Brian Eno: «La gente vuole la pace, non 25 trilioni per le armi» | Rolling Stone Italia
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Brian Eno: «La gente vuole la pace, non 25 trilioni per le armi»

A Parma inaugura la sua mostra, indossa la spilla della Palestina, spiega perché «la musica non è più un canone» e che il problema dell'intelligenza artificiale «non è la tecnologia, ma chi la controlla»

Brian Eno: «La gente vuole la pace, non 25 trilioni per le armi»

Brian Eno con la spilla della bandiera palestinese

Foto: mostra 'My Light Years' a Parma

C’è qualcosa di estremo nel decidere di investire sulla bellezza mentre tutto intorno sembra collassare. Non sembra però fuga dalla realtà, ma strategia di sopravvivenza. Quando Ece Temelkuran scriveva How to Lose a Country, uno dei saggi più lucidi sulla deriva autoritaria contemporanea, si concedeva una deviazione quotidiana: inventare uccelli. Specie nuove e immaginate all’alba per affrontare la giornata, cioè il racconto del disastro. È da qui che parte Seed, il progetto che, dall’1 maggio al 2 agosto, porterà Brian Eno a Parma insieme alla mostra My Light Years. Non da una teoria artistica, ma da un gesto minimo e terapeutico: creare qualcosa di edificante per non soccombere al brutto.

L’opera ‘Face To Face’. Foto: mostra ‘My Light Years’ a Parma

La presentazione si è svolta oggi con i protagonisti del progetto nei Giardini di San Paolo, dove il suono si mescolava al mondo. I canti reali degli uccelli – capinere, cince, verzellini – si intrecciavano con quelli immaginati e generati sinteticamente. Nessuna gerarchia tra naturale e artificiale, tra reale e possibile. Una composizione che si sottrae al controllo, costruita su logiche combinatorie e casuali, coerente con la ricerca di Brian Eno sulla musica generativa: sistemi che producono variazioni infinite a partire da regole semplici. L’installazione si diffonde su 8.000 metri quadrati dei Giardini di San Paolo, trasformando lo spazio in una mappa sonora aperta. Non esiste infatti un punto di ascolto privilegiato, ogni visitatore costruisce la propria esperienza scegliendo inconsapevolmente cosa ascoltare.

E, vista l’epoca che stiamo vivendo, proprio Brian Eno ha ammesso che si tratta di un progetto inevitabilmente politico. «È politico perché quello che voglio fare è creare uno spazio in cui le persone possano fermarsi e pensare e sentire senza che nessuno dica loro cosa devono pensare e sentire. Spesso le persone non sono consapevoli che viviamo immersi in un fiume di messaggi che dicono cosa pensare, come pensarlo, quanto pensarlo e cosa non devi proprio considerare. Io penso che l’arte possa essere utile, perché deve dirmi pensa quello che vuoi e come vuoi, agli uccelli che senti qui, stare seduto su una panchina. Ci sono troppi messaggi che ci vengono dati e non è questo il mio ruolo». E allora Parma diventa un laboratorio, non una città che ospita ma un luogo che assorbe e restituisce. Un giardino delimitato in cui la realtà può essere temporaneamente riscritta.

Lopera ’77 Million Paintings’. Foto: mostra ‘My Light Years’ a Parma

Per capire davvero Seed bisogna guardare dove accade. Il Complesso di San Paolo non è una semplice location, è un sistema di pensiero costruito nei secoli. Monastero benedettino, spazio di clausura e macchina simbolica. Con la Camera della Badessa affrescata dal Correggio che non era solo una decorazione, ma uno strumento di conoscenza. E Portare un’opera come quella di Eno in un luogo così non è una sovrapposizione tra antico e contemporaneo, è un cortocircuito. Da una parte la concezione rinascimentale dell’arte come sistema complesso e stratificato, dall’altra una pratica contemporanea che lavora su algoritmi, generazione e percezione in mezzo al pubblico. I giardini, a loro volta, non sono mai stati solo uno spazio verde perché erano orti, luoghi di produzione, di meditazione, di tempo lento. Così oggi tornano a essere qualcosa di simile, ma aggiornato alla contemporaneità: non più autosufficienza materiale, ma autosufficienza percettiva. Uno spazio in cui si può stare senza essere continuamente sollecitati.

In più, all’interno dell’Ospedale Vecchio di Strada Massimo D’Azeglio, prende forma l’altra metà del progetto: My Light Years, la prima grande mostra europea di Brian Eno dedicata alla luce come mezzo artistico. Un percorso che attraversa oltre quarant’anni di ricerca, dalle prime opere video in VHS degli anni ’80 fino alle installazioni generative più recenti. Qui convivono lavori storici come Mistaken Memories of Mediaeval Manhattan (1980-81) e Thursday Afternoon (1984), insieme a opere cardine come 77 Million Paintings (2006), sistema visivo in continua mutazione, e lavori più recenti come Face to Face (2022), dove i volti umani si trasformano lentamente generando identità nuove e impossibili. La mostra include anche nuove Light Boxes create appositamente per Parma e segna il ritorno di opere storiche come Crystals (1984), costruendo un dialogo tra passato e presente che riflette la continuità della ricerca. Il progetto, curato e prodotto da Alessandro Albertini, si inserisce in una traiettoria che negli ultimi anni ha visto la sound art e le installazioni immersive uscire dai musei per dialogare con architetture complesse, spesso storiche. Entrambi i progetti sono realizzati dal Comune di Parma, con il sostegno di Fondazione Cariparma e, nel caso di Seed, del Pac (Piano per l’Arte Contemporanea del Ministero della Cultura).

Brian Eno. Foto: Cecily Eno

Brian Eno. Foto: Cecily Eno

Brian Eno, inoltre, si è presentato all’incontro con la stampa indossando sulla giacca una spilla con impressa la bandiera della Palestina. E ha spiegato il motivo: «Se cerchiamo di tradurre in parole quello che la pace può essere, questo è un esempio: non sarebbe bello vivere così, invece di un mondo in cui ogni anno vengono spesi 25 trilioni di dollari per le armi? Sarebbe bello che la pace possa essere accattivante e presentata in questo modo, che arrivi alle persone. Perché la pace alle persone piace, è questo che vogliono, quindi di contro c’è tanta propaganda e pubblicità perché ci sia così tanta guerra».

Eno, del resto, ha sempre lavorato in questa direzione. Dai Roxy Music alla produzione per David Bowie e gli U2, fino alla definizione stessa di ambient music, il suo percorso è attraversato dall’idea che la musica non deve per forza stare al centro, ma può essere uno sfondo attivo. Infatti non si è detto preoccupato della perdita di forza della musica a causa della quantità: «Ci sono in ogni momento della storia dei mezzi espressivi ed artistici che sono più importanti di altri. negli anni ‘20 era la pittura, negli anni ‘40-’50 la poesia. Questi mezzi di espressione diventavano prevalenti come canone. E attorno a questo canone le persone discutevano, erano d’accordo o meno. Negli anni ‘60-’70 il ruolo di arte canonica è stato della musica. Adesso la musica è così tanta, direi troppa, che è impossibile condividerla, parlarne e sapere di cosa parliamo. C’è stato un momento nella storia in cui tutti sapevano quale fosse la musica disponibile e che ascoltavano anche gli altri. Adesso non è più così. La musica non è più un canone. anche se continua ad avere un ruolo importante all’interno dell’ecologia culturale. La musica adesso è tantissima e ce n’è anche di ottima».

E rifugge dalla nostalgia: «Ci sono alcuni della mia generazione che dicono: “La musica che avevano noi negli anni ‘60 era migliore”. Non è vero, c’era in giro anche negli anni ‘60 un sacco di merda. Nel 1966 se prendiamo i venti brani più ascoltati in assoluto, diciassette su venti erano cose che non avremmo più voluto ascoltare, e non abbiamo più ascoltato. Adesso c’è tanta musica, anche nuova e affascinante, che non appartiene a una tradizione ben definita. E posso dire che, tra dieci o vent’anni, si troverà ancora un accordo sulla musica. Tornerà ad avere ancora un canone, che non ha avuto negli ultimi anni. Ci sarà un altro periodo canonico. Non presto, ma se fosse anche presto è qualcosa che probabilmente non credo arriverò a vedere».

Nello stesso modo sull’intelligenza artificiale, più che del mezzo si è detto preoccupato di chi lo controlla: «La mia fonte di preoccupazione non è l’intelligenza artificiale di per sé, ma chi ne è il proprietario. Sono le stesse menti che hanno creato i social media, con un atteggiamento divisivo e non collaborativo. Quello che importa è per cosa viene usata. Tra l’altro ce l’abbiamo da anni. È però in corso un processo di reingegnerizzazione che persegue scopi politici precisi, che sono tesi a trovare un altro modo ancora per controllarci. In un mondo in cui poche persone estremamente ricche si arricchiranno ulteriormente. Non è importante la cosa in sé, ma cosa fa un sistema come l’intelligenza artificiale, per cosa viene utilizzata. E viene utilizzata per portare avanti un controllo sociale iniziato con i social, perché sono le stesse persone che ci stanno dietro. Ma non dite che sono un pessimista».

Infine, non ha mancato di fare un omaggio agli italiani: «Un mio caro amico, Robert Wyatt, mi ha detto: “Gli italiani sono i migliori”. È così, apprezzo la socialità del vostro paese, che le persone dedichino così tanto tempo a stare insieme e che sprechino questo tempo, nel senso di mangiare a lungo assieme o andare a vedere qualcosa in un museo o fare direttamente arte. Io, invece, vivo in un posto molto diverso. Vivo nel centro commerciale mondiale, Londra. Il centro della finanza, dove vivono i miliardari che evadono le tasse, riciclano denaro e sono corrotti. Dovreste essere contenti di vivere in un paese che pone al centro la bellezza e apprezza le esperienze, anche sensoriali, di grande qualità».