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Storia di ‘Vitalogy’, il disco che ha quasi distrutto i Pearl Jam

Nel 1994, mentre il rock alternativo si adagiava su una serie di cliché, Eddie Vedder e soci smantellavano il loro sound alla ricerca della libertà assoluta

I Pearl Jam nella formazione con il batterista Dave Abbruzzese

Foto: Tony Mottram/Getty Images

Volevano intitolarlo Life, vita. Le vite dei Pearl Jam, quando iniziarono a registrare il terzo album, sembravano piuttosto fortunate. Avevano ignorato quasi tutte le regole del music business, eppure avevano venduto milioni di copie di Ten e Vs. Erano talmente ispirati da iniziare a lavorare all’album mentre erano in tour per promuovere il precedente Vs. “A pensarci è pazzesco”, ha detto a Cameron Crowe il bassista Jeff Ament, “ma per i primi quattro o cinque anni ci siamo presi al massimo due settimane libere”.

Nonostante l’improvviso successo – per certi versi, a causa di esso – i Pearl Jam erano sull’orlo del collasso quando diedero il via alle session di registrazione ad Atlanta, New Orleans e Seattle, la loro città natale. Eddie Vedder era sempre più frustrato dall’appropriazione del grunge da parte del mercato, un fatto simboleggiato dall’introduzione di un personaggio simile a Vedder nella soap opera televisiva General Hospital, interpretato dalla futura pop star Ricky Martin. Vedder e il batterista Dave Abbruzzese, che invece si godeva il successo, avevano smesso di parlarsi. Nel frattempo alcuni membri della band, come molti colleghi prima di loro, avevano iniziato ad abusare di droga e alcol. “Ero ubriaco e mi rendevo ridicolo”, ricorda il chitarrista Mike McCready. “Non sapevo come relazionarmi con Eddie e dopo che il gruppo è decollato mi sono rifugiato nel mio mondo”.

Il desiderio di Vedder di controllare il processo creativo era fonte di tensioni. Non si limitava più a cantare, ma aveva iniziato a suonare, trasformando i Pearl Jam in una band con tre chitarristi. “La transizione non è stata indolore”, spiega il produttore Brendan O’Brien. “Dare spazio a tutti non era facile”. Nel 1994, Vedder si era ormai fatto carico quasi interamente della direzione musicale del gruppo e tendeva a scrivere da solo più che con i compagni. “Non era un atto ostile”, ha detto Vedder a Crowe. “In tutta onestà, stavo diventando il membro più riconoscibile del gruppo e sentivo il bisogno di essere maggiormente rappresentato musicalmente. Dovevo farlo anche se significava scrivere da solo le canzoni”.

Gli altri membri della band erano irritati dal nuovo approccio. “Non so se stesse cercando in modo consapevole di prendere il controllo del gruppo”, ha detto Ament. Il chitarrista Stone Gossard si è reso conto del cambiamento quando ha sottoposto al cantante una sua canzone registrata su cassetta. Vedder l’ha ascoltata e il giorno dopo è tornato con lo stesso nastro, ma accelerato in modo parossistico. “Mi disse una cosa tipo: ascolta e dimmi se ti piace”, ha spiegato Gossard. “Il mio stomp midtempo era diventato un uptempo folle”.

La canzone, un omaggio ai dischi in vinile intitolato Spin the Black Circle, era un pezzo selvaggio a cui mancava un pilastro dei Pearl Jam: un assolo di chitarra. “Abbiamo scarnificato la musica”, ha spiegato Gossard. “Avevamo appena fatto Vs che consideravo il prototipo della band che saremmo diventati. E improvvisamente arriva Vitalogy e tutto cambia. La cosa mi preoccupava”.

Sorprende che in clima tanto teso (McCready era entrato nella clinica di riabilitazione Hazelden in Minnesota qualche mese prima dell’uscita di Vitalogy), la band non sia stata annientata. Ma già allora, in quella prima fase della carriera, i Pearl Jam erano incredibilmente determinati e l’album che minacciava di far deragliare la loro carriera finì per dare loro un nuovo obiettivo cui mirare.

Era chiaro fin dall’inizio che il successo aveva messo a dura prova il gruppo. “Vite sventrate e distrutte / Guardami, mamma, mentre mi schianto”, cantava Vedder in Last Exit, il primo, implacabile pezzo di Vitalogy. Non era certo l’unica canzone in cui il cantante si confrontava col suo status di ragazzo-copertina. La sensazione di essere sopraffatto alimentava Tremor Christ e nel minuto e un secondo di Pry, To Vedder ripeteva “P-R-I-V-A-C-Y non ha prezzo per me” quattro volte di fila.

Dopo aver visto in un negozio d’abbigliamento la replica di una delle sue giacche preferite in vendita a centinaia di dollari, Vedder scrisse Corduroy, un attacco allo sfruttamento della comunità alt rock dei Pearl Jam. “La musica veniva cooptata, era spaventoso”, ha detto il cantante. Immortality era un pezzo lento con un ritornello che andava e veniva come un’onda. È stato interpretato come un commento sulla morte di Kurt Cobain, che si era suicidato durante le session dell’album. “Non è su Kurt”, ha spiegato Vedder. “Ma nel testo si sono cose si possono leggere in quel senso e magari possono contribuire a rispondere a qualche domanda o a comprendere le pressioni a cui è sottoposto una persona che viaggia su binari paralleli al tuo”.

Not for You, che la band ha presentato a Saturday Night Live alcuni mesi prima dell’uscita, era ancora più feroce e sprezzante. La voce di Vedder raggiungeva nuovi livelli di disgusto e la canzone incarnava l’avversione della band per la macchina dell’intrattenimento. “Mi sembrava di aver messo in chiaro un po’ di cose con quella canzone”, ha detto Vedder. “Questa musica non vi appartiene. Non la sentite quanto noi. Non sapete nemmeno cosa sta succedendo davvero. Non siete mai stati in fila per vederci suonare”. Nella versione registrata per Vitalogy, McCready ha suonato una Rickenbacker che gli aveva regalato Tom Petty, un altro musicista convinto dell’importanza di restare fedeli ai propri principi.

Oltre all’intensità convoluta, Vitalogy mostrava che i Pearl Jam potevano avventurarsi in direzioni mai battute nei primi due album. Nothingman, quasi una ballata grunge, nasceva da una collaborazione fra Ament, autore della musica, e Vedder, che ha firmato un testo su una relazione finita. Poi Aye Davanita, quasi tre minuti di voci borbottate e una performance da portico di casa. Ispirata dai problemi di Vedder con l’orticaria, Bugs poteva benissimo arrivare da un album perduto di Tom Waits: accompagnato dall’accordion, Vedder canta, con voce sempre più spaventosa, di insetti che gli camminano addosso. “Volevamo fare qualcosa che fosse divertente da ascoltare, non enfatica, qualcosa di diverso da quel che la band era diventata”, ha spiegato Vedder.

La vita privata del cantante è al centro di Better Man, una canzone sul matrimonio turbolento tra la madre e il suo compagno. Nonostante avesse una chiara struttura strofa-ritornello, sembrava scritta per simboleggiare l’atteggiamento dubbioso dei Pearl Jam dell’epoca. Inizialmente composta per Vs., venne scartata all’ultimo. Più avanti, quando la band l’ha suonata sul palco ad Atlanta, O’Brien è rimasto talmente colpito dalla performance da usarne una parte per la nuova versione del pezzo. Tuttavia, Vedder era a tanto così dall’eliminarla anche da Vitalogy, convinto che il ritornello fosse “troppo felice”. Una nuova introduzione, decisamente più quieta, con Vedder alla chitarra e O’Brien all’organo, venne registrata rapidamente. «Io ero stressato per tutto quanto il tempo», ha detto O’Brien. «Ce la mettevo tutta per restare positivo, ma era un momento faticoso… Come se stessero implodendo internamente».

Più avanti nelle session, Abbruzzese venne licenziato in un modo che ha definito “spiccio e irrispettoso” e la band ingaggiò un nuovo batterista, l’ex Red Hot Chili Peppers Jack Irons. Il primo compito di Irons è stato contribuire alla registrazione più strana mai fatta dal gruppo. Lunga oltre sette minuti, la canzone chiamata sia Stupid Mop che Hey Foxymophandlemama, That’s Me (dipende dai crediti che consultate) mescolava le voci dei pazienti di un ospedale psichiatrico – che Vedder aveva registrato alla TV quando era ragazzo – con una base improvvisata. Vedder l’ha chiamata “la nostra canzone più emozionante e commovente”, ma quel collage enigmatico, in chiusura del disco, è diventato uno dei pezzi più dibattuti della storia della band.

L’impulso a fare le cose in modo eccentrico portò il gruppo a cambiare il titolo del disco all’ultimo da Life a Vitalogy, una parola che arrivava da un manuale medico del 1899. Con un costo di 2 milioni di dollari, il gruppo distribuì il cd in una sorta di vecchio libro d’epoca, completo di indice, una lettera all’allora presidente Bill Clinton sulla morte di un dottore abortista, riproduzioni e illustrazioni dal glossario del Vitalogy originale.

“All’inizio pensavo fosse discontinuo”, ha detto McCready dell’album. “Era strano. Sentii il mix finale e non mi piacque granché, forse perché quando l’abbiamo registrato ero a pezzi”. Gossard ha detto che al primo ascolto restò “abbastanza deluso”.

Eccentrico o no, Vitalogy ha venduto quasi 900 mila copie nella prima settimana d’uscita. Scomponendo il loro suono e immaginando un nuovo corso artistico, i Pearl Jam erano rinati e non erano mai stati così sicuri di loro stessi. “Guardando indietro”, ha detto Gossard, “dobbiamo ringraziare dio per aver fatto un disco che, all’improvviso, aveva un’energia diversa”.

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