Sabine Réthoré è una cartografa e artista francese, autrice dell’opera Mediterraneo senza frontiere. Si tratta di una mappa del Mediterraneo ruotata di 90° rispetto alla rappresentazione convenzionale. Il nord si trova a est e il sud a ovest; lo stretto di Gibilterra è collocato nella parte superiore, mentre il Canale di Suez chiude il mare nella parte inferiore. Attraverso un gesto apparentemente semplice, Réthoré mostra quanto le mappe siano costruzioni culturali prima ancora che rappresentazioni geografiche.
Osservando la Tunisia e l’Italia da questa prospettiva, i due Paesi sembrano quasi due mani che si allungano nel tentativo di stringersi. Le rispettive penisole si guardano e quasi si sfiorano. Oggi il nord e il sud del Mediterraneo appaiono separati da una distanza apparentemente incolmabile, segnata dalle migliaia di morti che ne hanno fatto uno dei più grandi cimiteri sommersi del nostro tempo, ma non è sempre stato così. Per lungo tempo attraversare questo mare era una pratica ordinaria. È così ad esempio che negli anni ’80 i genitori del rapper Helmi Sa7bi, Nabiha e Ibrahim, lasciano la Tunisia per trasferirsi in Italia quando, come amano ricordare molti tunisini della loro generazione, «il dinaro valeva come la lira».
Helmi Sa7bi fa parte della schiera dei cosiddetti rapper di seconda generazione. Nato a Genova, è uno dei fondatori di Genovarabe, collettivo che negli ultimi anni ha contribuito a ridefinire l’immaginario del rap italiano insieme a Sossy, Marvin, Willy, Vincè, Laboo e Sayf, ormai divenuto una figura di fama nazionale grazie alla ua ultima partecipazione al Festival di Sanremo. Conosco Helmi da molti anni e più volte ci siamo ritrovati a fantasticare sull’idea di andare insieme in Tunisia. Per questo, quando gli racconto che l’agenzia di produzione culturale milanese Chullu, con il sostegno dell’Istituto Italiano di Cultura di Tunisi, è interessata a organizzare un’iniziativa in loco, accetta con entusiasmo.
Attorno a questo progetto si aggrega presto un piccolo gruppo eterogeneo. Insieme a me, in qualità di giornalista che si occupa di rap e comunità marginalizzate, ci sono la fotografa italo-marocchina Naji e il dj, produttore e collaboratore di Helmi Sa7bi Chryverde. Dalla Tunisia si uniscono due figure rilevanti della cultura hip hop locale: Abdellatif Ayari, podcaster e attivista culturale attivo nella scena rap tunisina fin dai primi anni 2000, e Ahmed Amin Zarrouki, fotografo che da anni documenta le sottoculture giovanili e la musica rap nel Paese. Con questo gruppo ci ritroviamo a Tunisi, ospitati dal centro culturale B7L9 nell’ambito di una giornata dedicata al rap come archivio contemporaneo e come linguaggio capace di attraversare, mettere in discussione e ridefinire i confini.

Foto: Naji con il supporto di Speed Photo Bovisa

Helmi per le strade di Tunisi. Foto: Naji con il supporto di Speed Photo Bovisa
Arrivati a Tunisi, Helmi ci porta subito nel quartiere di Bab Jedid, “Porta Nuova”, che si trova a ridosso del centro storico. Sarà il nostro campo base per i giorni successivi, il luogo da cui partire per esplorare la città, raggiungere La Marsa, dove alloggiamo, e muoverci tra le varie location del videoclip che Helmi girerà durante il soggiorno. Ad accoglierci in un bar del quartiere c’è Salim, uno dei protagonisti delle nostre giornate tunisine. Nato e cresciuto in Tunisia, è arrivato in Italia da minorenne, dove ha vissuto per tre anni prima di essere costretto a rientrare a seguito di un decreto di espulsione. Con l’aiuto di Helmi, sarà lui a guidarci tra i vicoli della città, facendoci scoprire una Tunisi spesso preclusa agli itinerari turistici.
La prima sera a cena ci ritroviamo in un locale della Marsa, uno dei pochi in zona dove vengono servite anche bevande alcoliche. Attorno a una tavolata ampia e chiassosa, Helmi inizia a raccontare il suo rapporto con la città, i quartieri che ha frequentato, le persone che ha conosciuto e le realtà con cui è entrato in contatto durante gli anni trascorsi qui. Helmi, infatti, ha vissuto davvero a Tunisi. Ci è stato mandato dalla madre durante l’adolescenza, come misura punitiva. Una volta arrivato in Tunisia si è ritrovato a convivere con suo padre, una figura che fino a quel momento era rimasta quasi estranea alla sua vita. Quando Helmi era ancora piccolo, infatti, il padre aveva lasciato la famiglia per rientrare definitivamente in Tunisia.
Ancora oggi quel periodo rappresenta per lui un passaggio fondamentale. Con il tempo ha iniziato a interrogarsi sul rapporto complesso che lo lega a questa figura, allo stesso tempo assente e ingombrante. Ha dovuto fare i conti con l’immagine idealizzata che da bambino si era costruito del padre e con la delusione che inevitabilmente ha accompagnato il confronto con la realtà. Agli occhi di Helmi, che a Genova viveva insieme alla madre una condizione di forte precarietà economica, scoprire che il padre si era costruito in Tunisia una vita relativamente agiata è stato quasi un tradimento. Da quella ferita è nato il desiderio di prendere le distanze, di costruirsi un’esistenza autonoma e di vivere la Tunisia senza dipendere da lui.
Sono esperienze che raccontano tutta la complessità del rapporto con una terra, una cultura e una famiglia verso cui si prova gratitudine e senso di appartenenza, ma anche una persistente sensazione di distanza. Ne parla anche Naji, che a tavola ci racconta come il suo rapporto con il Marocco è cambiato nel corso degli anni. Da bambina trascorreva gran parte delle estati nel Paese, ospite della nonna, e conserva un ricordo estremamente positivo di quel periodo. Con il tempo, però, quel legame si è trasformato. Quello che da piccola viveva come uno spazio familiare e spontaneo ha iniziato a sembrarle più distante, fino a portarla ad allontanarsene progressivamente. Così ha smesso di trascorrere le estati in Marocco e, senza quasi accorgersene, non ci è più tornata dall’età di 14 anni.

Foto: Naji con il supporto di Speed Photo Bovisa

Foto: Naji con il supporto di Speed Photo Bovisa

Foto: Naji con il supporto di Speed Photo Bovisa
Nei giorni successivi giriamo la città alla ricerca di location adatte per il videoclip di Helmi. Attraversiamo la medina dove i vicoli si intrecciano come un labirinto nel quale sembra impossibile orientarsi. A guidarci c’è Salim, l’unico che sa sempre dove andare. In sella al suo motopattino, come lo chiama nel suo personale gramelot d’italiano imparato tra strada, comunità e carcere, ci porta prima da un venditore di tappeti, poi in un chiosco specializzato in chapati – una sorta di piadina tunisina che può essere riempita praticamente di qualsiasi cosa – e infine nel vicolo dove vive con la famiglia. Lì ci presenta il fratello minore e alcuni dei ragazzi che lavorano per le strade del quartiere. Non sono necessariamente attività illegali. Molto spesso si tratta semplicemente di forme di economia informale che permettono di tirare avanti. Salim, ad esempio, insieme al suo amico Ciao Ciao – soprannome nato da un difetto di pronuncia della lettera “c” – lavora come parcheggiatore nel grande piazzale antistante la medina.
Con in mano un caffè e nell’altra una canna, Salim ci racconta del suo arrivo in Italia, delle difficoltà incontrate, degli errori commessi e del rientro forzato in Tunisia. In Italia ci è arrivato nascosto all’interno di una nave cargo. Lui e altri tre ragazzi si erano infilati in uno dei cassoni utilizzati per il trasporto delle merci. Durante la traversata hanno addirittura dovuto forzarlo dall’interno perché l’aria stava finendo. «Abbiamo rischiato di morire soffocati», ci dice. Una volta arrivato a Genova si è arrangiato come ha potuto. È entrato in una comunità per minori stranieri non accompagnati, dove ha imparato l’italiano e ha iniziato a costruirsi una quotidianità. Guardando indietro, il suo principale rimpianto riguarda proprio quel periodo. Oggi si rimprovera di non aver colto le opportunità che quella struttura gli offriva. Così, raggiunta la maggiore età, lascia la comunità. Poco tempo dopo finisce nel carcere di Marassi e, successivamente, viene espulso e rimpatriato in Tunisia.
Il ritorno non è semplice. Salim deve ricostruire da zero una propria stabilità nel Paese. L’esperienza europea è stata traumatica, ma allo stesso tempo formativa. Mi racconta di come negli ultimi anni abbia imparato molto su sé stesso, di come si sia riavvicinato alla religione e di come abbia deciso di iscriversi a un corso da barbiere con l’obiettivo di aprire un’attività tutta sua. Un progetto che Helmi vorrebbe sostenere dall’Italia. Nel quartiere, l’esperienza migratoria di Salim è guardata con un misto di curiosità e fascinazione. Essere riuscito ad arrivare in Europa continua a rappresentare qualcosa di straordinario agli occhi di molti ragazzi. Per questo lui cerca di raccontarne ogni aspetto, anche quelli meno romantici. Non giudica chi sogna di partire, lui stesso ha provato a fare quel salto, ma è convinto che spesso manchi una reale consapevolezza delle difficoltà del viaggio, delle condizioni dell’accoglienza e dei rischi che si corrono una volta arrivati.
Basta il tragitto in taxi tra il nostro alloggio e il centro culturale per imbattersi in alcune delle questioni più delicate che attraversano la Tunisia contemporanea. B7L9 sorge infatti in una zona in rapida espansione urbana, abitata in larga parte da persone provenienti dall’Africa subsahariana che spesso vivono in condizioni estremamente precarie. Sulla spinta delle politiche europee orientate all’esternalizzazione delle frontiere attraverso accordi con i Paesi nordafricani, la Tunisia si è trasformata sempre più in un collo di bottiglia per le migliaia di persone che cercano di raggiungere l’Europa. Come evidenziato da Amnesty International, negli ultimi anni le autorità tunisine hanno progressivamente smantellato molte delle tutele rivolte ai migranti, favorendo pratiche discriminatorie, violazioni dei diritti umani e forme di repressione che mettono quotidianamente a rischio la sicurezza e la dignità di queste persone.

Foto: Naji con il supporto di Speed Photo Bovisa

Foto: Naji con il supporto di Speed Photo Bovisa
La questione del razzismo, tanto nelle sue forme istituzionali quanto in quelle più quotidiane, emerge più volte nel corso della conversazione ospitata da B7L9. È un tema che attraversa profondamente la società tunisina, che solo negli ultimi anni è scoperta vulnerabile al germe del razzismo. Una contraddizione che colpisce particolarmente se si considera come gli stessi tunisini sono spesso vittime di discriminazione nei Paesi europei.
È proprio da qui che emerge uno dei primi aspetti centrali del rap: la sua funzione di strumento di rappresentazione e auto-narrazione delle comunità marginalizzate. Durante il talk da B7L9, Ahmed insiste molto su questo punto, soffermandosi sul ruolo che la cultura hip hop ha avuto nel contesto tunisino e, in particolare, durante gli anni della Rivoluzione dei Gelsomini del 2011. Ci racconta come prima della rivoluzione il rap fosse un fenomeno estremamente marginale. Lui stesso, all’epoca, ne sapeva pochissimo. L’accesso a Internet era limitato e, con esso, anche la possibilità di entrare in contatto con le sottoculture giovanili che si erano sviluppate in Europa e negli Stati Uniti. Secondo Ahmed, il rap ha rappresentato una boccata d’aria fresca per una generazione che fino a quel momento aveva avuto pochi strumenti per raccontare sé stessa.
La situazione sta cambiando, sottolinea Abdellatif. Al rap dai forti connotati civili e militanti che ha caratterizzato gli anni successivi alla rivoluzione si sta progressivamente affiancando una nuova generazione di artisti più interessata a temi che anche in Italia conosciamo bene: la strada, il successo personale, il denaro. Secondo lui, questo spostamento rischia di indebolire il ruolo che il rap tunisino ha svolto fino a oggi come spazio di espressione collettiva e di critica sociale.
La sua osservazione apre inevitabilmente una riflessione sulla situazione italiana. Da noi, infatti, il rap ha abbandonato da tempo gran parte delle battaglie civili che ne avevano accompagnato gli esordi. Schiacciato tra la necessità di produrre costantemente nuove hit e il fatto di essere al tempo stesso uno dei principali strumenti di rappresentazione delle trasformazioni sociali del Paese, il rap italiano appare oggi come una creatura dalle molte teste. Una cultura capace di generare nuove forme di rappresentanza, ma anche profondamente integrata nelle logiche del mercato. Forse è proprio questo il destino del rap nelle società a capitalismo avanzato, dove la vittoria del neoliberismo non si è affermata soltanto sul piano economico, ma anche su quello culturale e psicologico.

Foto: Naji con il supporto di Speed Photo Bovisa

Il talk. Foto: Naji con il supporto di Speed Photo Bovisa
Il rap resta dunque un linguaggio politico, ma non necessariamente nello stesso modo ovunque. Può assumere funzioni diverse a seconda del contesto in cui si sviluppa, riflettendo bisogni, conflitti e aspirazioni differenti. In questo senso, siti web come Genius rappresentano uno strumento di valore enorme: un gigantesco archivio di testi, significati e riferimenti culturali che permette di osservare come milioni di persone raccontano il proprio tempo attraverso la musica. Lo stesso vale per progetti più piccoli ma altrettanto significativi, come Atlanta Rap Map, una mappa multimediale che ricostruisce la geografia della città di Atlanta attraverso i testi dei rapper che la abitano. Queste iniziative mostrano quanto sia importante documentare e preservare forme culturali che, proprio a causa della loro enorme popolarità, vengono spesso considerate con sufficienza dagli ambienti accademici tradizionalmente impegnati nella costruzione degli archivi culturali.
Helmi, ad esempio, racconta durante il talk di come il rap sia stato per lui uno strumento attraverso cui riscrivere la propria identità di tunisino e italiano. Per rispondere all’angoscia di sentirsi costantemente sospeso tra due mondi – non abbastanza italiano in alcuni contesti e non abbastanza tunisino in altri – il rap gli ha permesso di costruire un armamentario culturale capace di dare dignità e riconoscimento a un’identità ibrida che già esisteva nella realtà, ma che faticava a trovare rappresentazione. Mettere quell’esperienza in rima ha significato renderla visibile. E, allo stesso tempo, offrire alle nuove generazioni di ragazzi tunisini cresciuti in Italia dei riferimenti culturali in cui potersi riconoscere.
A questo ragionamento Naji aggiunge un elemento fondamentale: la necessità che questi strumenti culturali restino patrimonio delle comunità che li hanno prodotti, senza essere completamente svuotati dal mercato o separati dalla loro storia. Per spiegarsi racconta un episodio personale. Un giorno un’amica le ha detto che wesh è una parola francese. Naji ha sorriso: è una parola araba, entrata nel lessico delle banlieue francesi attraverso le comunità migranti nordafricane e successivamente diffusasi ben oltre quei contesti grazie alla musica rap. Per lei il problema non è che termini come questo entrino nel linguaggio comune dei giovani europei. Anzi, è il segno di una contaminazione culturale viva e positiva. Il punto è riconoscere da dove arrivino questi linguaggi e quali comunità li hanno prodotti. In altre parole, non limitarsi a consumare certi codici culturali, ma comprenderne anche la storia e il contributo che le migrazioni hanno avuto nel trasformare le società europee contemporanee.

Foto: Naji con il supporto di Speed Photo Bovisa
A margine del talk, sulla terrazza di B7L9, prende forma il dj set di Chryverde, mentre noi continuiamo a chiacchierare con le tante persone rimaste dopo l’incontro. Il pubblico è numeroso e partecipe, segno di quanto esista un interesse per questo tipo di riflessioni. D’altronde, non è così frequente trovare nel mondo del rap spazi in cui discutere apertamente di temi complessi, mettendo a confronto sensibilità, esperienze e punti di vista anche molto diversi tra loro. Eppure è proprio in contesti come questo che si ha la possibilità di interrogare criticamente la cultura hip hop, di mettere in discussione alcuni assunti dati per scontati e di ragionare collettivamente sul significato che questa continua ad avere nelle nostre società.
In questo dialogo simbolico tra Italia e Tunisia, tra le due sponde del Mediterraneo e tra esperienze diverse di marginalità e appartenenza, emerge forse anche uno stimolo per i nostri contesti culturali. La possibilità di guardare il rap non soltanto come un prodotto dell’industria musicale, ma come uno strumento attraverso cui leggere il presente, raccontare identità in trasformazione e costruire nuove forme di immaginazione collettiva.










