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Storia di ‘I Am Woman’, il primo inno femminista pop

«La canzone che volevo sentire non esisteva e allora l’ho scritta io», spiegava Helen Reddy. Era il 1972 e la cantante australiana apriva la strada alle donne forti del pop di oggi, sostenendo che Dio è femmina

Foto: David Redfern/Redfern/Getty Images

Helen Reddy non è esattamente un’eroina pop. La cantante australiana, scomparsa il 29 settembre a 78 anni d’età, cantava con un timbro morbido che ne faceva l’anti Janis Joplin. I successi che ha centrato negli anni ’70 – Delta Dawn, No Way to Treat a Lady, Angie Baby – sono l’apoteosi dello smooth pop che tanto piaceva ai baby boomer che s’avvicinavano alla soglia dei 30 anni. Non era una da rock club. Era più facile avvistarla in un talk show televisivo o su un palco a Las Vegas.

A volte però il sistema viene scardinato dall’interno ed è questo il caso del pezzo più celebre di Reddy. I Am Woman potrebbe essere il primo inno femminista della storia, preceduto forse dalla sola You Don’t Own Me di Lesley Gore, ai tempi dei girl group. Cinquant’anni dopo la pubblicazione, non tutti ricordano l’importanza di I Am Woman nell’aprire una porta a canzoni pop simili che sarebbero arrivate in seguito e che oggi sono parte integrante del pop.

Numero uno nella classifica americana nel 1972, I Am Woman uscì in un periodo in cui cantanti e autrici si ritagliavano spazi fino a quel momento impensabili. L’industria musicale era notoriamente sessista e Joni Mitchell, Carole King e Carly Simon, per non dire di Laura Nyro, dell’inglese Suzi Quatro e poco dopo di Patti Smith, facevano a pezzi i luoghi comuni sulle donne autrici, produttrici, bandleader.

Al loro confronto, Reddy era una vecchio stile. S’era fatta notare in un talent show in Australia e nella sua serie televisiva Helen Reddy Sings. Aveva buon gusto, questo sì, e lo dimostrano le cover di Tim Hardin e David Blue scelte a inizio carriera, ma prima di I Am Woman aveva centrato un unico successo in America, la versione deliziosa e innocua di I Don’t Know How to Love Him, dal musical Jesus Christ Superstar. Spiegherà poi che non le piaceva granché e che l’aveva fatta convinta dal manager.

E quindi I Am Woman sembrava venire fuori dal nulla. Reddy, che raramente scriveva i suoi pezzi, era attiva nel movimento per le donne e non aveva sentito alcuna canzone che esprimesse le sue convinzioni. «C’erano solo pezzi orribili, tipo: io donna tu uomo, io debole tu forte», ha detto. «Siccome la canzone che volevo sentire non esisteva, ho capito che dovevo scriverla io stessa».

E l’ha fatto, col chitarrista Ray Burton. La prima versione di I Am Woman era breve e ritmata. Era contenuta nel primo album della cantante del 1971 e inclusa l’anno dopo nel film Stand Up and Be Counted. L’etichetta discografica capì che il pezzo aveva del potenziale, lo fece riregistrare in una versione rallentata e con un arrangiamento di fiati. Reddy aggiunse una nuova strofa che conteneva il passaggio controverso per l’epoca “Sono ancora un embrione e ho tanta strada fare prima che i miei fratelli capiscano”. Il pezzo ci mise sei mesi per arrivare al numero uno, un tempo congruo con la fatica che allora facevano le donne per farsi strada nel pop.

In quegli anni, l’espressione “pop impegnato” era una contraddizione in termini per qualcuno e una cosa sgradevole per altri. I Am Woman era entrambe le cose. Non suonava come un tipico inno per il movimento femminista e aveva invece un grande appeal pop, era raffinato e morbido, con un ritornello che prendeva qualcosa dal gospel-pop e l’accompagnamento di professionisti come il bassista Leland Sklar e il tastierista Michael Melvoin (padre delle future collaboratrici di Prince, Wendy e Susannah). Solo nel ritornello la voce di Reddy lasciava trapelare sentimenti di frustrazione e vulnerabilità, quando cantava “but look how much I’ve gained”, ma bastava e avanzava.

Grazie all’appeal radiofonico, I Am Woman fece per la causa femminile più di Woman Is the Nigger of the World che John Lennon pubblicò quello stesso anno. Reddy riuscì a rendere il femminismo accessibile senza annacquarne il messaggio nello stesso modo in cui l’imitatore di Richard Nixon David Frye riusciva a far accettare al mainstream l’idea che si potesse prendere in giro il presidente.

La canzone trasformò la cantante in una star. «A meno che non accada qualcosa di drammatico», scriveva un giornale musicale dell’epoca «Helen Reddy resterà a lungo a capo del movimento musicale pop-glam-folk dotato di coscienza sociale». Quando ritirò il Grammy per la migliore performance rock, pop e folk dell’anno, la cantante ringraziò «Dio, perché Lei rende tutto possibile». Ed era il 1973.

In realtà, Reddy non ha più fatto canzoni con un messaggio forte quanto quello di I Am Woman, preferendo interpretare pezzi easy listening privi di contenuto politico. Non ha smesso di fare scelte coraggiose. La sua Raised on Rock del 1974 non era passionale quanto la versione di Elvis Presley, ma le va dato credito di averla interpretata e la stessa cosa vale per One After 909 dei Beatles di Let It Be. Dopo I Am Woman, il suo pezzo migliore è la cover di Delta Dawn, l’hit country di Tanya Tucker che ha portato lo storytelling gotico presso il pubblico pop.

Dopo tanti anni, le parole di I Am Woman – “Mi piegherai, ma non mi spezzerai / Mi rafforzerai / Mi renderai più determinata a raggiungere il mio scopo” – suonano preveggenti. Nei tre minuti in mezzo di quel disco pop, Helen Reddy spaccava.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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