Spotify introduce le classifiche per città e genere: ora tutti possono essere numeri uno | Rolling Stone Italia
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Spotify introduce le classifiche per città e genere: ora tutti possono essere numeri uno

D'ora in poi la piattaforma renderà disponibili 17 classifiche suddivise per stile e altre 200 per città (in Italia sono Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna). Fatevi avanti, c'è visibilità per tutti

L'attacco dei Måneskin è stato respinto: i Maroon 5 sono ancora il gruppo con più ascoltatori mensili al mondo su Spotify

Foto: Sumeet B/Unsplash

C’è qualche piccola novità interessante su Spotify: nuove classifiche. La piattaforma che in questo momento è il punto di riferimento principale per lo streaming audio mondiale proverà ad andare oltre le sue seguitissime top 50 globali, nazionali e “virali”, che permettono a legioni di ascoltatori di conformarsi diligentemente ai gusti della maggioranza (che si sa, ha sempre ragione). Da questa settimana sono disponibili nuove chart locali, che permettono di curiosare sul Local Pulse settimanale di oltre 200 città del mondo.

A queste si aggiunge, ancora più ambizioso, un nuovo stock di classifiche dedicate a 17 generi musicali, ottenuti, per citare il comunicato di Spotify, “classificando i brani in base al contesto in cui sono inseriti nelle playlist degli utenti e ai feedback editoriali”. Un po’ meno oscura un’altra novità che farà piacere a pubblico e addetti ai lavori: i Songwriter Credits per ogni canzone: cliccando sull’opzione “more” sarà possibile conoscerne autori a produttori. Sarà inoltre possibile verificare per le singole tracce entrate in classifica le date di ingresso, le posizioni di picco e il loro andamento nel tempo. I migliori sommovimenti vengono messi in evidenza anche se sembrano tutt’altro che epocali (“Conan Gray is the highest new entry on Top Artists Global at #148”, “Ghost Town by Benson Boone is the biggest gainer on Top Songs Global, up 70 spots at #72”, “A$AP Rocky is the biggest gainer on Top Artists Global, up 79 spots at #53”, “Thriller by Michael Jackson is the biggest gainer on Top Albums Global, up 36 spots at #50”), ma noi tifosi notoriamente festeggiamo anche un rigore al 90esimo contro l’ultima in classifica, quindi urrà anche per questa performance di Michael Jackson nella settimana di Halloween.

Siamo subito andati a curiosare tra tutte queste nuove opzioni, e ovviamente la prima indagine non poteva che essere legata alle città italiane prescelte: sono Roma, Milano, Napoli, Torino e Bologna. Città più grandi come Palermo e Genova non saranno contente di essere state scavalcate sulla Via Emilia, ma pensate a Brema e Lipsia, dove vedranno che per la Germania gli è stata preferita Bochum (350 mila abitanti): chissà, forse sono località musicalmente “strategiche”. Per la Svizzera, per esempio, c’è solo Zurigo: a Ginevra e Lugano non saranno felici. Se vi state chiedendo se la Francia ha più città di noi, tranquilli: sono cinque anche per loro, e ci permettono di scoprire che a Bordeaux quel tamarro di Farruko piace molto più che nel resto della nazione.

In effetti vedere i Local Pulse è divertente, e mette nero su bianco qualcosa che già sapevamo: l’utente italiano medio di Spotify, che è facile individuare in un adolescente maschio molto arrabbiato con voi e con noi, apprezza la musica della strada, ma preferibilmente la strada sotto casa sua, coi suoi segnali stradali e i suoi tombini. In questo momento a Roma prevale Mon fré di Poli OK & Xela Baby, a Napoli Resta di Lele Blade, a Milano Opinel di Simba La Rue. Fa eccezione Torino, che premia Pozzo senza fondo dei vicentini Blonde Brothers, qualche anno fa finalisti a The Winner Is di Gerry Scotti.

Interessante comunque il fatto che il particolarismo delle metropoli finisca per premiare qualcun altro: al n. 1 in Italia c’è Salmo con Kumite, che non primeggia in nessuna delle città suddette. Agli opposti, per i sociologi delle hit parade, si scoprono realtà compattissime: Mahvettim di cakal (minuscolo) piace a tutta Istanbul e a tutta la Turchia, forse anche Erdogan è un estimatore.

Foto: Spotify

Per quanto riguarda i generi, si apre tutto un mondo ghignoso quanto aberrante. I 17 generi in cui competere sono: Blues, Brazilian Funk and Hip Hop, Folk, Dance/Electronics, Country, Rock, Regional Mexican, Pop, R&B, Indie Pop, Sertanejo and Forró, K Pop, Hip-Hop, Metal, Latin, Jazz e Urbano (con la O). Questo naturalmente permetterà ogni settimana a 17 uffici stampa e social media manager (e fanbase) di mandare in giro annunci trionfali, perché ora ognuno può avere una fetta di torta. Per fare un esempio: Woman di Doja Cat è n. 2 nell’hip hop dietro a Industry Baby di Lil Nas X, ma prima che si innervosisca, la si può placare mostrandole che Woman è n. 1 nelle charts R&B, il che suggerirebbe che fare più generi contemporaneamente è una buona idea. Farruko (sempre lui) con Pepas è al n. 1 sia nella classifica Latin che in quella Urbano (sempre con la o). I Maneskin sono numeri uno nel rock globale con I Wanna Be Your Slave, seguiti dai brani di Imagine Dragons (con JID) e Billie Eilish (come non considerarla una rock’n’roller furiosa?). Sono anche al n. 4 con Mammamia, dietro alla quale al n. 5 c’è la headbanger per eccellenza, Olivia Rodrigo con brutal (si scrive minuscolo). In questa classifica “rock”, i vecchi Limp Bizkit arrancano al n. 18 ma siccome sono anche considerati metal, nella classifica metallara si vedono riconosciuti quattro brani in top 10. Più o meno lo stesso discorso vale per i Bring Me The Horizon, la cui DiE4u è n. 23 nel rock e n. 4 nel metal. Insomma, nessuno si può sentire troppo lontano dal n. 1, a patto di capire esattamente quale etichetta autoaffibbiarsi per far felice il Grande e Possente Algoritmo Che Tutto Domina.

C’è anche da dire che i primi a essere felici saranno probabilmente i fan, che finalmente potranno esultare con gli artisti per cui trepidano: “Spotify Charts are made by fans”, invita esplicitamente la piattaforma, pungolando il tifo. Certo, non tutto si basa su quello: la fissa delle classifiche e dei generi è sempre stata un’esigenza americana che non ha riscontri nel mondo delle classifiche ufficiali europee. Storicamente, tutto nasce con le prime charts che contemporaneamente valorizzavano e ghettizzavano la black music, iniziate negli anni ’40 con la Harlem Hit Parade di Billboard, che dava risalto agli artisti più venduti in alcuni negozi del quartiere più nero di New York. Cessarono di essere compilate solo dal 1963 al 1965, un po’ perché era l’epoca delle lotte per i diritti civili, un po’ perché le canzoni di etichette come Motown e Stax erano popolarissime anche presso gli ascoltatori bianchi. Ma poi ricomparvero con ben altre intenzioni, non più quelle razziali ma quelle produttive. Gradualmente, furono introdotte altre categorie in cui, come per i Grammy (e poi, gli MTV Awards), tutti potevano trionfare, e soprattutto ogni ascoltatore poteva seguire la tentazione di chiudere le orecchie agli altri generi, concentrandosi sul prodotto che riteneva più adatto a sé.

Oggi Billboard ha classifiche per Rock, Country, R&B/Hip-hop, Latin, Christian Music, Jazz, Pop, Dance/Electronics. E sono anche poche, rispetto alle etichette sulle quali cretinizza Wikipedia (per la quale, per esempio, i Roxy Music erano contemporaneamente un gruppo art pop, glam rock, new wave, pop rock, progressive rock, proto-punk, soft rock). È un modo di suddividere la musica che somiglierebbe a quello di un ornitologo, se non fosse in realtà dettato da una logica di classificazione del prodotto per soddisfare una domanda di merce – e che l’arte si fotta: tutti quei manager discografici laureati a Boston, a Cambridge e alla Bocconi devono pur mangiare. E alla fine, il futuro dei musicisti è incerto ma di una cosa non ci sarà mai carestia: la visibilità, ovviamente.