Rolling Stone Italia

Affinità e divergenze tra i rapper italiani e il Berlusca

Troppo cumenda e bauscia, il Cav è meno popolare di quel che si pensa nella scena hip hop. E però grazie al berlusconismo è riuscito a influenzare il rap, trasformandolo in un grande talk di Rete 4

Foto: Alberto Alingria/AFP via Getty Images

C’è un grande equivoco nel racconto del rap game italiano e riguarda la fascinazione per Silvio Berlusconi, visto come un “gangsta rapper” – lo canta Cole in Delorean di Noyz Narcos – o come incarnazione made in Italy del modello swag americano: “La vita è solo troie e milioni, lo dice Ice Cube e pure Berlusconi” è una rima di Guè ne Il ragazzo d’oro.

La verità è che Silvio B. non è mai stato preso sul serio nell’hip hop italiano, ogni riferimento a lui è ironico, iperbolico, fumettistico. È un Paperon de’ Paperoni dentro a un night club, un Gino Bramieri con la bandana di Tupac, un tormentone latino da campionare nei pezzi, nulla di più. Vestito troppo male, con il lupetto da loser o il maglioncino sulle spalle da cumenda, per essere un’icona di coolness. Troppo bauscia, con quell’uso affettato della lingua italiana, da televendita, per avere il flow giusto. Troppi avvocati e troppi media al servizio perché i suoi guai con la giustizia gli conferissero la street credibility necessaria.

Al massimo poteva strappare un sorriso per quei suoi vizi così arci italiani e démodé – la figa, la spacconeria, il lusso cafonal modello Costa Smeralda – ma più che altro è l’emoticon con la faccina che ride fino alle lacrime a rappresentare al meglio il sentiment della prima generazione di rapper italiani di successo nei suoi confronti: Club Dogo, Marracash, Salmo e Fedez sono sì cresciuti dentro la berluscosfera come tanti Gen X e Gen Y, ma avevano sviluppato gli anticorpi, chi incappando nei centri sociali (Fedez), chi frequentando realtà “borghesi di sinistra” come i licei classici a Milano (Guè), chi ascoltando il punk (Salmo). Certo della loro musica non ne facevano – ne avrebbero fatto – una questione politica, non per ignoranza, semplicemente per smarcarsi da quella vecchia scuola di rap militante (Onda Rossa Posse, Colle Der Fomento, Isola Posse All Star, fino ai Sangue Misto) che li aveva preceduti. Non erano contro Berlusconi, ma neanche per il PD – a zero proprio per quanto stile e attitudine hip hop – ma non potremmo neanche definirli apolitici: sicuramente erano apartitici, disincantati e un po’ cinici.

E i nuovi rapper, i giovani late millennial o Gen Z, che rapporto hanno avuto con la berluscosfera? A parte Baby Gang, più o meno consapevole portavoce del garantismo da “presunto” Innocente (il titolo del suo ultimo album) del mondo delle carceri italiane, che a settembre scorso si è giocato addirittura un endorsement elettorale invitando i suoi fan a votare Forza Italia, non c’è traccia di Silvio B. nelle rime trap e drill dell’ultimo lustro. Questo non significa però che non siano stati in qualche modo contagiati dal berlusconismo. Ed è avvenuto in una maniera indiretta ma potentissima, attraverso lo stesso strumento che Silvio aveva usato per catechizzare al suo credo milioni di italiani già ai tempi della “discesa in campo”: la televisione.

Così accade che oggi il rap game sembri un grande talk di Rete 4, telecamere accese su una rissa verbale perpetua, le ragioni del contendere non sono chiare, ma non è necessario, importa solo chi urla più forte, non fa differenza se è un ex percettore di reddito di cittadinanza incazzato, un no vax in fissa con le scie chimiche o un driller di provincia che flexa banalità. Il dj Mario Giordano o il producer Nicola Porro, noti conduttori Mediaset, sono dietro ai piatti e arringano la folla, i rapper/politici/opinionisti scaldano la voce per i loro freestyle, la battle è in prima serata, su Spotify, sui social, ovunque, tranne che nelle strade e tra la gente di cui, sia i testi musicali che le trasmissioni televisive in questione, parlano.

C’è un pezzetto di una puntata di Fuori dal coro, talk hardcore di Rete 4, in cui il presentatore Giordano dissa in un monologo la violenza dei testi trap, indignandosi: “Bang bang bang / immagini di pistole fucili / spaccio ripreso in diretta / scimitarre pasticche / milioni di visualizzazioni su internet / bang bang bang / altro che integrazione / dietro l’accoglienza c’è questo”. Non male come pezzo rap, vero? Eccola la vera eredità di Berlusconi: la rincorsa a 200 all’ora contromano senza cintura verso l’audience, vince chi fa lo share più alto, più views su YouTube, chissenefrega se non ci sono contenuti, o se i contenuti fanno schifo, l’importante è entrare in classifica.

Iscriviti