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Che ne sarà adesso di Ozzy?

Osbourne ha annunciato la fine della sua «touring life». Non è solo l’addio ai concerti in giro per il mondo di un artista che ha già dato il meglio, è qualcosa di molto più grande

Foto: Lynn Goldsmith/Corbis/VCG via Getty Images

«Il bello di essere Ozzy è che non importa con chi salirò sul palco, l’importante è che ci salga io». Così parlava Ozzy Osbourne, col suo tipico mix di sprezzo e autoironia, alla fine degli anni ’90. Erano passati pochi anni dal No More Tours con il quale aveva dichiarato la fine della sua attività live. Quella volta aveva fatto le cose in grande: era reduce dal suo migliore album da un decennio a quella parte, aveva recuperato credibilità, forma e sfacciataggine. Era l’Ozzy che tutti noi avevamo sempre sognato di vedere, che era riuscito persino a convincere gli amici Black Sabbath a tornare a suonare con lui per l’ultima volta. Cosa che aveva causato la seconda rottura dei compagni con Ronnie James Dio. Ma per permettere a Ozzy di chiudere la carriera nel modo più epico possibile valeva persino la pena di rompere quel sodalizio.

Ora sappiamo che il Madman è stato precursore della pratica di annunciare la fine di tutto per poi tornare regolarmente sui propri passi. Cosa nota a gente come Mötley Crüe, Kiss o Scorpions, che negli ultimi dieci anni è riuscita a creare un vero business sul “venitemi a vedere perché poi smetto”. La verità è che Ozzy senza salire su un palco non si sentiva niente. «Se potessi cambiare qualcosa di me, cercherei di darmi quella serenità che sto cercando sin da quando ero bambino», diceva. «Sono nato con la paura addosso, e ho tanti, ma tanti demoni che mi influenzano a più livelli. La mia insicurezza è il motivo principale per cui ogni tanto ci ricasco con l’alcol e con tutto il resto».

Continuare a scrivere e a salire su un palco non è stato altro che un tentativo, probabilmente non del tutto funzionale, per arrivare al raggiungimento di quella serenità. Per questo, parlare dell’inevitabile annuncio della cancellazione del suo tour europeo e la fine dei suoi «touring years» non è un necrologio, ma ci si avvicina in modo sinistro. E per lo stesso motivo i tanti messaggi che hanno inondato i social parlando della probabile disperazione della moglie Sharon, da sempre accusata di spremere il marito fino all’inverosimile dimostrano quanto poco si sia inteso dell’uomo Ozzy e della sua compagna di una vita. Quando lui si rasava a zero appena prima di uno show, in modo da causarne la cancellazione, Sharon capiva che si trattava di autosabotaggio, di autolesionismo e lo costringeva a salire sul palco con una parrucca. Non perché fosse spinta dall’idea delle possibili perdite, ma perché consapevole dei disturbi del marito e del bisogno di stare davanti al proprio pubblico.

Il bisogno di pubblico di Ozzy era simile a quello di Freddie Mercury, ben spiegato da Kurt Cobain nella sua lettera d’addio. Un bisogno che lo stesso Kurt avrebbe voluto avere e che probabilmente ha portato il cantante dei Black Sabbath a vivere così a lungo. L’ironia macabra della faccenda è che il nome della nuova serie di concerti ricalcava proprio quella dei primi anni ’90. Forse l’ultimo tentativo di Ozzy di sconfiggere il fato. Certo, potremo ancora sentire nuova musica, anche ottima musica, come quella uscita negli ultimi anni. E Ozzy dice che sta cercando «idee per farmi continuare a esibire senza muovermi di città in città». Ma per lui, come per tanti colleghi, scrivere musica significava in primis immaginarla in giro per il mondo. Trasformata dalla voce del proprio pubblico.

La cosa più bella e umana di Ozzy è che ogni volta in cui lo vedevi dal vivo potevi comprenderne lo stato emotivo. E potevano essere concerti impeccabili dal punto di vista dello spettacolo o dei disastri completi, ma uscendo nessuno si permetteva di dire: «beh stasera ha fatto cagare». Magari ti scendeva una lacrima, perché capivi la sofferenza che stava dietro a quelle performance. Come quando lo vidi a Rho insieme a un manipolo di amici che dovevano sopperire alla cancellazione del tour dei Black Sabbath per il tumore di Tony Iommi. Ozzy aveva visto molti cari soffrire per mali del genere, tanto da essere diventato il suo peggior incubo: «Un sacco di gente che mi sta intorno ha iniziato ad ammalarsi», diceva già nel 2001. «Chiamami pure ipocondriaco, ma vado regolarmente a fare degli esami, e se ho qualche sensazione strana o sento un gonfiore nel punto sbagliato non me la prendo comoda manco per il cazzo. Ti ricordi Randy Castillo, il mio vecchio batterista?».

La notizia della malattia di Iommi lo distrusse, riportandolo indietro nel tempo. Iommi era sempre stato il suo alter ego musicale. Il suo McCartney. Prima si è chiuso in casa, pensando alle cose peggiori. Poi è ripartito con l’unica cosa che sapeva fare per non pensare al dolore. Dopo tre pezzi, gonfio e forse ubriaco, non aveva già più un briciolo di voce. Tuttavia resta una delle cose più intense cui abbia mai assistito. Per questo non si tratta solo dell’addio ai tour di un vecchio artista che, in ogni caso, aveva comunque già dato tutto da tempo. È qualcosa di molto più grande. In primis è forse l’inizio della fine di un uomo che abbiamo sempre ritenuto più forte di tutto. Una cosa che fa sentire un po’ più deboli e soli anche noi.

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