrirne. Come quando ha conosciuto il suo grande eroe Brian Wilson e gli ha detto che suo fratello appena scomparso era un coglione e che lui avrebbe dovuto infilarsi la testa su per il culo. Il giorno dopo si è messo in ginocchio pubblicamente di fronte al genio dei Beach Boys per chiedere perdono.

Ozzy era semplicemente imprevedibile e anche le sue provocazioni nascevano da un istinto infantile, mai da un calcolo. Con Ozzy ancora in giro era normale leggere che aveva chiamato il veterinario perché pensava che il suo cane fosse depresso, oppure sentirlo raccontare candidamente di non ricordarsi quasi nulla degli anni ’70 e ’80 a causa delle droghe. Era capace di confessare di aver cercato per anni una stanza della propria casa senza accorgersi che non esisteva davvero, o di trasformare un’intervista in una successione di battute involontarie. Quando nel 1982 ha staccato con un morso la testa di un pipistrello sul palco di Des Moines, convinto che fosse di gomma, ha costruito senza volerlo uno degli episodi più assurdi e famosi della storia del rock. Quando anni dopo rivelò che il suo medico gli ha detto che era un «miracolo scientifico» per essere sopravvissuto a decenni di eccessi, è riuscito a far ridere parlando della propria autodistruzione.

Se c’era una cosa che Osbourne amava era proprio quella di farci ridere raccontando le sue tragedie. Come quando nella sua autobiografia Io sono Ozzy, uno dei memoir rock’n’roll più belli di sempre, ha raccontato la diagnosi sbagliata di positività all’HIV: «Ai tempi era una fottuta condanna a morte. E se io ero positivo, allora anche Sharon era positiva e ciò significava che avevo ucciso la madre dei miei figli». Poi, la rettifica: «Signor Osbourne sembra che l’errore sia derivato dalle condizioni del suo sistema immunitario. In pratica è totalmente non operativo e questo a causa di fattori del suo stile di vita che possono spiegare l’anomalia. In pratica lei non ha l’HIV, ma il suo corpo crede di sì».

Poi sono arrivati Gli Osbourne e il mondo ha scoperto che il terrificante cantante dei Black Sabbath era in realtà il padre più confuso d’America, incapace di trovare un telecomando, continuamente rimproverato da Sharon e seguito da una muta di cani che sembravano avere più buon senso di lui. Quel programma ha demolito con pochi episodi decenni di stereotipi sul rock e ha trasformato il Principe delle Tenebre in uno dei personaggi televisivi più amati (e discussi) del pianeta.

Il suo talento più grande, a pensarci bene, era proprio quello di non prendersi mai sul serio, di rendere umana la leggenda. Un anno dopo la sua scomparsa, non manca  soltanto la sua musica, che continuerà naturalmente a vivere. Manca l’idea che possa ancora succedere qualcosa di completamente assurdo e incredibilmente autentico nel giro di pochi minuti. Manca la sensazione che il rock possa ancora produrre personaggi larger than life senza che nessuno li costruisca a tavolino. Manca qualcuno capace di far convivere la tragedia e la comicità, l’oscurità e la tenerezza, la follia e il candore nello stesso identico sorriso sdentato.

Forse il mondo non era migliore quando c’era Ozzy Osbourne, ma era sicuramente molto meno prevedibile e divertente. E in tempi in cui tutto sembra programmato, spiegato, filtrato e corretto prima ancora di accadere, c’è una differenza enorme. Perché Ozzy ci ricordava, ogni volta che apriva bocca, che la vita può ancora permettersi di essere magnificamente fuori controllo. Ed è una lezione che, a un anno dalla sua morte, continua a mancare più di quanto immaginavamo.