Militant A di Onda Rossa Posse alla Sapienza di Roma nel 1990. Foto: Maurizio Belfiore

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Storia delle posse, quando l’hip hop era militanza politica

Onda Rossa, Isola Posse, 99 Posse: il rap italiano degli anni ’90 è nato nei centri sociali ed è fiorito nelle università. Non cantava di bimbe e droga, ma di rabbia e rivoluzione. Ecco il racconto dei protagonisti di un’epoca che pochi ricordano

«Io volevo fare la rivoluzione con le canzoni». Militant A ricorda così gli esordi della sua carriera: nella primavera del 1990, esattamente 30 anni fa, era una delle voci di Onda Rossa Posse, il primo gruppo hip hop a pubblicare un disco rap cantato in italiano. Batti il tuo tempo, questo il titolo del mini LP, usciva nel pieno della stagione della Pantera: così si chiamava il movimento studentesco in lotta contro la riforma Ruberti che, istituendo l’autonomia finanziaria degli atenei, apriva le università statali agli investimenti privati.

E il vinile di Onda Rossa Posse, autoprodotto nella sede di Radio Onda Rossa in Via dei Volsci 32 a Roma, uno degli epicentri dell’antagonismo politico nell’Italia di allora, ha davvero scatenato una rivoluzione, dando il via a una nuova scena musicale: decine di gruppi che nei centri sociali occupati rappavano in italiano su basi primordiali.

«C’è un prima e un dopo Onda Rossa Posse», racconta Militant A. «Nessuno inventa niente, ma il destino ha voluto così. Perché c’era già il rap in Italia, ma si faceva in inglese guardando al modello americano. Loro avevano un proprio linguaggio e una propria cultura, noi la nostra. Così abbiamo riportato il rap alla sua essenza: interazione ed empatia con la comunità che ti sta intorno. Dopo Onda Rossa Posse è diventato ridicolo fare testi in inglese».

“Hip Hop, la Pantera” titolava un articolo del Manifesto nel marzo del 1990. “In tutta Italia il rap diventa un linguaggio di Movimento”. In quel periodo, Militant A era uno studente universitario a Roma: «Nel nostro logo avevamo la Pantera del Black Panther Party e la stella a cinque punte, univamo i movimenti di liberazione e l’hip hop. Ma Batti il tuo tempo che cita la pantera l’avevo scritta prima dell’inizio delle occupazioni, con cui è entrata in sintonia perfetta. Per alcuni erano gli anni del disincanto, ci dicevano che non c’era più tempo per la rivoluzione. E invece noi cantavamo di riprenderci il nostro tempo, la nostra vita».

“Ma la pantera nera sfugge alla cattura” era un titolo del quotidiano La Repubblica nel gennaio del 1990, quando nelle strade di Roma era stata avvistata una misteriosa pantera, un felino selvaggio a spasso in città. Inarrestabile come le posse. «Il movimento della Pantera ha fatto esplodere quello che abbiamo covato per anni. Noi eravamo quelli degli anni ’80, i nostri fratelli maggiori avevano fatto gli anni ’70, ma bisognava cambiare, inventare nuovi modi di parlare. E con noi c’è stata un’esplosione di iniziative, feste, concerti che ha riempito di persone i centri sociali», spiega Militant A che sta per pubblicare il libro Batti il tuo tempo – Da Onda Rossa Posse ad Assalti Frontali, trent’anni di poesia della strada (Goodfellas).

Ogni città, ogni centro sociale occupato aveva la sua posse. LHP, Lion Horse Posse al Leoncavallo di Milano. Isola Posse All Stars, da cui sono nati i Sangue Misto, all’Isola nel Kantiere di Bologna. 99 Posse all’Officina 99 di Napoli. Onda Rossa Posse, poi diventati Assalti Frontali, a Roma, in Via dei Volsci e al Forte Prenestino. E così via.

Ma da dove arriva la parola posse – che significa gruppo, banda – per inquadrare questa nuova sottocultura? «Intorno al 1985 siamo stati in Giamaica», ricorda Militant A, «e siamo tornati con questo bel nome utilizzato lì: una nuova forma di linguaggio perfetta per rappresentarci e raccontarci. È lì e negli Stati Uniti che ho conosciuto l’atmosfera comunitaria del rap delle origini. Proprio a Kingston una ragazza mi aveva detto: “Ma com’è che ami così tanto il rap e non capisci le parole? Ti perdi tutto”. Io sentivo l’energia, il ritmo, ma lei mi ha fatto capire che dovevo fare rap in italiano».

Naturalmente, il rap americano era un fermo punto di riferimento per Militant A, che come dj passava i dischi a Radio Onda Rossa. «Ho la casa piena di vinili rap: Afrika Bambaataa, Newcleus, Big Daddy Kane, Marley Marl, Grandmaster Flash. Ma un momento fondamentale fu quando vennero i Public Enemy a Roma di supporto ai Run-DMC. Mi feci assumere nell’organizzazione per provare a incontrarli: quando è finito il concerto sono andato dietro al palco, Chuck D se n’era già andato, ma sono riuscito a parlare un po’ con Professor Griff».

E poi c’erano l’autonomia operaia, le lotte studentesche, il conflitto continuo e il sogno del comunismo: «Ero affascinato da tutti i banditi poeti come Sante Notarnicola», ricorda Militant A, «e da tutti quelli che avevano provato a fare la rivoluzione. E la mia ambizione era la rivoluzione».

“Fight the power” cantavano i Public Enemy, “Batti il tuo tempo per fottere il potere” cantavano Onda Rossa Posse. Stampato inizialmente in 2000 copie, il loro mini LP era costato 8 milioni di lire: in copertina Militant A con il pugno alzato, poi l’intro di C’era una volta in America di Ennio Morricone, la base di I Go to Work di Kool Moe Dee e il resto è storia.

Stop al panico!

«La posse era la cricca di un centro sociale che si metteva intorno a un microfono a fare rap o raggamuffin», spiega senza un filo di nostalgia Gopher, uno dei membri di Isola Posse All Stars. «Noi abbiamo cominciato pensando ai Public Enemy, che erano i Clash del rap, e ai Beastie Boys, che erano dei punk cazzoni come noi che si erano messi a fare rap».

Centro sociale Isola nel Kantiere, Bologna. Tutt’altra cosa rispetto ai romani, affinità e divergenze tra compagni, come racconta Gopher. «Forse abbiamo mutuato il termine posse da Onda Rossa o dai loro stessi riferimenti, ma noi non eravamo nell’ortodossia vetero-comunista italiana. Facevamo le manifestazioni con in testa le parrucche e facevamo sì a botte con la polizia, ma truccati da donna. Abbiamo iniziato con Isola Posse perché eravamo nel mirino: su alcuni giornali a Bologna si diceva che i centri sociali potessero essere i mandanti degli assassini di alcuni carabinieri, ma poi si è scoperto che erano sbirri: la banda della Uno Bianca. E poi c’era la Sinistra che sgomberava i posti occupati. La posse eravamo noi che rifiutavamo queste cose».

“Stop-stop-stop-stop al panico” è stata la risposta di Isola Posse All Stars, gruppo di cui facevano parte Deda, Papa Ricky, Speaker Dee Mò, Treble dei Sud Sound System e Gopher. Un’altra autoproduzione, un altro grande classico di quella stagione, il vinile uscito nel febbraio del 1991: lato A Stop al panico, lato B Stop War. Duemila copie uscite per la neonata etichetta Century Vox, quasi quadruplicate grazie alla distribuzione Sony.

«Quando siamo andati a suonare a Roma», ricorda Gopher, «c’era una strada tappezzata di scritte “Isola Posse venduti” perché ai tempi avevamo fatto un contratto di distribuzione con una major. Helter Skelter, che era il distributore dei centri sociali, fece un comunicato delirante contro di noi dicendo che eravamo dei burattini di plastica… Meno male che sono passati 30 anni».

Prima di Onda Rossa Posse e Isola Posse, il rap in italiano era Jovanotti e poco altro. Gopher racconta dunque un altro aneddoto, proprio su Lorenzo: «Quando Jovanotti venne a suonare a Bologna nel ’91 disse una cosa tipo: “Sono nella città di Isola Posse, un gruppo che a me piace molto, ma so che a loro io faccio cagare. Quindi uno a zero per me”».

La scena delle posse cresceva e il rap in italiano contaminato con reggae, raggamuffin e altri generi si consolidava. «All’epoca c’erano tanti centri sociali», ricorda Gopher di Isola Posse All Stars, «e ogni centro sociale aveva almeno una posse che faceva il rap. Era una realtà veramente grossa. Noi facevamo numeri importanti. Suonavamo dal vivo con i Casino Royale come backing band, abbiamo fatto due concerti con i Negazione e siamo arrivati a fare live davanti a 10 mila persone perché da parte dei media c’era un’attenzione fortissima».

Radio Gladio

Notte di rime dirette è stata una serata organizzata nel maggio del 1992 al centro sociale Leoncavallo di Milano. In scaletta c’erano Isola Posse All Stars, 99 Posse, Lou X, Nuovi Briganti e Truscia Posse, e ad aprire il lato A e chiudere il lato B della cassetta pubblicata dopo l’evento (en passant, attualmente in vendita su Discogs a 50 euro) c’era Sergio Messina, noto anche come Radio Gladio. I suoi brani erano Spot anti-Aids e Lista dei drogati del Lazio.

«Se non sbaglio», ricorda Messina, «quel giorno ci furono due concerti, uno davanti al carcere di San Vittore nel pomeriggio e uno di sera al Leoncavallo. Non c’era il palco e non esisteva headliner: nel grande spazio al coperto, con dentro ancora le macerie del primo sgombero, c’erano la console e questa ballotta. Sicuramente al Leo erano contenti che ci fosse tanta gente, ma non era ancora completamente passata l’idea che due giradischi e dei microfoni facessero le veci di una band. Eravamo ancora nella preistoria, quindi prima ancora che Assalti Frontali o 99 Posse facessero concerti da 10 mila persone».

Sergio Messina, che oggi insegna Storia della cultura pop allo IED di Milano, non ha dubbi sul ruolo determinante di Onda Rossa Posse nella storia delle sottoculture nostrane: «Sono stati i primi a introdurre nell’hip hop la lingua italiana e la militanza politica, incarnando alla perfezione lo spirito di quel tempo».

Anche Messina era già impegnato in un progetto para-hip hop, ma in inglese: Radio Gladio. «Era una canzone pensata come un messaggio da mandare alle radio di tutto il mondo per raccontare in inglese la vicenda Gladio e farla arrivare agli americani che l’avevano finanziata. Un messaggio diretto dal basso, diffuso duplicando cassette, chiedendo di spedirle all’estero perché all’epoca non c’era internet. Nel frattempo, Radio Gladio ha avuto una diffusione all’interno del movimento della Pantera e quando ho iniziato a portare in giro questo show sono stato collocato da molti nel mondo delle posse, partecipando a eventi come Notte di rime dirette. Poi, quando sono andato a suonare a Napoli, tra il pubblico c’erano i 99 Posse, che stavano lavorando ai pezzi per il loro primo album, Curre curre guaglió».

Così, se Radio Gladio è la prima traccia della compilation Italian Rap Attack uscita nel 1992 (in scaletta artisti come Radical Stuff e Frankie Hi-NRG MC), Sergio Messina è anche il produttore del disco d’esordio dei 99 Posse, il lavoro che ha segnato più di tutti quell’era.

Curre curre guaglió

«Se non avessi sentito Batti il tuo tempo probabilmente sarei un precario della scuola» racconta Luca Persico, nome d’arte ‘O Zulù, cantante dei 99 Posse. Anche lui era uno studente universitario – iscritto a Lettere moderne – impegnato nelle lotte della Pantera, viaggiava da Napoli a Roma per riunioni e manifestazioni.

«Alla fine di un corteo contro il sindacato a Roma», ricorda ‘O Zulù, «il palco è stato occupato militarmente dai compagni legati a Radio Onda Rossa. Avevano tutti stalin e passamontagna, tranne tre che avevano microfono e passamontagna: erano Onda Rossa Posse, fecero Batti il tuo tempo e per me fu un momento epocale. Quel giorno ho scoperto questa cosa semplicissima di utilizzare il beat per esprimere i miei pensieri in rima: mi è cambiata la vita».

Oltre i Public Enemy e «tre cattivi maestri: Onda Rossa Posse, Isola Posse e Sud Sound System», ‘O Zulù cita un film come porta spalancata sull’universo hip hop: «Fa’ la cosa giusta di Spike Lee, che mostrava un rap diverso da quello di Jovanotti o MC Hammer che passava in tv: quel film mi ha fatto capire cosa rappresentava il rap per i ragazzi del ghetto, una via d’uscita, uno strumento di denuncia».

Dopo i giorni ruggenti della Pantera, nasce Officina 99, il centro sociale occupato di Napoli che ha battezzato i 99 Posse: «Come molti altri, abbiamo scelto di chiamarci con il nome del centro sociale della nostra città. Andavamo a Roma, Padova, Milano e con la stessa attitudine con cui facevamo le riunioni abbiamo cominciato a fare i concerti. All’inizio era una scena volutamente circoscritta, una cosa nostra che viveva nei nostri spazi, nella nostra cultura».

Ed è proprio quando gli LHP di Milano sono arrivati a Napoli per una manifestazione a cui sarebbe dovuto seguire un concerto che i media si sono occupati per la prima volta di ‘O Zulù: «Perché alla fine del corteo sono stato arrestato! Doveva essere il primo live dei 99 Posse all’Officina, insieme ai nostri amici LHP, ma non c’è stato alcun concerto. E quella è stata la prima volta che sono finito sul giornale».

Luca “‘o Zulù” Persico oggi

Come già facevano i pugliesi Sud Sound System, i 99 Posse rappavano, o forse è meglio dire cantavano, in dialetto, tanto importante quanto l’italiano per evidenziare il rapporto con il proprio territorio, le proprie radici.

Il primo singolo dei 99 Posse è uscito nel 1992, Rafaniello, più raggamuffin che rap: «Era la trasposizione di Coconut di Macka B. Lui prendeva in giro i neri giamaicani che, dopo essere andati a studiare negli Stati Uniti e aver fatto soldi e carriera, si sentono migliori degli altri, fingono di non capire il patois e si comportano come bianchi. Noci di cocco quindi, neri fuori e bianchi dentro. E noi abbiamo ripreso un’espressione degli anni ’70, rafaniello, rosso fuori e bianco dentro, perché eravamo critici nei confronti di Rifondazione Comunista».

Su quel disco c’era il numero di telefono dei 99 Posse, che cominciavano a ricevere chiamate per suonare fuori Napoli e fuori dal loro circuito. Fino a quando è arrivata un’altra telefonata turbo-boost: «Era Gabriele Salvatores che stava girando Sud. Aveva ascoltato il disco, gli piaceva il nostro approccio ironico e ci chiedeva un pezzo per la colonna sonora del suo film».

E la canzone era Curre curre guaglió, inno che dà il titolo all’album pubblicato dai 99 Posse nel 1993, manifesto definitivo che chiude la prima stagione delle posse ormai arrivate anche in televisione grazie ad Avanzi, la trasmissione condotta da Serena Dandini su Rai 3 che aveva ospitato, tra i tanti, Sud Sound System, Papa Ricky, Isola Posse All Stars e gli stessi 99 Posse, che srotolano davanti alle telecamere uno striscione del loro centro sociale occupato.

Le parole sono importanti

Curre curre guaglió è nato a casa dei 99 Posse a Napoli e, prodotto proprio da Sergio Messina/Radio Gladio, è stato un successo, anche commerciale: «Il piano industriale di quel disco», ricorda Messina, «prevedeva di rientrare vendendo 5000 copie. Difficile dire poi quante ne abbia vendute davvero, anche per via della pirateria, ma credo sia una cifra oltre le 200 mila. Anche perché continua a vendere».

Anche i giovani che non hanno vissuto gli anni ’90 e gli anni ’00 del XXI secolo ascoltano quelle canzoni e Sergio Messina la spiega così: «La mia impressione è che ci sia un piccolo effetto Nirvana. I miei studenti di 20 anni dicono “ci piacciono i Nirvana” perché i Nirvana cantano il dolore adolescenziale come forse nessun altro ha fatto dopo di loro. E così uno studente che ha bisogno di ribellione, va a un corteo, ascolta i 99 Posse e scopre Curre curre guaglió perché anche lui vuole correre, magari in modo diverso, ma vuole correre. È un’invenzione poetica potente, una frase passepartout, estremamente precisa ma allo stesso tempo sufficientemente vaga da essere applicata a chiunque, ed è il marchio di ‘O Zulù come grande autore».

Da una parte la forma e dall’altra parte la sostanza. Secondo Messina, che ha prodotto quell’album, «regge poco da un punto di vista della produzione, risente più del tempo che passa perché non abbiamo copiato nessuno, non ci siamo seduti con l’intento di rifare Bring the Noise». Ma il messaggio resta: «A 20 anni c’è sempre qualcosa che ti fa incazzare: ai miei tempi la Democrazia Cristiana, oggi il clima, domani un’altra cosa. Non importa contro cosa si ribellano i giovani, l’importante è che si ribellino. In quest’ottica, i 99 Posse sono ancora in grado di pettinare quel tipo di desiderio. Dubito che quelli che manifestano oggi sappiano cosa fosse la Pantera, ma credo che ogni generazione si appoggi anche inconsciamente sulla precedente. L’importante è che la fiammella resti accesa».

«Noi non eravamo un gruppo hip hop», spiega ‘O Zulù. «Tutti quelli che venivano dall’hip hop lo fiutavano e in qualche modo ci emarginavano anche. Non ce ne poteva fregare di meno dell’acquisizione e del superamento della tecnica importante per i b-boy, noi eravamo il punk dell’hip hop italiano: orgogliosamente capaci di fare solo tre accordi con tante cose da dire nel modo sbagliato! Non prendevamo troppo sul serio i generi musicali, ma coglievamo le somiglianze tra l’hip hop e la nostra cultura mediterranea e politica, dando voce a una minoranza emarginata che si organizza e fa fronte comune per uscire dall’emarginazione».

Come si dice? Le parole sono importanti: «Per me era molto doloroso scrivere», spiega ‘O Zulù. «Dovevo pesare ogni singola parola, ogni canzone doveva contenere in sintesi tutto il mio pensiero che, pezzo dopo pezzo, diventava sempre più complesso. Ogni mia singola canzone ti svuota dal veleno che accumuli: quando escono guarisco dal male che mi ha spinto a scriverle, e credo faccia lo stesso effetto ad altri. Questo è forse il segreto della mia longevità. Ma a un certo punto, Zulù era diventato qualcosa di più di quel che Luca era preparato ad affrontare: in alcuni casi un simbolo, un punto di riferimento, tutti ruoli che non credo di avere lo spessore di poter sostenere. Quindi ho vissuto con difficoltà, finché non sono riuscito a fare coincidere la persona con il personaggio: ho combattuto guerre e lasciato tanti feriti e tanti morti a terra».

Dai centri sociali a Sanremo

«La prima scena rap italiana è stata sicuramente quella delle posse», dice Gopher, lontano dal giro hip hop da quasi vent’anni: «Ma a un certo punto abbiamo cominciato a sentire il peso di quella parola perché noi non c’entravamo più nulla con la maggior parte delle cose associate alle posse, l’attenzione mediatica non è detto che vada di pari passo con la qualità artistica. Così abbiamo cambiato nome e sono nati i Sangue Misto».

Che effetto fa riascoltare Stop al panico 30 anni dopo? «Emozionante. Ho rivisto il video perché qualcuno lo ha postato come risposta al coronavirus», racconta Gopher, «e se musicalmente era un pezzo dozzinale perché aveva limiti già ai suoi tempi, il messaggio è ancora attuale. Preferisco cose che abbiamo fatto dopo: Passaparola del ’92, senza presunzione, manda ancora a casa un sacco di gente. Se ascolti le metriche, sono ancora attuali per stile e incastri. A quel punto era entrato Neffa e, poco da dire, lui e Deda sono i più grandi rapper della musica italiana».

La storia di Onda Rossa Posse è durata poco: «A un certo punto ci siamo ritrovati in una situazione più grossa di noi», ricorda Militant A, «ci chiamavano per interviste e festival, ma noi ci portavamo dietro il nome della radio e in certi casi si creano malintesi che possono compromettere tutto. Così dopo l’uscita di Batti il tuo tempo abbiamo deciso di cambiare nome e diventare Assalti Frontali, ma abbiamo lasciato la proprietà del disco a Radio Onda Rossa, che l’ha ristampato almeno cinque o sei volte».

Tra i veterani della terza ondata dell’hip hop italiano, quella della consacrazione mainstream, Fabri Fibra ha raccontato di essere stato rapito dalla furia di Batti il tuo tempo degli Onda Rossa Possa e da un concerto di Militant A con gli Assalti Frontali in una scuola occupata a Senigallia. I semi gettati hanno dato i loro frutti.

Militant A riconosce che «non posso fare rap come lo facevo nel ’90, usare la stessa violenza nei testi oggi sarebbe ridicolo. Per me è stata una valvola di sfogo importantissima, all’inizio non mettevo troppo in mostra la mia faccia e quando la gente mi conosceva di persona mi diceva: “Ma tu sei davvero Militant A? Dalle canzoni sembri molto più cattivo”».

Gli Assalti Frontali oggi (Militant A è al centro)

Simonetta è uno degli ultimi singoli degli Assalti Frontali: è dedicato a un’insegnante, una dirigente scolastica, Simonetta Salacone, che si è battuta per una scuola di tutti e per tutti. Anche grazie a lei, Militant A ora porta il rap e la storia dell’hip hop nelle scuole. Frequenta gli studenti e ha due figlie adolescenti, quindi conosce anche la scena urban contemporanea: «Sono grato alla trap per aver reso di massa un linguaggio che prima era marginale. E ora c’è molto più talento perché hanno riferimenti stilistici che noi non avevamo. Ma i ragazzi si approcciano a questo genere in modo completamente diverso. Noi pesavamo ogni parola, molti di loro invece usano bitch, troia, puttana, cagna perché credono che per fare rap devi usare per forza questi termini. Quando dico alle mie figlie “scusate, ma queste parole?”, loro rispondono: “Papà, non ti preoccupare, non è come per te, è solo per divertirci».

Ed ecco un esempio concreto che spiega le differenze tra il rap radicale delle posse e la scena attuale, ben più articolata ed esposta mediaticamente rispetto a 30 anni fa, in una sola parola: pop. «Quando Junior Cally è andato a Sanremo dopo le polemiche come si è giustificato?», racconta Militant A. «Ha detto: “Io faccio fiction, non è che quel che dico lo vivo davvero”. Per noi non era così. Quello che dicevamo lo vivevamo sul serio».

Per ‘O Zulù invece «tutto quello che di nuovo sta uscendo trasmette un concetto che arrivava anche nel periodo del boom delle posse, un ribaltamento rispetto alla musica mainstream italiana negli anni ’80: il vissuto borderline, la sofferenza, l’emarginazione sembrano quasi essere una conditio sine qua non per fare musica oggi. Per tantissimi anni o ti adattavi a certi standard canori oppure venivi tagliato fuori da tutto. Da un certo punto in avanti, parlare della vita di tutti i giorni ha cominciato a essere un requisito e non più un punto di svantaggio. E oggi siamo arrivati addirittura al paradosso: chi ha un vissuto sereno, tranquillo, è quasi obbligato a inventarsi una problematica esistenziale sulla quale fondare la propria carriera artistica».

«Nel grande calderone dell’hip hop c’è sempre stata una corrente di commento sociale», spiega Sergio Messina, «però nel frattempo il rap è diventato una cosa gigantesca, anche in Italia. Non saprei dire chi è eversivo ora, forse una risposta ovvia: Massimo Pericolo. Ma oggi la dinamica è completamente diversa, pensate a tutto il dibattito sull’autoproduzione, gente che in passato è stata crocifissa per aver firmato con una major: quel discorso non ha più senso perché ormai si fa tutto con un cellulare, se hai qualcosa da dire lo puoi fare, e infatti la discografia è andata a puttane. I migliori di questa generazione si mettono on line, acquisiscono una presenza sulla scena e poi magari contrattano una distribuzione. L’hip hop ha altro da raccontare: altri valori da esprimere, altre strade espressive da percorrere, tra cui il Festival di Sanremo. All’epoca non si andava, oggi alcuni ci vanno».

Rap, trap e le infinite sfumature della cosiddetta scena urban sul palco dell’Ariston: Achille Lauro, Ghemon, Mahmood, il già citato Junior Cally, Rocco Hunt, Clementino, l’ospitata di Ghali e… un ultimo aneddoto snocciolato da Sergio Messina: «La più bella battuta su Sanremo l’ha fatta un noto rapper italiano su Facebook che, quando ha sentito il pezzo di Rancore con Silvestri, ha commentato: “Ahò, ma che, te sei magnato Militant A?”».