«Non sorprende che molti abbiano avuto vite difficili, che non possono essere contenute facilmente dalle catene della convenzione. Erano ribelli per natura, incapaci di soffocare o ignorare gli impulsi che li hanno condotti sia alla gloria, sia alla sofferenza. La grande arte non risponde per sua natura a nessuna legge. Non possiamo scegliere le nostre ossessioni. Non possiamo stabilire le nostre benedizioni o le nostre trasgressioni. È un piccolo scherzo che ci fanno gli dei».
Ci voleva un gran narratore di cose rock come Bruce Springsteen per fare un ritratto centrato e poetico di Shane MacGowan, l’angelo (così lo definiva Sinéad O’Connor) dei Pogues morto nel novembre 2023 prima di compiere i 66 anni. In quelle righe è accomunato ad altri geni dalle vite anticonvenzionali come Little Richard, Chuck Berry, Miles Davis, Elvis Presley, Jerry Lee Lewis, James Brown, John Lydon o Frank Sinatra. Le parole di Springsteen accompagnano la sua cover di A Rainy Night in Soho, una delle canzoni più celebri dei Pogues, una celebrazione delle cose della vita e della loro fine, una bevuta in onore di un amore passato che oggi diventa un brindisi alla memoria.
La versione che Springsteen ha pubblicato oggi sarà inclusa in un album intitolato 20th Century Paddy – The Songs of Shane MacGowan. Uscirà il 13 novembre, è curato da Victoria Mary Clarke, vedova MacGowan, e conterrà cover di Tom Waits, Steve Earle, Libertines, Primal Scream, Jesus and Mary Chain e poi di artisti irlandesi come Lisa O’Neill, Damien Dempsey, i membri rimanenti dei Pogues. Ci stanno almeno due duetti, uno tra Hozier e Jessie Buckley, l’altro tra Johnny Depp e Imelda May. Da qualche parte apparirà anche Kate Moss. Il 50% dei ricavi andranno alla Dublin Simon Community.
“Sei la misura dei miei sogni”, cantava MacGowan nel 1986 verso la fine di A Rainy Night in Soho e per un attimo il senso della canzone vacillava e portava a ripensare a un verso precedente, quello che diceva “Mi sono riparato dalla pioggia e mi sono rifugiato tra le tue braccia in una notte piovosa a Soho”. Era un tributo a una donna, probabilmente Shanne Bradley come ha spiegato anni fa il chitarrista Philip Chevron, o c’entrava l’alcol? La misura era una pinta, un jigger, un bicchiere?
Non importa. Di certe canzoni conta il sentimento ambiguo, non il senso esatto o la biografia di chi le scrive. Parlandone con Quietus, MacGowan ha detto che «in un paio d’occasioni fantasmi in costumi d’epoca mi hanno dettato le canzoni» e che questa in particolare «è frutto di una scrittura automatica». Quando canta “Ora la canzone è quasi finita, forse non scopriremo mai cosa significa” dice sul serio. «Non avevo idea di cosa parlasse. Ho cominciato a capirlo vagamente solo arrivato al quarto verso, fino a quel momento non avevo la più pallida idea di cosa stesse succedendo».
Fatto sta che A Rainy Night in Soho è diventata una delle canzoni più celebri dei Pogues. Era nell’EP Poguetry in Motion prodotto da Elvis Costello, sulle piattaforme la trovate nell’edizione deluxe del disco successivo, il favoloso Rum, Sodomy & The Lash. C’è del folk, c’è il suono del tin whistle, c’è una melodia dolceamara. MacGovan voleva metterci il suono squillante di una cornetta, Costello quello più basso di un oboe. Alla fine sono state realizzate in studio molte versioni, anche combinazioni delle due, quella passata alla storia è la prima.
Racconta di gioie e dispiaceri, del calore di una storia d’amore e di cose non dette, ma soprattutto della fine di una storia e della memoria. Forse per questo dopo la morte di MacGowan ne è diventata il simbolo col suo tono tenero ma mai sentimentale, la tonalità in maggiore ma lievemente triste, il testo che non cede alla nostalgia del passato ma contiene passaggi come questo: “Ti ho cantato tutti i miei dolori, tu mi hai raccontato tutte le tue gioie. Che fine ha fatto quella vecchia canzone?”.
Nick Cave l’ha cantata al funerale dell’amico e lo aveva già fatto nel singolo What a Wonderful World, Bono l’ha fatta con gli U2 allo Sphere e con Johnny Depp alla festa per i 60 anni di MacGowan, incassando un «alright» dall’autore. Sinéad O’Connor l’ha cantata, col velo rosso che la faceva sudare per tutte le luci che aveva addosso, al Late Late Show irlandese dove Glen Hansard l’ha fatta in chiave folk con Terry Woods, Steve Wickham, Colm Mac Conlomaire e Liam Ó Maonlaí.
Poco meno di un anno fa Bob Dylan ha cantato A Rainy Night in Soho in concerto a Phoenix, Arizona, rendendo a un passo dai suoi 84 anni diversamente significativi i versi “Non canto per il futuro, non sogno il passato, non parlo delle prime volte, non penso mai alle ultime”. Ha fatto felici la sorella Siobhan MacGowan e la moglie Victoria Mary Clarke che hanno ricordato tutte le volte che da ragazzo e non solo Shane ascoltava Dylan.
E poi c’è Bruce Springsteen, che l’ha intonata nel 2024 a Dublino, con in testa una coppola irlandese. Quando ha iniziato a cantare se l’è tolta, forse in segno di rispetto, come si fa in chiesa. E si capisce che canta per così dire col cappello in mano anche la versione di A Rainy Night in Soho che ha pubblicato oggi, un tributo sentito a MacGowan. L’influenza folk è attenuata, il tono più trattenuto, la scapigliatura dei 28 anni di Shane diventa la saggezza dei 76 di Bruce. Quando Springsteen dice “Abbiamo visto i nostri amici crescere insieme e li abbiamo visti cadere, alcuni sono caduti in paradiso, altri all’inferno” non si può non pensare alla poetica del last man standing degli ultimi anni, prima di Streets of Minneapolis, del racconto che ha fatto della sua età e dei suoi fantasmi.
«La voce di Shane era profondamente vera, profana e onesta, la sua scrittura brillante, viva e piena di storia a tal punto che la sua origine era un mistero a tutti, compreso – credo – il suo stesso creatore», scrive ancora Springsteen. «La gioia pericolosa, l’esultanza e il coraggio, l’umorismo di fronte al destino, il vagabondare selvaggio di una vita spinta verso i cieli dell’arte e il balsamo quotidiano dell’autodistruzione. Shane era umanità allo stato puro e senza fondo. Ci costringeva a chiederci se stessimo vivendo in modo profondo e autentico. Era schietto, esilarante, senza remore e profondo. La sua anima aveva le qualità trasgressive e mistiche dei santi. Non so chi ascolterà la mia musica tra cent’anni, ma so che qualcuno ascolterà quella di Shane».
















