C’è un po’ di Napoli a Nashville | Rolling Stone Italia
Americanapoli

C’è un po’ di Napoli a Nashville

Valerio Piccolo e Davide Napoleone hanno portato nella Music City, a un grande festival di musica country-folk, il loro progetto sui classici napoletani rivisitati in chiave Americana. E hanno fatto un sacco di foto

C’è un po’ di Napoli a Nashville

Valerio Piccolo e Davide Napoleone

Foto per gentile concessione degli artisti

A Nashville c’è il Partenone. Sì, avete letto bene, non è un refuso. A-Nashville-c’è-il-Partenone! Una replica del 1897 in scala reale, identica all’originale. All’uscita dell’Interstate 40.

Basterebbe questo, forse, per raccontare quanto sia stato incredibile, a tratti surreale, questo viaggio. Da Napoli a Nashville in musica: già solo l’idea, del resto, sa un po’ di assurdo. O forse no, forse è semplicemente un’idea che mescola un pizzico di follia all’audacia, alla ricerca storica e alla creatività. Prima di raccontarvi di Nashville e dei nostri giorni passati qui, però, facciamo un piccolissimo passo indietro, a quando è cominciata tutta questa storia. Un paio d’anni fa, noi, Valerio Piccolo e Davide Napoleone, ci siamo incontrati sulla scia della musica. Complici un’etichetta e un’origine campana in comune, abbiamo pensato che ci sarebbe piaciuto creare un progetto insieme. E a quel punto è entrata in gioco un’altra componente che abbiamo in comune: essere, a modo nostro, entrambi migranti. Migranti, emigranti, fuorisede: scegliete voi il termine, fatto sta che tutti e due abbiamo lasciato presto le nostre terre per percorrere strade. Strade diverse, lontano da casa. Uno (Davide) subito verso il nord dell’Italia. L’altro (Valerio) un po’ in giro per il mondo per poi approdare a Roma.

 

Sarà per via di quest’ultima componente comune che abbiamo pensato di scandagliare – musicalmente e culturalmente – una delle più famose migrazioni musicali e artistiche del mondo: quella che tante volte, ciclicamente, ha creato un ponte tra Italia e Stati Uniti. Una strada a due sensi, su cui sono transitate cose e persone. Frequenti andate e frequenti ritorni, e Caruso che incide O sole mio in New Jersey, e Elvis Presley e Dean Martin che negli anni ’60 prendono le canzoni classiche napoletane e le traducono per farle diventare delle vere e proprie hit nazionali: It’s Now Or Never (‘O sole mio), Surrender (Torna a Surriento), Just Say I Love Her (Dicitencello vuje).

E allora eccola, la nostra idea: Americanapoli. Rifare il percorso di Elvis, Martin e compagnia, ma a modo nostro. A ritroso, in un certo senso: restituire la lingua originale a quelle canzoni “prestate”, ma fondendole anche noi con il Paese “altro”. Risultato? I brani classici napoletani rivisitati in chiave Americana, questo genere musicale a stelle e strisce non sempre facile da definire, ma che per comodità spesso chiamiamo country-folk. Contrabbassi, chitarre lap e pedal steel, mandolini, armoniche. E, in mezzo, voci armonizzate. Che cantano in napoletano.

E poi, certo, un boccone tira l’altro, e allora ecco l’idea di proporlo proprio a Nashville, questa clamorosa Music City americana in cui ogni anno si svolge il più grande festival di musica country-folk nazionale: l’AmericanaFest. E proprio l’AmericanaFest un giorno ci risponde dicendo: «Perché non venite quest’anno a fare uno special event da noi, così raccontate questa storia che in pochi conoscono?».

E così andiamo. Napoli-Roma-New York-Nashville. Non in due, però. Abbiamo compagnia. C’è Pino (Pecorelli), che coordina e produce il disco (sì, perché ovviamente l’appetito vien mangiando, e noi vogliamo registrare anche un disco, qui a Nashville). C’è Francesca (Romana Zanni), che scrive un documentario su questa storia (sì, perché ovviamente vogliamo farci anche un documentario). E c’è Alessio (Saglio), che sta appiccicato a Francesca perché deve riprendere tutto. Partiamo. Restiamo. E ora stiamo tornando. E quindi? Come è andata a Nashville?

Tutto assurdo, appunto. E surreale, travolgente. Due settimane piene zeppe di momenti incredibili. Di cui proviamo a farvi una piccola track list, in ordine sparso.

1) La Broadway di Nashville, una specie di Paura e delirio a Las Vegas in chiave musicale, con un locale attaccato all’altro, in ognuno dei quali ogni giorno suonano decine di band e il retro dei palchi confina con le vetrine (aperte) su strada, quindi i batteristi di fatto danno la schiena ai marciapiedi stracolmi di gente urlante tra alcol, hot dog, insegne rotanti e sgargianti e negozi di camicie, cappelli e stivali da cowboy.

 

2) Robert Plant che ci sfiora, passando a un centimetro da dove siamo seduti noi, mentre va a ritirare il premio alla carriera alla cerimonia di consegna degli AmericanaFest Award 2026 allo storico Ryman Auditorium.

3) La mozzarella del Wisconsin che usiamo per fare una cena italiana per gli amici americani di Nashville, a casa nostra, per festeggiare il compleanno di Pino. Uno (Valerio) mette la mozzarella americana nella pasta al forno, l’altro (Davide) la usa per la pizza che ha personalmente impastato e che ha lievitato almeno 24 ore.

4) L’emozione del debutto ufficiale di Americanapoli. Primi di sempre a cantare in napoletano al Festival. Saliamo sul palco rigorosamente in giacca e completo verde (Davide) e ruggine (Valerio), al Love and Exile di East Nashville, e la gente canta e batte le mani insieme a noi su Funiculi’ funicula’, il pezzo che chiude la nostra set list.

 

5) Jed Hilly, executive firector del Festival che, tra i mille impegni dell’AmericanaFest di quella sera, viene a vedere proprio il nostro concerto e poi, alle 2 di notte, ci invita da Dino’s a mangiare il famoso Nashville Chicken (piccantissimo) insieme al suo assistente Alex che, guarda caso, ha i cugini a Gesualdo, provincia di Avellino, e quindi farcisce i suoi discorsi di parole poco italiane e molto dialettali.

6) Noi due che, presi dall’euforia, senza alcun timore, quella notte stessa, con le papille gustative provate dallo spicy hot chicken, torniamo a casa prendendo un taxi Waymo, un’auto senza guidatore completamente automatica.

7) L’ascolto di Are You Lonesome Tonight, allo storico studio B della RCA, rigorosamente al buio, così come l’aveva incisa Elvis. E subito dopo, l’ascolto della versione di I Will Always Love You registrata proprio lì da Dolly Parton.

8) L’incontro alla pizzeria Bella Napoli con Antonio, che 40 anni fa è arrivato a Nashville da Napoli per suonare la chitarra, e dopo tutti questi anni di note non vede l’ora di andare in pensione per andarsene a vivere a Telese, in provincia di Benevento.

9) Venire a sapere, il giorno dopo il nostro concerto, che Miley Cyrus aveva richiesto tutto il locale dove abbiamo suonato noi, per fare quattro giorni di secret show, ma Tyler, il proprietario, le ha detto di no perché una di quelle sere aveva noi in programma!

10) Le indescrivibili recording session al Welcome to 1979, uno studio a due piani completamente analogico dove, a parte una strumentazione a dir poco da urlo, per scendere dal piano di sopra a quello di sotto si può usare uno scivolo, e dove tra un pezzo e l’altro si chiacchiera in una sala giochi con flipper, biliardino e juke-box.

Ecco, queste 10 “tracce” le definiremmo solo un best of di tutte le cose che ci sono successe in appena due settimane. Le altre, per il momento, ce le teniamo per noi. E intanto torniamo a casa.