«Mi dispiace non poterne parlare», mi dice Brian Molko alla fine della nostra chiacchierata. Si riferisce alla causa in corso per gli insulti («fascista e razzista») rivolti alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni dal palco del Sonic Park di Torino nel 2023, per i quali il frontman dei Placebo sta affrontando un procedimento penale avviato per il reato d’ufficio di vilipendio delle istituzioni della Repubblica. Rischia una sanzione economica e attualmente è rinviato a giudizio. In questo momento quindi, comunica il gruppo, «non possiamo rispondere ad alcuna domanda sull’argomento, poiché si tratta di un procedimento legale ancora in corso».
Il motivo per cui sono qui a parlare con lui è la pubblicazione della nuova versione di Placebo, il primo album della band uscito trent’anni fa. Un modo per riappropriasi di un periodo storico che non esiste più e far sì che quell’urgenza possa rivivere con una nuova tecnologia, una nuova consapevolezza e una nuova voglia di mettersi in discussione. Gli chiedo quindi da dove sia nata l’idea. Molko mi dice che è “colpa” di Tricky. «Alla fine del 2024 ho letto un’intervista in cui raccontava di voler rifare il suo primo disco, Maxinquaye, perché all’epoca non aveva l’esperienza in studio né l’accesso alla tecnologia necessaria per trasformare in suono quello che aveva in testa, e di portarsi dietro da allora un rapporto irrisolto con quel disco. Leggendo queste parole ho realizzato che stavano descrivendo esattamente la mia situazione».
«Quando siamo entrati in studio la prima volta tutto quello che sapevamo fare era registrare le canzoni come le suonavamo dal vivo. Che per un primo disco va benissimo, ma quell’inesperienza ha continuato a tormentarmi negli anni». Poi è arrivato il trentesimo anniversario di Placebo e da lì la scintilla. «Ho pensato: che idea fantastica ha avuto Tricky. Devo rubargliela! Così avrei avuto la possibilità di riparare il mio rapporto con questo disco e con queste canzoni».
Dopo aver cercati e trovato in Rob Kirwa un produttore «diretto e brutale» nel dirgli cosa funzionava e cosa no, Molko si è trovato davanti a un compito che aveva rimandato per troppo tempo. Ascoltare di nuovo il disco. «Non ci crederai ma non l’avevo mai più messo su da quando l’avevamo registrato. Verso la terza o quarta canzone ho capito che il disagio che mi portavo dietro era tutto nella mia testa. Venticinque anni fa ho avuto una sensazione, ho deciso che quella sensazione fosse la verità, e poi me la sono portata addosso per venticinque anni, come se mi stessi punendo da solo. È piuttosto strano, psicologicamente, rendersene conto». Ride di se stesso: «Ho pensato: che stupido sono stato! Perché forse è un disco ingenuo, forse è troppo minimale, ma non c’è niente di sbagliato in quelle canzoni».
Sul piano artistico l’obiettivo era trovare un punto d’incontro tra il modo in cui quelle canzoni vengono suonate dal vivo oggi, dopo trent’anni di concerti, e il modo in cui suonavano nel 1996. «Per noi era fondamentale preservare l’integrità dell’originale. Non abbiamo tolto nulla dal disco. A parte, forse, un didgeridoo in una canzone». E qui arriva la battuta che meglio racconta lo spirito dell’operazione: «Si dice che i Beatles fossero così fatti da lasciare suonare chiunque passasse in studio. Ecco. Quel giorno in studio eravamo così fatti da lasciare che Robert Schultzberg (batterista della band dal 1993 al 1996, nda) suonasse il suo maledetto didgeridoo». E cosa ne hai fatto? «L’ho sostituito con un sintetizzatore». Sì, ok ci sta. E poi? «Un sacco di overdub. Chitarre, pattern di tastiere e delle voci di supporto di Stefan». C’è anche il gioco di specchi di duettare con il sé di 30 anni fa. «È stato interessante scoprire le somiglianze e le differenze tra il cantante che sono oggi e quello che ero allora».
Su un punto torna, però, più volte, quasi a voler essere certo che arrivi forte e chiaro. Questo disco non vuole sostituire l’originale. «È pensato come un compagno di viaggio, non come un sostituto. Non stiamo eliminando niente: la versione originale resterà disponibile, e starà ai fan scegliere quale ascoltare. Se qualcuno teme di perdere l’accesso all’originale, può stare tranquillo. Non succederà».
La conversazione poi si sposta sugli anni ’90 che per la musica inglese vuol dire Brit pop e Cool Britannia. Due concetti che i Placebo hanno attraversato come un corpo estraneo. In un decennio dominato da un’attitudine molto maschia, i Placebo (insieme agli Suede) rappresentavano qualcosa di diverso. Gli chiedo come fosse, in quegli anni, fare quel tipo di musica in Inghilterra e opporsi a quella cultura. «È facile guardare agli anni ’90 come a qualcosa di romantico e in parte è vero. Forse avevamo più libertà, più connessione fisica con gli altri. Ma ricordo anche molta ostilità. Molta omofobia, molta misoginia. Le persone trans non facevano nemmeno parte della conversazione, a quei tempi».
Il machismo, dice, era ovunque. Racconta un episodio specifico: «Ricordo di essere andato a un concerto di Paul Weller, pensando fosse un posto sicuro. Sono andato al bar e ho dovuto andarmene, perché un gruppo di persone era pronto a picchiarmi solo per come ero vestito». E non era solo questione di band: «Anche prima dei Placebo, quando uscivo, non è che mi vestissi in modo eccessivo. Solo un po’ di trucco, qualche unghia smaltata, i capelli lunghi. E nonostante questo, incontravo continuamente ostilità da gente che non conoscevo nemmeno». È da lì, dice, che nasce Nancy Boy: «Volevo provocare gli omofobi, ma anche riprendermi quegli insulti, farli diventare miei, togliere potere a quelle persone».
La fotografia che ne emerge è ambivalente: «Era un’epoca più omofoba e più misogina, ma allo stesso tempo, paradossalmente, avevamo più libertà sociale». E la cosa che gli manca di più, dice, sono i concerti di allora. «Era prima dei cellulari. Sono abbastanza vecchio da aver visto i Prodigy nel 1993: 15mila persone che impazzivano tutte insieme, senza telefoni in mano. Sembrava un’esperienza trascendentale, quasi religiosa. I concerti avevano più valore perché erano completamente effimeri, irripetibili». È quella sensazione, di essere trasportato per un attimo in un altro universo, che Molko dice di voler ancora ricreare ai concerti dei Placebo. «Oggi è più difficile, perché le persone vogliono usare i telefoni durante i live, e capisco perché, ha senso. Ma rende più complicato creare quell’euforia collettiva. È quello che sto ancora cercando di ricreare».
Anche con tutte le contraddizioni di cui ha parlato, negli anni ’90 c’era un senso di possibilità, una speranza di progresso, mentre oggi viviamo in un tempo diverso. I temi li conosciamo tutti, ma c’è un modo di resistere, anche nella musica, in questa epoca di iper individualismo e ritorno dei vari fascismi? Molko parte da lontano. «Negli anni ’80, anche se vivevamo sotto la minaccia dell’annichilimento nucleare a causa della Guerra fredda, c’era sempre la sensazione che ce l’avremmo fatta». Oggi, dice, quella speranza non c’è più, ed è una cosa profondamente distruttiva. «Quindi cosa scelgo di fare? La porto nella mia scrittura. Provo a raccontare cosa significa essere umani oggi, a raccontare la situazione socio-politica attraverso quello che le persone sentono nelle canzoni».
C’è un pensiero che lo inquieta in particolare, legato alle nuove generazioni: «In molti modi, stiamo già morendo per un futuro che pensiamo inevitabile, e forse è la prima volta che succede in questo modo. Penso che anche per la Generazione Z e la Generazione Alpha il patto sociale sia rotto». Non risparmia un riferimento più ampio, e più cupo, alla situazione politica europea: «Con il rischio di una deriva fascista anche in Europa, è difficile non sentire che stiamo andando indietro, dal punto di vista socio-politico. Continuo a essere sorpreso dal supporto che certi partiti ricevono in tutta Europa. Mi pare assurdo: non è passato così tanto tempo dalla fine della Seconda guerra mondiale, e nemmeno dalla fine del franchismo in Spagna». E aggiunge, parlando del clima ambientale: «Mi preoccupa, oggi. È uno stimolo come scrittore, ma come essere umano, quando inizi a pensare al futuro e ti rendi conto che non avremo mai avuto quel punto di non ritorno ambientale che pensavamo di avere, è difficile esistere. È un momento confuso, ed è difficile restare speranzosi».
Eppure, anche qui, Molko non chiude sul pessimismo. «Penso sia importante non perdere la speranza, e non sentirsi impotenti. Chi vuole sfruttarci vuole proprio che ci sentiamo impotenti, quindi non dobbiamo cadere in quella trappola. Solo noi possiamo costruire un mondo migliore, ma bisogna perseverare, e non dimenticare di non dimenticare la speranza».













