I Dry Cleaning avevano fatto grandi piani per il 2026. Dopo aver lavorato per due anni a Secret Love si preparavano a lanciare un tour di 21 date in Nord America, un mercato storicamente forte per loro, con una data prevista per lo scorso 23 gennaio a Chicago. La prevendita stava andando bene, il morale era alto. I visti per gli Stati Uniti, però, tardavano ad arrivare pur avendoli chiesti con mesi di anticipo. Si sono trovati di fronte a migliaia di dollari in costi per accelerare le pratiche, oltre alle spese già piuttosto elevate necessarie per organizzare un tour di quelle dimensioni. «Ho fatto un po’ di conti, la gestione dei flussi di cassa mi preoccupava», spiega il manager del gruppo Tim Hampson. «C’erano troppe variabili in ballo per stare tranquilli».
E così verso la metà di novembre 2025 i Dry Cleaning hanno deciso di cancellare il tour annunciato un mese prima e rimandare la maggior parte dei concerti. Nel comunicato diffuso a inizio dicembre citavano «le forze economiche sempre più ostili che governano i tour al giorno d’oggi», dando voce a una preoccupazione sempre più diffusa nell’industria musicale: oggi è più che mai difficile far quadrare i conti suonando dal vivo.
«È tosta», dice Florence Shaw, la cantante dei Dry Cleaning. «Fino a pochi anni fa la cosa era decisamente più fattibile. È tutto peggiorato. Non si tratta neanche più di guadagnarci qualcosa, ma di riuscire ad andare in pari». È una cosa sempre più comune, aggiunge il bassista Lewis Maynard. «Vedo un sacco di band che cancellano tour che stanno vendendo bene ed è una follia».
È una cosa particolarmente frustrante per gruppi come i Dry Cleaning, che hanno passato anni a lavorare duramente per sviluppare un loro sound e costruirsi un pubblico live. «La domanda c’è e l’offerta pure», dice il batterista Nick Buxton. «Girano un sacco di soldi, è solo che i prezzi di voli, tour bus, hotel, persino del cibo stanno diventando folli».
«Spero che le cose cambino», dice Maynard, «altrimenti una gran fetta dell’attività live scomparirà. È una prospettiva che fa paura».
Dry Cleaning. Foto: Amy E. Price/Getty Images
Guadagnarsi da vivere suonando non è mai stato facile come può testimoniare chiunque abbia passato più di un paio di settimane nell’industria musicale. «Per farcela servono tempismo, talento, fortuna», dice Karl Morse, partner agent di ROAM che organizza tour per band come Goose, Khruangbin, Lumineers. Non è mai stato facile, ma negli ultimi anni è diventato ancora più difficile, soprattutto per gli artisti emergenti e di fascia media. Anche band affermate stanno rinunciando a girare in tour gli Stati Uniti. È il caso dei Garbage, che per via di come gira oggi l’industria musicale hanno fatto il loro ultimo da headliner in America.
«Non ci stiamo lamentando, abbiamo avuto una bella carriera», ha detto la cantante Shirley Manson a settembre durante un concerto a Washington, DC. «Mi preoccupo per i musicisti più giovani che vanno in tour, gente che ha un lavoro, si prende due settimane di ferie e gira il Paese. A volte dormono nel furgone, a volte in motel schifosi, ed è pericoloso, è inaccettabile e deve finire».
Secondo molti addetti ai lavori contattati per questo articolo i problemi sono iniziati nel 2020, quando il Covid ha impedito di fare musica dal vivo per mesi, lasciando tante persone senza lavoro e costringendo molti locali a chiudere definitivamente. È vero che quando sono arrivati i vaccini i concerti sono ripresi e c’è stata un’impennata della domanda a tutti i livelli, ma non è durata. «Ci sono stati benefici per sei-dodici mesi», dice Morse. «I biglietti si vendevano bene e a prezzi elevati. Poi le cose sono diventate più difficili».
Il settore della musica dal vivo negli Stati Uniti sta ancora affrontando la carenza di personale nata quando, nel periodo del Covid, tecnici specializzati, promoter e agenti hanno cominciato a fare altro. La sfida più grande, però, ha a che fare con la crisi di accessibilità economica. «Inflazione e stagnazione salariale rendono le cose difficili», dice Morse. «La disponibilità dei tour bus, il loro costo, il carburante, gli alloggi, le tasse, le spese generali di produzione hanno assottigliato i margini. In sostanza, andare in tour costa più di un tempo».
«Il prezzo della benzina è folle», aggiunge Andrew Morgan, agente che lavora con MJ Lenderman, Wednesday e Angel Olsen. «È sceso un po’, ma è ancora molto alto. L’inflazione rende la spesa più cara, quindi cercare di mangiare in modo decente on the road e non finire sempre al fast food è difficile. Tutti i prezzi stanno salendo».
Gli stessi motivi fanno sì che i fan abbiano meno soldi per i concerti che vorrebbero vedere. «Se sei Taylor Swift oppure Beyoncé, hai i tuoi bei margini di profitto», dice Morse. «Ma dal punto di vista di un fan, che vive magari in una famiglia di quattro persone, andare anche a uno solo di quei concerti rappresenta una spesa enorme. Con gli stessi soldi una persona può andare a vedere dieci concerti più piccoli nel corso dell’anno… Come si fa a incentivare la gente a vedere la musica live quando il conto in banca è quel che è?».
Morgan fa l’esempio della reunion dei Gallagher, che è andato a vedere due volte. «La quantità di denaro necessaria per andarli a vedere ha risucchiato i soldi del pubblico in ogni città toccata dal tour. A quanti concerti in un live club uno deve rinunciare dopo aver speso tutti quei soldi per gli Oasis?». Il mercato della musica dal vivo nel 2026 prevede una netta divisione di classe tra artisti di serie A che suonano negli stadi e tutti gli altri. «La forbice si sta ampliando».
Anche gli artisti che riescono a passare da piccoli spazi informali a club minuscoli e poi ai club più grandi e ai teatri e oltre scoprono di dover affrontare sempre nuovi ostacoli. I Dry Cleaning, ad esempio, suoneranno in posti grandi per loro, tra cui locali da 1500 e più persone, e questo implica costi maggiori per la crew o le luci.
«C’è questo circolo vizioso per cui man mano che cresci le aspettative salgono, il costo della crew aumenta tantissimo, i margini iniziano ad assottigliarsi», dice Nik Soelter, che gestisce band come Water From Your Eyes e This Is Lorelei. «Quando eri a un livello più basso e suonavi in sale da 200 posti ti sembrava che le cose iniziassero ad andare bene. Poi all’improvviso ti ritrovi in sale da 500 posti e capisci che stai guadagnando non più, ma meno di prima».
Pochissimi artisti possono contare su entrate significative dallo streaming. Trovare un modo per trarre profitto o almeno andare in pari in tour è diventato cruciale. «È una delle ultime aree in cui si possono potenzialmente guadagnare dei soldi», dice il bassista dei Dry Cleaning. «Se vai in perdita anche su quel fronte, sei fottuto».
Shirley Manson in concerto coi Garbage. Foto: Naomi Rahim/Getty Images
Alla fine i Dry Cleaning sono riusciti a salvare il tour americano posticipando la maggior parte delle date alla primavera, organizzando nuovi concerti per sostituire le poche date cancellate, riorganizzando gli spostamenti. Hampson spera di ottenere una sovvenzione nel Regno Unito.«Ma è una follia dover fare affidamento su finanziamenti per una band che è al terzo album, è acclamata dalla critica, è apparsa un paio di volte da Fallon. Ti chiedi: come si fa a far funzionare questo mestiere? È una situazione assurda».
Alcuni artisti non statunitensi hanno deciso che non vale la pena affrontare il lungo e costoso processo di richiesta dei visti e quindi hanno scelto di non andare affatto in tour negli States. «Ci sono artisti internazionali che dicono che è troppo caro fare domanda senza sapere se resterà bloccata in un limbo», spiega Morse. «Conosco artisti stranieri che stanno adottando questo approccio molto cauto».
Chi organizza un tour, da qualunque Paese provenga, sa di non poter dare per scontata la presenza del pubblico. «Mica facile chiedere a qualcuno di spendere soldi e dedicare alla musica una serata della sua vita», dice Josh Stern, agente di Ground Control Touring che lavora con Show Me the Body, Mike, Vegyn. «Devi trovare un modo per rendere gli show imperdibili».
Alcuni cercano di farlo mettendo insieme cartelloni pieni di nomi oppure ridimensionando i tour e tornando a esibirsi in sale più piccole. Altri puntano su fonti di reddito alternative come il merchandising che viene venduto solo ai banchetti, anche se il fatto che i locali trattengano una percentuale sulle vendite del merch è fonte di frustrazione, soprattutto perché gli stessi locali non vogliono condividere gli incassi del bar con le band. «La gente è nel locale per vedere il concerto, non perché c’è il bar», dice Soelter. «Capisco che pure i gestori dei locali abbiano margini risicati e che tenersi gli incassi del bar li aiuti a tenere aperto, ma se prendi una percentuale sul merch, mi devi dare una percentuale sul bar».
Un’artista che sta cercando una strada alternativa è Colleen Green. È emersa metà anni ’10 grazie a pezzi pop-punk suonati con chitarra e drum machine in locali ormai scomparsi come lo Shea Stadium di Brooklyn. Con passare degli anni le sue tournée sono diventate più grandi, ma non necessariamente più redditizie. «Per la prima volta in vita mia un paio di anni fa ho fatto un tour europeo con una band completa e ci ho rimesso 5000 dollari», racconta. Non è una storia rara. «Andare in pari in Europa è l’obiettivo di un po’ tutti», dice Soelter.
L’anno scorso Green ha girato il Nord America coi Rozwell Kid per celebrare il decimo anniversario dell’album I Want to Grow Up. È stato divertente risuonare i vecchi brani, lo è stato molto meno fare i conti con i costi di viaggi, alloggi e stipendi per i musicisti. «La parte più stressante era: riusciremo a guadagnare qualcosa? Che rabbia che alla fine tutto si riduca a questo…».
Così ora sta provando qualcosa di diverso: un tour in solitaria che ha organizzato da sé, proprio come ai vecchi tempi, suonando in negozi di dischi e pizzerie con la sua amica Cassie Ramone delle Vivian Girls. Quando abbiamo parlato con lei, poco prima che il tour iniziasse, Green non vedeva l’ora di testare alcune nuove canzoni in piccoli spazi come quelli in cui si è fatta le ossa. «Magari non funzionerà, ma spero proprio di sì».
