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Addio a Sigaro, con la Banda Bassotti era la storia della militanza in musica

Angelo Conti, fondatore della band romana, è scomparso a 62 anni. Dai live nei centri sociali all'attivismo per le più varie cause, il loro è stato il sound di migliaia di manifestazioni. E lo è ancora, in un mondo che non è stato capace di rinnovarsi

Una delle tante iniziative della Banda Bassotti in giro per il mondo, Sigaro è l'ultimo da destra

Ai pochi di noi cui capita di frequentare ancora le manifestazioni di piazza, il suono della Banda Bassotti non ha mai smesso di essere familiare. Sarà che la canzone impegnata non ha saputo rinnovarsi e da anni – non solo in Italia – non trova più grandi interpreti, né masse di ascoltatori pronti a sventolare bandiere con falce e martello o ikurrine. Ma, altrettanto indubbio, i meriti di questa capacità di resistere nel tempo vanno attribuiti in pieno alla band romana, che ha dato vita a una serie di inni fondamentali per una generazione – abbondante – che la pensa(va) in un certo modo. Un capitolo si è chiuso ieri sera, quando sui suoi profili social il gruppo ha annunciato la morte a 62 anni, dopo una breve malattia, di Angelo “Sigaro” Conti, chitarrista e cantante della formazione, che aveva creato assieme a Gianpaolo “Picchio” Picchiami e David Cacchione.

L’avevano messa assieme nel 1981 durante la pause di lavoro in cantiere, dove i membri della futura band facevano i manovali. Ad accomunarli ulteriormente la militanza politica: il gruppo, prima ancora che arrivasse la musica, si era coagulato attorno alle iniziative di solidarietà con il popolo palestinese, quello salvadoregno e altri del Centro e Sud America. Il loro sound era ruvido e contaminato, come si usava in quegli anni, con un mix di influenze che andava dai Clash – sempre e comunque – al reggae, al 2 tone ska britannico. Nel 1991 partecipano a Balla e Difendi, disco che testimoniava il germinare di un movimento musicale romano sorto negli spazi occupati e nella galassia dell’antagonismo: assieme a loro Assalti Frontali e Ak47, e poi i Filo da Torcere, i Ratoblanco in Toscana e la ventata delle posse qua e là nella penisola, da Torino, a Bologna, fino a Napoli. Ad accompagnare il loro percorso il lavoro di etichette come Gridalo Forte o Helter Skelter.

La Banda Bassotti incide Figli della stessa rabbia, cd che finisce in tutti gli impianti di chi sta parecchio parecchio a sinistra. Ci sono la rivendicazione del proprio “operaismo” (Giunti tubi palanche Ska) e molti pezzi in levare, la denuncia della corruzione della classe politica (Er Ciccione, Cararo sindaco), quella delle oppressioni e delle ingiustizie nel nostro Paese (Barboni) e altrove (Nazi Sion Polizei). L’attività del gruppo, di cui Sigaro è stato uno dei leader indiscussi fino all’ultimo, va avanti, assieme al lavoro nei cantieri, che per scelta “politica” non abbandoneranno nemmeno nei momenti di maggior successo. Arriva il mini-cd Bella Ciao, poi nel 1995 è il tempo di Avanzo de cantiere, carico di anthem come Luna Rossa, Potere al popolo, Un altro giorno d’amore e Mockba ‘993, un’esaltazione della rivoluzione russa – con tanto di inno sovietico che prosegue ad oltranza nei live alla fine dell’esibizione -, che ancora oggi rimane uno dei pezzi più amati dai fan.

Sotto i loro palchi c’è un variegato insieme di comunisti – persino stalinisti, accusa che non è mai venuta meno nei confronti della Banda Bassotti -, terzomondisti e attivisti dei centri sociali, che in quel momento vivono una parentesi particolarmente effervescente. Il gruppo, che segue in prima linea con canzoni, dichiarazioni pubbliche e presenza ai cortei gli eventi significativi della vita del movimento a Roma e in Italia (dall’omicidio di Dax alle raccolte fondi per le palestre popolari), si dichiara internazionalista e stringe rapporti con gruppi – musicali e non – in ogni parte del globo. Particolarmente intenso è quello con i Paesi Baschi, alla cui causa indipendentista il gruppo dedica brani e tournée, e con la band Negu Gorriak. E poi la causa palestinese, Cuba e il Nicaragua, e, tornati entro i confini, il sostegno al movimento No Tav e quello alle Brigate Autonome Livornesi in ambito ultras.

Nella seconda metà degli anni ’90 la Banda si scioglie, per l’impossibilità di tenere assieme lavoro e arte, con le richieste di concerti che arrivano da ogni parte del mondo. Si rimette assieme nel 2001, un nuovo “periodo d’oro” della musica Combat. Così – ancora una volta sono i Clash a venire in soccorso con la definizione – si chiama ormai la loro musica, in cui il messaggio è tutto, così come l’attitudine street e sempre militante. Sono gli anni del G8 di Genova e dei milioni di persone in piazza, di Manu Chao in vetta alle classifiche, delle mobilitazioni studentesche e di una Rifondazione Comunista – forse l’unica tra le formazioni politiche un tempo presenti in parlamento ad aver ospitato i live dei Bassotti sui propri palchi – ancora relativamente centrale nella vita pubblica. 

Rafforzati dalla sezione fiati dei Ramiccia – altra band dell’ambiente romano -, tornano con un doppio live e un nuovo disco, L’altra faccia dell’impero, più incazzato e conscious che mai, con il solito mix di attualità e archivistica del socialismo reale. E poi Asì es mi vida, dove il gruppo coverizza canzoni di lotta di tutto il mondo, dai canti sandinisti a quelli dell’Ira. Fino, ormai una decina e più di anni fa, ad incidere altri due album: Vecchi cani bastardi e Viento, lucha y sol. Album – parere personale, chiaramente – decisamente più spompi dei precedenti, di pari passo con il progressivo arrugginirsi della scena politica di lotta in Italia.

Mentre da noi la Banda Bassotti esce un po’ dai radar – o forse è solo che siamo invecchiati, chissà – e fatica a trovare spazi – a parte quelli occupati, che continuano a ospitare i suoi concerti, ormai all’insegna della nostalgia di un tempo che fu -, in giro per il mondo Sigaro e compagni rimangono un’istituzione. I tour in Venezuela, Spagna, Germania, Messico o Giappone non si interrompono mai, fino agli ultimi viaggi degli scorsi mesi, e ogni volta sotto il palco la gente canta a squarciagola. Le trasferte sono sempre l’occasione per portare solidarietà alle cause locali – dalle morti per repressione alle richieste autonomiste -, con i piani politici e artistici che si intrecciano indissolubilmente. 

E a conferma dell’attorcigliato momento della sinistra “radicale” italiana, negli ultimi anni sono arrivate anche le polemiche, con il Movimento spaccato e non più disponibile a radunarsi all’unisono come un tempo attorno alle parole d’ordine dei musicisti romani (e romanisti). Arriva il sostegno al Venezuela di Chavez e quello ancora più controverso ad Assad in Siria, che costa alla Banda accuse – nemmeno troppo peregrine – di rossobrunismo, e scambi di veleni con quella larga parte del mondo extraparlamentare che, invece, si è spesa per il Rojava e il popolo curdo. Infine le carovane per il Donbass, con la vicinanza alla popolazione di origine russa, la grande battaglia – a sua volta molto contestata per il presunto “filo-putinismo” – degli ultimi anni.

La parabola della band, in questo senso, è una perfetta fotografia delle difficoltà e delle lacerazioni di una parte – un tempo non così irrilevante – del panorama della politica italiana, cui il gruppo ha fatto da colonna sonora. Oggi che Sigaro non c’è più, todo cambia ancora una volta. “Chi lotta non sarà mai schiavo”, è la scritta che accompagna la foto con cui la Banda Bassotti lo saluta. Cosa che hanno fatto molti musicisti e attivisti nelle ultime ore, perché, al di là di eventuali divergenze degli ultimi anni – e di quelle del passato, dovute alle accuse di maschilismo della band, che nelle scorse ore stanno tornando fuori in Rete -, quando un pezzo di storia se ne va, c’è da celebrare. Alzando il pugno o mettendo a palla L’altra faccia dell’impero, a seconda di chi si è o si è diventati.

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