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Bravi ABBAtar: agli ologrammi è meglio pensarci da vivi

Dopo aver visto sul palco le versioni virtuali di Tupac, Whitney e Michael Jackson, è ora tutto pronto per il tour degli ABBA in versione 3D, giovane e bella. Almeno a guadagnarci non saranno solo quelle sanguisughe degli eredi

Se c’era una cosa che volevo vedere prima di avvicinarmi troppo all’età degli ABBA, beh quella cosa era proprio la reunion degli ABBA. Anche solo perché io gli ABBA non li ho mai visti davvero. Il loro ultimo disco è uscito nel 1981, quando ero ancora tra gli angeli, mentre la prima volta in cui ho scoperto la loro esistenza credo fosse verso la fine degli anni ‘90, quando a casa di mia nonna trovai l’audiocassetta di Voulez-Vous. «Piacevano allo zio». E quello fu tutto quello che mi fu concesso di sapere quel giorno.

Poi con gli ABBA ho recuperato, e a questo punto toccherà sentire mio zio per sapere se Björn, Benny, Agnetha e Anni-Frid – continueremo a chiamarli Abba per comodità – gli piacciono pure ora che hanno annunciato un nuovo disco ma soprattutto un tour con i biglietti già in vendita. Non fosse che un vero tour non è: cioè, sì, c’è un palazzetto (che porta il loro nome), ci sarà il pubblico e ci saranno pure loro, ma in versione avatar (in questo caso giustamente ABBAtar), proiezione creata durante interminabili settimane in cui gli ABBA, quelli veri, quelli che pagano le tasse, sono stati collegati a decine di sensori simili al Tesmed, che hanno registrato tutti i loro movimenti. A mettere in piedi questo scherzo c’è un team di 850 persone che fanno parte della Industrial Light & Magic fondata niente di meno che da George Lucas. Il risultato sono queste repliche che li ritraggono giovani e belli, ma con le voci attuali. Che è un po’ come presentarsi alla reunion del liceo con ancora tutti i capelli in testa ma con l’entusiasmo azzerato da vent’anni di lavoro mal retribuito.

Nell’anno in cui viaggiamo su Marte, siamo sicuri che anche gli ABBAtar saranno spaziali (chiedo scusa). Certo, comoda la vita così. Uno si crea l’avatar e chi s’è visto s’è visto. Ma fatelo voi un tour con decine di date a quell’età. Le articolazioni si fanno sentire, il fiato pure, la voglia non parliamone. Per dire, dopo due anni di Covid un avatar lo vorrei pure io che anagraficamente dovrei essere nel pieno delle mie forze. Almeno uno che si ciucci le call su Zoom.

Gli ABBA, comunque, sono e restano pionieri. Non solo per aver scritto Chiquitita, ma perché sono i primi a realizzare un’operazione del genere senza essere sepolti sotto tre metri di terra.

Negli ultimi anni abbiamo visto le versioni virtuali di Tupac, di Michael Jackson, di Whitney Houston e di molti altri. Tutti realizzati quando loro erano già passati a miglior vita da un po’. Whitney, dopo il trapasso, ha pure duettato con Christina Aguilera, svuotando di significato l’espressione “Neanche sul mio cadavere”.

Magari quel duetto non sarebbe mai andato in scena se Whitney fosse stata ancora tra noi, chi lo sa. Ma qui si apre il capitolo dell’eredità artistica, che va a mischiarsi un po’ al discorso che si fa sempre quando esce un disco postumo: l’artista avrebbe voluto la pubblicazione? Forse c’è un motivo se quelle canzoni non sono mai uscite. Invece poi arrivano gli eredi e tac, pubblicano tutto con triplo cofanetto carpiato, meglio se sotto le feste.

Anderson .Paak, che fortunatamente sta benissimo, è già corso ai ripari tatuandosi sul corpo la frase «Quando non ci sarò più, per favore non pubblicate nessun album postumo o canzoni con il mio nome. Quelli erano solo demo e non sono mai stati destinati ad essere ascoltati dal pubblico». Già che c’era poteva aggiungere una postilla sugli ologrammi. «Quando non ci sarò più, per favore non fatemi andare in tour».

Cambia tutto se però gli artisti sono vivi e scelgono di diventare avatar: il concerto non ricorderà un memorial funebre che tenta la carta della simpatia, ma soprattutto a guadagnarci saranno i vostri artisti preferiti e non quelle sanguisughe dei loro parenti o eredi.

Quindi ben venga, ABBAtar. Siamo qui e abbiamo voglia di conoscervi. Facciamo però che questo giochino lo concediamo solo a voi e pochi altri, altrimenti poi ci si abitua e manco i concerti sono più concerti. E allora forse sì che a quel punto bisognerebbe andare a vivere su Marte.

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