“Nostalgia” deriva da due elementi greci, “nostos”, ritorno, e il suffisso “-algia”, da “algos”, dolore. Il termine però è ben più recente, coniato nel 1688 da uno studente diciannovenne di Basilea, Johannes Hofer, durante una sua tesi di laurea in Medicina. Hofer aveva osservato una particolare condizione che colpiva i soldati mercenari svizzeri ingaggiati all’estero: la mancanza di casa acquisiva livelli patologici che finivano per influenzare l’umore e il rendimento dei soldati, tanto da suscitare interesse medico e coniare una locuzione per questa condizione endemica, ovvero “male svizzero”. Il laureando Hofer cazzeggiò vanesiamente col greco antico e se ne uscì con una nuova parola che identificava prima una malattia, poi, in letteratura, una forma di malinconia smussata degli elementi patologici e oggi, nell’era della mobilità e dei ricordi digitali veicolati da app e social (società della memoria, l’ha opportunamente definita l’antropologo Arjun Appadurai) un potentissimo motore in grado di generare milioni e milioni di utili.
Sì, perché la nostalgia non si può provare comodamente sul nostro divano, no, bisogna guadagnarsela: per sperimentare la nostalgia bisogna necessariamente viaggiare, dice il sociologo Massimo Cerulo, fisicamente o mentalmente: “La nostalgia può diventare una sorta di motore interiore che spinge a partire, a lavorare in termini emotivi al fine di provare a comprendere meglio la propria esistenza del momento e, di conseguenza, la propria identità”. Ma partire per dove? Ovviamente per una delle 42 date del reunion tour degli Oasis del 2027 in UK, Irlanda, Europa e Stati Uniti.
Gli Oasis siamo noi, o meglio, la maggior parte di noi: due buzzurri della working class cresciuti ai margini della società civile, poveri, incolti, vessati da un padre alcolizzato e violento che attraverso la magia quintessenziale della musica pop si sottraggono a una dura vita facendosi strada a colpi di accordoni iperdistorti, ritornelli assassini e un’arroganza che al confronto Fabrizio Corona ha problemi di autostima e scalano la vetta dello stardom fino a diventare la rock’n’roll band più grandiosa degli ultimi 20 anni (più o meno dai… ma non stiamo qui a sottilizzare). È una grandiosa storia di speranza, una favola rock di rivalsa con un arco narrativo perfetto in cui c’è tutto: ascesa, declino, litigi fratricidi degni di una tragedia greco-romana e alla fine il nostos, il ritorno, nel 2025.
Vedere le immagini dei Gallagher che cazzeggiano annoiati mentre attendono di essere intervistati con l’espressione ebete, il cappello da pescatore, la felpa Adidas col logo vecchio (non quella schifezza che sembra una piramide hi-tech di una holding finanziaria) ci riporta istantaneamente a un mondo più semplice, dove la musica che ascoltavi era solo tua e te la andavi a comprare nel negozio di dischi, dove un litro di benzina constava in media 1800 lire (0,97 euro), dove il tuo unico problema era sperare che Elena della III E si accorgesse di te (spoiler: non avveniva). Sentirli buttare merda sui colleghi, rispondere alle domande di intervistatori sempre più disorientati con la disarmante franchezza di un muratore bergamasco al quinto giro di grappa, non fare mistero nelle proprie tensioni interne era un’esperienza mistica e appagante.
La fine improvvisa della band, i rapporti rovinosi tra Liam e Noel, gli anni passati a sperare mentre il mondo faceva progressivamente sempre più schifo, figuriamoci la sua colonna sonora, alimentati dal male digitale per eccellenza di questo decennio, la FOMO, hanno portato letteralmente a un’ondata di isteria collettiva globale quando a sorpresa gli Adi e Rudolf Dassler del Brit pop si sono riconciliati e hanno annunciato una serie di date nel 2025. Il livello di ansia per accaparrarsi un biglietto, unito al luciferino sistema di dynamic pricing (per il quale andrebbe istituito un nuovo tribunale di Norimberga) mi aveva fatto stare lontano dal computer. Nemmeno le mirabolanti stories di tanti amici e conoscenti che urlavano a squarciagola lanciando bicchieri di plastica pieni di birra mentre cantano Acquiesce o Live Forever mi aveva fatto desiderare di essere lì. Per quanto avessi vissuto gli albori del duo di Burnage da vicino non ero mai stato un superfan.
Nemmeno la seconda tornata con le sospirate date italiane (due all’Olimpico di Roma che poi, per via di una «phenomenal demand» sono diventate tre) mi ha fatto venire voglia anche alla luce dei prezzi tutt’altro che popolari: 258 euro per il primo settore numerato e 207 per il prato al netto delle commissioni mi sembrerebbero tanti anche se venissero a suonare a casa mia e io chiedessi loro di rifare Roll With It da capo perché mi sembrava moscia e sul finale c’erano delle sbavature, però per tantissimi, per milioni di persone gli Oasis sono il verbo, sono l’alfa e l’omega, sono l’adolescenza perduta che rivive nell’eterno ritorno di Nietzsche.
Il mio atteggiamento però cambia quando mi imbatto in un articolo che raccoglie alcune dichiarazioni dei fan che da quasi 20 anni aspettano di vedere in Italia i fratelli Gallagher: una serie di peana più o meno passivo-aggressivi (non mi scomodo a usare l’inflazionato aggettivo “tossico”) in cui i fan “storici” intimavano a quelli “occasionali” di starsene a casa, di lasciare quest’occasione a chi la attende da anni, come il povero vecchio cane Argo a Itaca. Il gatekeeping unito alla ormai conclamata scarsità di eventi live epocali, all’accesso ai biglietti sempre più difficile e alla FOMO alimentata senza pietà sui social genera un cocktail devastante: anche perché chi minchia sarebbero i fan occasionali? Come si fa a definire una categoria del genere in un mondo dove tutta l’informazione compresa la musica è praticamente accessibile con un click? Ai miei tempi era facile: avevi la maglietta della band, avevi investito tutta la tua misera paghetta per l’acquisto degli album prendendo la 90 e andando nel negozio di dischi dove dovevi anche superare il bullismo vessatorio del commesso del negozio. Poi tornavi a casa e quel disco te lo ascoltavi per mesi, anni. Quella musica era tua. Oggi è di tutti quelli che hanno un dito e un paio di orecchie.
Preparo i popcorn e mi tuffo nella sezione commenti come Paperon de’ Paperoni nel mare di monete del suo deposito. C’è di tutto, come la ragazza che racconta indignata che a Wembley una ragazzina davanti a lei stava shazamando Supersonic commentando «non aggiungo altro». C’è quello che propone tra il serio e il faceto (più o meno) una selezione all’ingresso basata sull’abbigliamento: se hai i jeans col risvoltino e il piumino resti fuori. C’è l’ascoltatore solidale che afferma «io che conosco giusto un album non mi permetterei mai di togliere il posto a quelli che realmente sono fan e conoscono tutta la discografia». Insomma, leggendo un centinaio di interventi si evince che andare a un concerto degli Oasis oggi assomiglia di più al concorso per diventare magistrato: non devi amare lo stile della band o pensare che parli a te, devi essere preparato, conoscere a menadito la discobibliografia.
Siccome quel giorno sono annoiato faccio una cosa che non si dovrebbe mai fare: rispondo al commento di un utente. Ne scelgo uno che mi pare sufficientemente rancoroso: «persone che confondono Liam con Noel… devono lasciare i biglietti a chi come me segue la loro musica da quasi 10 anni (un limite che ha stabilito lui essendo nato nel 2000, nda). Senza se e senza ma. Dov’era questa gente con Liam e Noel da solisti?». Inizio a entrare a gamba tesa sottolineando come tutto il suo discorso mi faccia venire un attacco di diarrea al cervello, lui ribatte dicendo che non capisco l’italiano, che il suo è un discorso meritocratico che riguarda i fan e gli occasionali, categoria i cui confini lui è in grado benissimo di tratteggiare. Scoraggiato e depresso dall’inutilità del dibattito mollo il colpo dopo tre o quattro risposte, non prima che lui si affretti a dirmi che si è laureato in filosofia. Pensate gli altri. Eh sì, perché il problema sono quelli che non hanno mai ascoltato i bootleg giapponesi dove Liam rutta tra un pezzo e l’altro, non certo i prezzi assurdi, le regole d’accesso, il secondary ticketing, i bot e un sistema che trasforma il più popolare dei riti condivisi in un’esperienza che mi ricorda un aperitivo su uno yatch a Porto Cervo.
Decido una cosa: a sfregio tenterò di comprare due biglietti degli Oasis, giusto per fare incazzare i “veri” fan. Magari ci andrò davvero, più probabilmente li cederò ad amici. Dopotutto i primi tre dischi li so a memoria, li seguo da quando sono usciti, non vado ai concerti per «fare video su TikTok» (il marchio infamante ricorrente che definisce l’odioso occasionale). Vado sul sito degli Oasis a registrarmi e scopro che per completare la registrazione bisogna rispondere a una domanda a risposta multipla «quale disco hanno pubblicato gli Oasis nel 1995?», un quesito insidiosissimo per chiunque, come no, anche volendo fingere che Google non esista. Una volta completata la registrazione non resta che attendere che la mano invisibile di John Maynard Keynes (forse non proprio la sua) distribuisca randomicamente i codici personali associati al proprio indirizzo e-mail con i quali sarà possibile tentare l’acquisto dei biglietti solo ed esclusivamente su Ticketmaster e sono in specifiche finestre temporali il 25, 26 e 27 settembre. Niente prevendita o vendita generali.
Noi italiani siamo abituati a soffrire alla tragica e straziante lotteria dei rigori, ma quando iniziano ad arrivare le prime testimonianze in quella gigantesca cassa di risonanza che è Instagram, con gente che esibisce i biglietti con più fierezza della laurea quinquennale, inizia a serpeggiare l’isteria. Ricevo telefonate di gente che non ha ancora ricevuto i codici, altri che si sono registrati con 12 indirizzi di amici, conoscenti, zie morte da poco. I giorni passano e la psicosi aumenta. In tanti che conosco hanno ottenuto i sospirati tickets, sebbene sforando drammaticamente il loro budget perché quando finalmente era il loro turno gli unici biglietti rimasti erano quelli super premium pettinati ottenibili anche con un finanziamento su Klarna. Ma sappiamo che ogni uomo o donna si spezza se torturato abbastanza a lungo, e ore di waiting room e di coda bastano a farti arrivare spossato al salasso.
Sono genuinamente felice per i tanti che finalmente potranno vedere i loro beniamini dal vivo, ma non posso fare a meno di pensare che tutto questo abbia sempre meno a vedere con la musica, con la fruizione artistica in quanto tale rispetto alla performance, al bisogno di esserci, al bisogno di essere inclusi in qualcosa di sempre più esclusivo, in ultima analisi ai soldi. Dopotutto te lo dice proprio Ticketmaster quando ce la fai dopo aver versato l’equivalente della caparra per la casa: “Alessandro, ci sei anche tu!”. E il fatto che all’indomani del sold out generale Liam, la più grande rockstar vivente, perculi tutti gli esclusi con tweet al vetriolo non fa che aumentare la mia sensazione che questa sia l’ennesima rock’n’roll swindle, Champagne Supersola.















