Sotto attacco: la vita dei musicisti nell’Ucraina in guerra | Rolling Stone Italia
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Sotto attacco: la vita dei musicisti nell’Ucraina in guerra

Rock, EDM, pop, folk: la scena locale è esplosa dopo la rivoluzione del 2014. Ora molti sono scappati lasciando gli strumenti dietro di sé, altri restano sperando in un futuro non catastrofico, tutti sono scioccati e arrabbiati. «Non perdoneremo mai i russi per il male che ci hanno fatto»

Nata Zhyzhchenko (Onuka) all'Atlas Weekend di Kiev

Foto: Sergii Kharchenko/NurPhoto

Kyrylo Brener non aveva scelta: doveva lasciare a casa chitarre e pedali. Dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, il chitarrista del power trio Kat ha preso con sé le cose essenziali come vestiti e acqua e ha lasciato con la moglie la città di Kharkiv dirigendosi verso ovest. Rifugiatosi da alcuni parenti, racconta la sua esperienza su Zoom. È ancora scosso. «Mi auguro che prima o poi finisca tutto e che si torni a suonare. Ora però è impossibile fare piani, manco per le prossime 24 ore. Non ho idea di quel che ci aspetta».

L’invasione dell’Ucraina ha messo a soqquadro ogni aspetto della vita del Paese, compreso il fare musica. Gran parte degli artisti locali non sono noti fuori dal Paese, ma soprattutto dopo rivoluzione del 2014 la scena è diventata vivace e diversificata tra pop, hip hop, techno, punk, hardcore.

Ce n’è per tutti i gusti. Le Fo Sho, tre sorelle di Kiev e Kharkiv, mescolano hip hop e influenze provenienti della loro terra d’origine, l’Etiopia. Le Onuka fanno electro pop. L’indie pop delicato e acustico di Postman deve molto a Bob Dylan, Nick Drake e David Crosby. Ci sono anche le pulsazioni elettriche dei Vagonovozhatye, il synth pop di Kurgan & Agrega, l’hip hop di Alyona Alyona, la furia riot grrl delle Death Pill e centinaia d’altri musicisti che coprono virtualmente ogni genere.

In Ucraina ci sono anche etichette indie e a Kiev e in altri zone del Paese delle belle scene live. «È esploso tutto dopo il 2014, il Paese non è mai stato così vivace da quel punto di vista», dice il cantante e chitarrista Kostiantyn Pochtar, in arte Postman. «È iniziato tutto dopo la rivoluzione».

Bodya Konakov, che ha un’etichetta, fa il dj e incide col nome Konakov, aggiunge che «molti artisti hanno avuto modo di far conoscere la loro musica al mondo. Tutti volevano sapere che cosa avrebbe portato la rivoluzione. È stata come un’onda che tutti volevano cavalcare. È un stato un bel momento di solidarietà da cui è nata una scena solida».

Quella scena è ora sotto attacco. Musicisti, dj e lavoratori della musica stanno decidendo se restare o lasciare il Paese, e intanto si chiedono se la scena che hanno costruito con tanta fatica sopravvivrà all’attacco russo. «Non so come si possa scrivere musica in questo momento», dice Olga Korolova, nota col nome d’arte di DJ Korovola. «Non lo so perché hanno ammazzato la passione. Sono annientata dentro. Mi sento svuotata».

Folk, punk, EDM: la musica esisteva prima di Euromaidan, naturalmente. In principio nessuno sapeva quali sarebbero stati gli esiti della rivoluzione. Alla fine s’è capito che ne avrebbero giovato anche i musicisti. Subito dopo il cambio di governo, il Ministero della cultura ha impedito l’ingresso nel Paese a una ventina di artisti russi che avevano appoggiato l’annessione della Crimea (anche i Limp Bizkit sono stati colpiti dal bando dopo che l’allora moglie di Fred Durst, originaria della Crimea, aveva scritto che «Putin è un grand’uomo, una bella persona dai solidi principi morali»; al cantante è stato impedito di entrare nel Paese per cinque anni).

Con sempre meno artisti russi da ingaggiare, promoter e locali hanno dato spazio ai talenti locali. «Ci è stata data l’opportunità di prenderne il posto», dice Pochtar, che all’epoca suonava nella band psichedelica 5 Vymir (ovvero “Quinta dimensione”). «Ed ecco che noi, giovanissimi, siamo finiti a suonare in posti enormi. Erano pieni solo a metà, ma finalmente avevamo un’acustica decente e un equipaggiamento professionale, e la gente ha apprezzato».

«È stato il primo passo per crescere», dice Rostislav Kulyk, promoter e proprietario di un’agenzia di ticketing. «Ci si è dotati di nuovi impianti d’amplificazione, di nuove luci».

Yaryna Denysyuk del sito di musica underground Neformat spiega che anche prima della rivoluzione c’era musica notevole in Ucraina, «dallo screamo allo skate punk», ma che è stato «dopo Euromaidan che la gente ha cominciato ad apprezzare il nostro linguaggio, le nostre tradizioni musicali, il Paese in generale. La gente ha smesso di sentirsi parte della cultura russa. Sono venuti fuori i nostri artisti, è emersa la nostra unicità. Non è che prima non ci fosse musica qui, ma era meno visibile sia agli ucraini che agli stranieri».

«Pensa che paradosso», dice Brener, che lavora nel campo del web e suona in due altre band oltre ai Kat. «Putin e la Russia ci odiano e vogliono cancellarci. Eppure sono stati loro a creare la nazione e la sua mentalità. Prima del 2014 facevamo le nostre vite e non ci pensavamo. Dopo quegli eventi abbiamo iniziato a cercare una nostra identità. E questo vale anche per la musica».

A partire dal 2014, in Ucraina sono nati festival, locali, etichette (come la Standard Deviation, dal nome del club techno di Kiev gestito dal dj e produttore Dmitriy Avksentiev). A Kiev, lo Stereo Plaza può ospitare 5000 persone. Di sera, un mobilificio si trasforma nel Closer, un locale dove si dà appuntamento la scena elettronica cittadina. Nell’estate 2021 in un edificio un tempo occupato da una fabbrica d’armi è nato un nuovo club techno, l’Arsenal XXII.

Secondo Konakov, che dopo un anno e mezzo a Londra è tornato a Kiev, la musica che più ha goduto di questo rinascimento è l’EDM. «Ha un carattere unico, qui, perché i locali sono unici. Non si tratta solo di andare a fare serata, ma di mostrare le tue posizioni: contro la polizia, contro la corruzione, per i diritti umani, per la libertà. Il dancefloor in Ucraina non è solo un luogo di divertimento». Scritto prima della guerra e del Covid, oggi il singolo del 2021 di Konakov Dance Before Your Death sembra profetico.

Secondo Pochtar, la musica emersa negli ultimi otto anni è anche il prodotto della spada di Damocle che pende sulle teste degli ucraini: la paura dell’arrivo dei russi. «Per me, per la mia band, per i miei colleghi era questa la cosa più importante. Sapevamo che tutto poteva finire da un momento all’altro. Ecco perché volevamo fare di tutto e di più, e in fretta».

 

 
 
 
 
 
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Per i musicisti ucraini, quei giorni di gloria sembrano lontani un secolo. I club sono chiusi. Uno studio nella foresta fuori Kharkiv, che sfoggiava con orgoglio gli amplificatori Marshall tanto amati da Jimi Hendrix, è al centro di una zona colpita dai bombardamenti. «La musica è anche terapia», dice Pochtar, che all’inizio dell’invasione era nella sua seconda casa. «Quand’ero giovane mi aiutava ad affrontare quel che non sapevo gestire, ma ora non sono dell’umore giusto per suonare». Le Fo Sho non hanno potuto parlare con Rolling Stone perché, come ci ha detto il loro manager, sono «sotto attacco».

Anche la comunità musicale ucraina, soprattutto quella legata ai concerti, ha sofferto come altrove durante la pandemia. Negli ultimi mesi erano iniziate le prime riaperture. Di solito, in questo periodo dell’anno Kulyk è impegnato a finalizzare il programma dell’annuale Underhill Festival, una manifestazione che per tre giorni a giugno ospita artisti locali e internazionali e che di solito attira circa 20 mila spettatori. Il destino di quel festival e dell’Atlas, che quest’estate avrebbe fatto esibire Twenty One Pilots, Yungblud e gli Alt-J, oltre a band del posto, è incerto.

«Al momento non pensiamo ai festival», dice Kulyk. «Non se ne parla proprio. Pensiamo solo a non perdere la nostra Ucraina». Kulyk si sta dedicando alla ricerca di case per i quasi 100 mila profughi che si sono riversati a Lviv, una grande città dell’ovest del Paese, vicino al confine con la Polonia. «È come organizzare il più grande festival della mia vita», dice.

Se anche i festival dovessero sopravvivere, chi ci suonerebbe? Kulyk prende il telefono e mostra le foto su Instagram di due band ucraine, tra cui i rocker dei Boombox. Imbracciano i fucili e sono pronti a combattere per il loro Paese. I 20 artisti di musica elettronica apparsi sulla compilation della sua etichetta indie in un modo o nell’altro si sono ritrovati coinvolti nel conflitto.

 

 
 
 
 
 
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Il mondo musicale dell’Ucraina si trova, come del resto l’intero Paese, in un limbo. Molti temono la scomparsa di quella che un tempo era una scena fiorente e dalla mentalità aperta. «Nella peggiore delle ipotesi, se la Russia dovesse vincere la cultura ucraina sparirà, musica inclusa. Il loro obiettivo è distruggere la nostra nazione», dice Denysyuk. «Molti musicisti e band hanno dimostrato di amare il loro Paese, sono pronti a restare e a proteggerlo, ma non riesco a immaginare un futuro per loro sotto il regime».

«Nessuno resterà a vivere qui», dice Nata Zhyzhchenko, cantante e leader delle Onuka, al momento bloccata nella sua casa fuori Kiev col marito e un figlio di due anni. «Forse giusto un 10% che non avrà la possibilità di andar via». E aggiunge una considerazione che fa venire i brividi: «Siamo in una zona di guerra, non so se domani saremo ancora vivi».

Anche Brener dice che se prevarrà la Russia non avrà ragioni per restare. Kat, il trio heavy rock in cui suona la chitarra, sperava di pubblicare il nuovo album Call a metà marzo per poi partire in tour. È tutto saltato. «Non voglio vivere in un Paese con un governo filorusso. Mai e poi mai lo farò. Nel caso dovessi andarmene via, è difficile che finisca nella stessa città coi miei amici».

A prescindere da chi resterà o sarà costretto ad andarsene, alcuni artisti sono convinti che da quest’incubo verrà fuori nuova arte, il riflesso di quello che provano e vedono. «Non manca l’ispirazione per i nostri prossimi album ed EP, siamo sopravvissuti e continueremo a sopravvivere», dice Zhyzhchenko. «Neanche potete immaginare cosa significa vivere quest’esperienza».

Secondo Anastasiya Khomenko, batterista delle Death Pill, «ci saranno canzoni dedicate agli eroi che hanno dato la vita per difenderci, ce ne saranno per gli uomini coraggiosi che hanno affrontato questa guerra, ce ne saranno per mandare a fare in culo le navi da guerra russe. La nostra musica diventerà più dura, piena di rabbia e di odio. Non dimenticheremo mai, non li perdoneremo mai per il male che ci hanno fatto».

 

 
 
 
 
 
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Una settimana fa, Korolova era ancora a Kiev, dove abitava col marito e la figlia di 10 anni. Quando è iniziata l’invasione, lei, la figlia e la sorella hanno preso tutto quel che potevano e sono scappate in Polonia, dove hanno dei parenti. Il marito non è partito con loro: il governo ucraino ha ordinato a tutti gli uomini fra i 18 e i 60 anni d’età di restare a combattere.

Korolova ha lasciato in Ucraina la sua attrezzatura, un pianoforte, gli strumenti da DJ, ma la cosa non la preoccupa affatto. «Non importa, li ricomprerò», dice. Brener pensa alle chitarre che si è lasciato dietro e si augura «di tornare a casa un giorno, senza ladri, né assassini».

In Polonia, Korolova è riuscita a organizzare un dj set. Ha suonato solo artisti ucraini. Ora sta in una camera d’albergo e scoppia a piangere mentre dietro di lei la figlia gioca: «Spero siano ancora vivi».

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.