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25 anni fa Cher ci fece scoprire l’Auto-Tune

‘Believe’ fu l’album che riportò la popstar in testa alle classifiche mondiali. Il singolo omonimo è il primo brano ufficiale a utilizzare quello che diventerà noto come il “Cher effect”. Storia di un disco amatissimo (e odiatissimo), che quest’anno torna in una nuova edizione deluxe

Foto: Warner Bros.

Chissà con chi ce l’aveva Christina Aguilera nell’estate del 2009, quando decise di indossare una T-shirt con su scritto: “Auto-Tune is for pussies”. Forse con Katy Perry, che in quegli anni stava preparando la sua rapida ascesa verso l’olimpo delle popstar? Con l’eterna rivale Britney, che nel 2009 pubblicava l’album Circus e alla quale non aveva ancora perdonato di averle rubato la scena ai VMAs del 2003? Ce l’aveva con Rihanna o Miley, anch’elle in piena attività popparola? È forse questa la puntata di Indagini di cui abbiamo bisogno? Per chi vorrà finalmente riaprire il caso, c’è un dettaglio che non trascurerei. Da lì a pochi mesi, Christina avrebbe iniziato le riprese del film Burlesque proprio con colei che, oltre ad essere icona gay, pop, e aggiungeteci pure l’aggettivo che preferite, qualche anno prima aveva svelato al mondo quel software rivoluzionario contro cui l’attillata T-shirt si scagliava: Cher.

Cherilyn Sarkisian LaPierre, in arte Cher, è una delle artiste di maggior successo della musica contemporanea. La sua è una carriera che oggi sarebbe impensabile. Dagli esordi in coppia con Sonny alle tentate partecipazioni al Festival di Sanremo (sì, era un’altra epoca), fino alle candidature agli Oscar (uno poi vinto), ai milioni di dischi venduti, ai look iconici, ai tour, agli show televisivi, Cher è un’artista che ha fatto tante cose, e che soprattutto ha anticipato di molto quello che avrebbero fatto le altre dopo.

Nel 1998, però, vive una fase critica sia sul piano professionale che personale. Il suo ultimo album – It’s a Man’s World, ritenuto uno dei migliori della sua carriera – vende pochino (parliamo comunque di cifre per cui oggi molte cantanti baratterebbero un rene); qualche anno prima, partecipa a un format di televendite per sponsorizzare prodotti per capelli, a metà tra il camp e il – come si dice oggi – cringe, che quasi distruggono la sua carriera (nell’autobiografia The First Time racconterà che il contraccolpo fu tale che smise di ricevere copioni da Hollywood, nonostante fosse ormai un’attrice accreditata); e a gennaio di quello stesso anno muore in un incidente sciistico Sonny Bono, ex-marito, ex-metà artistica e colui che definirà «il personaggio più indimenticabile che abbia mai incontrato».

Insomma, alle soglie degli anni 2000, Cher ha bisogno di risorgere. Rob Dickens, ai tempi presidente della Warner, non ha dubbi: le serve un album dance. E le serve la benedizione della comunità gay (in un’intervista, Dickens racconta di aver detto a Cher: «Ho moltissimi amici gay che ti amano: perché non fai un disco per il tuo pubblico adorante?». Pensate oggi).

Succedono, nel frattempo, due cose. Chiamiamole pure manifestazioni di serendipità. Da circa dieci anni, gira negli uffici della Warner una demo che nessuno vuole incidere. Parla della fine di una relazione, della capacità di sapersi rialzare, di credere in sé stessi, di resilienza (scusate). Un testo, insomma, che potrebbe essere tratto da qualsiasi reel di psicologi su Instagram o post a tema empowerment (scusate ancora). Il ritornello convince, è perfetto per Cher, ma le strofe no. Ci rimettono mano due autori, Steve Torch e Paul Barry. Tutti (quasi) contenti. La canzone, che s’intitola Believe, è pronta per essere registrata ai Dreamhouse Studios di Londra.

Cher, nel mentre, vede in tv un’esibizione live del cantante inglese Andrew Roachford, che utilizza un vocoder, quello strumento in grado di codificare dal vivo la voce e darle quel tipico sound robotico. L’effetto le piace e vuole utilizzarlo sulla creatura che sta per partorire. Entra in scena il produttore Mark Taylor, che l’anno prima aveva scoperto per caso questo nuovo software chiamato Auto-Tune. Un software ancora poco conosciuto e poco utilizzato nell’ambiente discografico, ideato dall’ingegnere elettronico Andy Hildebrand inizialmente per interpretare dati sismici, che opera correzioni all’intonazione della voce.

Taylor prende la voce di Cher e la distorce. O meglio, sfrutta le impostazioni estreme di questo Auto-Tune per creare correzioni innaturalmente rapide, rimuovendo il portamento e le transizioni naturali della voce. Il risultato è una cosa mai sentita prima, artificiosa. Un sound robotico eppure stupefacente che entusiasma così tanto Cher al punto che, a quelli della casa discografica che vorranno opporsi alla pubblicazione, dirà che dovranno passare sul suo cadavere.

Believe viene pubblicata in quella versione “grezza” il 19 ottobre del 1998. È un successo immediato. Raggiunge la prima posizione nella classifica di 23 Paesi, fa vincere a Cher il suo primo Grammy, a oggi ha venduto 11 milioni di copie ed è tra i singoli più venduti al mondo (l’album è il più venduto nella carriera di Cher). È la canzone che influenzerà la musica dei primi anni 2000. Nonostante Mark Taylor, dopo la pubblicazione del brano, cercherà in tutti i modi di nasconderne l’utilizzo (nelle interviste dichiarerà che è tutto merito dell’utilizzo di vocoder particolari e pedali di alterazione vocale), il segreto trapela presto e l’Auto-Tune viene utilizzato in alcuni dei più grandi successi dell’epoca: Blue (Da Ba Dee) degli Eiffel 65, Dragostea din tei degli O-Zone, One More Time dei Daft Punk.

Non solo. Nel 2005, come racconta nel documentario Netflix This Is Pop, il rapper T-Pain ascolta per caso If You Had My Love di Jennifer Lopez. Ne rimane colpito (dalla canzone, non da J.Lo), capisce che il suono è manipolato e decide che vuole quell’effetto nel suo album d’esordio. Scopre l’Auto-Tune e lo porta nel mondo dell’hip hop. Lo seguirà nel 2008 anche Kanye West con l’album 808s & Heartbreak. Tra i tanti, lo utilizzeranno anche Mirwais in Music di Madonna, i Radiohead in Amnesiac, i Black Eyed Peas nella loro hit Boom Boom Pow. Tom Lord-Alge, noto ingegnere musicale e mixer americano, nel 2010 dirà che l’Auto-Tune è presente in quasi tutti gli album prodotti in quegli anni. It’s an Auto-Tune World.

Dopo la fine delle riprese di Burlesque con Cher, Christina Aguilera lavorerà al suo sesto album in studio, Bionic. A causa delle vendite bassissime, è considerato il grande flop della sua carriera. Per alcune tracce era stato usato l’Auto-Tune.

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