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‘Socialismo tascabile’ degli Offlaga Disco Pax è un disco che resiste

Max Collini racconta il debutto del gruppo che usciva quindici anni fa, una geografia sentimentale delle piccole Pietroburgo dell’Emilia rossa. Storia di un disco fatto con «zero soldi, zero ambizione, zero aspettative»

Foto: Giulia Mazza

Cavriago, il paese dove è nata Orietta Berti, 9 mila anime alle porte di Reggio Emilia. Al centro c’è una piazza intitolata a Lenin, Piazza Lenin. E, lì in mezzo, un busto che lo raffigura, donato direttamente al Comune dall’Unione Sovietica, nel 1970. Questo perché Lenin è sindaco onorario della città: nessuno ne ha mai revocato l’ordinanza, e gli abitanti ne vanno fieri. Ora: poco importa che quest’ultima parte sia falsa, in quanto non esiste alcun documento ufficiale che attesti che il leader della rivoluzione bolscevica sia primo cittadino ad honorem dello storico ‘avamposto’ emiliano del socialismo nel mondo. La statua c’è, la sua leggenda popolare anche, e ciò che conta è che questa storia – per anni sepolta nelle cronache di provincia – ci suona famigliare, con le parole con cui l’abbiamo appena descritta. In quest’ordine preciso, come una filastrocca. E il merito è della narrazione che ne hanno fatto gli Offlaga Disco Pax.

Il pezzo in questione è Piccola Pietroburgo, contenuta nel loro album d’esordio, quel Socialismo tascabile (Prove tecniche di trasmissione) che usciva il 7 marzo 2005, quindici anni fa. E più che a un disco siamo davanti a una dichiarazione d’intenti. Politico, ‘socialista’, ma anche intimo, (auto)ironico, nostalgico. Tutto giocato su sintetizzatori sporchi e minimali in zona new wave, è un concept con un pugno di storie emiliane e ‘rosse’ che hanno consacrato per sempre gli Offlaga Disco Pax nella scena alternative italiana. Fra l’infanzia socialista, e un’età adulta nel Duemila, che ha significato la fine di quelle certezze. «In effetti, in quelle canzoni volevo raccontare di come, all’alba della mia età adulta, il mondo che mi aveva circondato fosse cambiato clamorosamente e in poco tempo», ci racconta Max Collini, voce e autore dei testi degli Offlaga. Dispiace che l’album non abbia figliato quanto meritato, ma un lavoro così personale, identitario e a suo modo romantico non poteva che nascere dalle congiunture autobiografiche dei protagonisti.

Perché la band era, in primis, un gruppo di amici. Collini, appunto, ciondolante e spoken style nel senso puro del termine, senza cantare una nota che fosse una, con tante pause e una declamazione teatrale solo sua. Daniele Carretti alle chitarre: millimetrico, elegante, scuro. Enrico Fontanelli dietro le macchine, a produrre le basi di un’elettronica sintetica fra post rock e new wave, eppure assai italiana. «Enrico e Daniele sperimentavano, regalando alle mie storie ambientazioni cinematiche, elettroniche, oniriche. Una specie di colonna sonora i cui riferimenti erano assai diversi da quelli delle narrazioni, così identitarie e ben radicate in quel territorio. Sembrava un matrimonio sconclusionato in cui io, in base alla musica che loro producevano, sistemavo il testo, per renderlo più scorrevole. Ed era un lavoro che facevo solo dopo la scelta dell’ambientazione sonora e l’atmosfera che ne derivava. Ecco: quel momento era la parte più bella: le storie che scrivevo restavano uguali nel significato, ma cambiavano parole, espressività, quadro narrativo».

Offlaga, come una città della bassa bresciana trovata per caso; Disco Pax, una canzone sconosciuta di un complesso altrettanto oscuro di Reggio Emilia. E Socialismo tascabile ha i confini sulla via Emilia, in quel microcosmo storico di provincia della provincia; non a Bologna, ma a Carpi, a Reggio, a Cavriago. Nove racconti su un’adolescenza trascorsa lì, fra i fritti delle Feste de L’Unità, i campi e i ‘campetti’, i luoghi sacri della Resistenza, le case popolari in cui il PCI prendeva maggioranze bulgare, le toponomastiche in stile Via Carlo Marx. «Nel corso degli anni ho scoperto che quella non era solo una periferia sconsacrata: è stato un luogo importante per alcuni aspetti sociali e politici per la cultura, le arti, la scrittura, la musica e la storia del Novecento», ci dice Collini. E poi sì, ovviamente, i ricordi di Enrico Berlinguer in tv, Radio Capodistria, Praga, la caduta del Muro di Berlino, la fine di un’epoca, le ripercussioni nel cuore. Le grandi narrazioni che, come detto, diventano invidia privata, scaramucce fra liceali, rassegnazione. «Ma alla fine non mi pare che sia andata per tutti così: la mia generazione, gli amici, le persone con cui ho diviso la militanza durante l’adolescenza nel PCI non si sono riconosciuti nelle incertezze che raccontavo. In compenso invece migliaia di altre persone, magari più giovani, hanno percepito in questa sorta di ‘memoriale’ che è il disco qualcosa o qualcuno in cui ritrovarsi».

Socialismo Tascabile, insomma, è una geografia sentimentale, nato un po’ per caso e pubblicato grazie alla vittoria di un concorso per band emergenti, il cui premio era la registrazione di un disco ‘vero’ – questo. «Quando avevamo scritto queste canzoni non potevamo immaginare che sarebbero poi diventate un album vero e proprio, e che sarebbero entrate nel cuore di migliaia e migliaia di persone», racconta Collini. «All’epoca c’era una purezza d’animo e di intenti che nel tempo un po’ mi è mancata, inevitabilmente. A volte penso di essermi trovato dentro quella situazione in modo assolutamente casuale. Io non avevo mai desiderato di salire su un palco, fare dischi o cose del genere, mi è semplicemente capitato. Temo di avere realizzato i sogni di qualcun altro. E, a pensarci, un po’ mi sento in colpa».

Sensi di colpa o meno, il disco suona sentito e personale. Uno dice i Massimo Volume: ma lo stile letterario di Clementi poco si addice all’intimismo fragile di Collini. Allora pensi ai CCCP, ma al di là delle affinità elettive la loro anima battagliera e idealista nasceva e moriva negli ’80, mentre gli ODP sono resistenza, romanticismo. Al più, Ferretti e Zamboni passano come un’eco, muse che tornano giusto in un giro di basso uguale a quello di Allarme (Cinnamon). Poco altro, ma tanta autobiografia.

In primis ricordi dell’infanzia, con Kappler e lo scontro di un ragazzo con la scuola “borghese e gentiliana” del suo professore dai metodi nazisti, passando poi per i pruriti di Khmer rossa, là dove solo i turbamenti dell’adolescenza possono far vacillare le certezze di un bambino cresciuto a pane e URSS, fino al cult Robespierre, un listone tragicomico di luoghi, personaggi, situazioni e paradossi degli anni ’70, per molti manifesto del disco. E poi l’utopia socialista della Cavriago di Piccola Pietroburgo, da contraltare al viaggio di Tatranky, in una Praga ormai occidentalizzata in cui si balla Al Bano e Romina. «Diciamo che il busto è una sorta di stargate socioculturale che descrive il lascito del Novecento nella memoria di ciò che è stato e della sua utopia. Tatranky, invece, ne è un corrispondente universale: là dove il Socialismo Reale ha inciso profondamente nelle vite delle persone (e non in senso positivo, purtroppo) il lascito è meno gioioso, più tetro. Il dramma della contemporaneità è che nessuno sa più da dove veniamo: non ci interessa, non ci piace, chissenefrega. Ma se non sai da dove vieni, quasi sempre non sai dove stai andando», ci dice ancora Collini.

Il resto dell’album è un miracolo firmato Enrico Fontanelli, che insieme a Carretti coi sintetizzatori, le chitarre elettriche, i bassi e le drum machine ha riempito il giocattolo di suoni piccoli, sintetici, oscuri. Spaziando da New Order e Kraftwerk (Piccola Pietroburgo, Kappler) all’industrial (Tono metallico standard, forse l’esperimento più a mo’ di cazzeggio del lotto), e scoprendosi ballabile con la disco di Robespierre. Così diversa dal resto, ma più difficile a dirsi che a farsi, racconta Max: «Domenica pomeriggio, primavera del 2003. Enrico attacca la batteria elettronica. Sceglie la ritmica contrassegnata dal tasto ‘disco’. “Qui dice ‘disco’, facciamo un pezzo disco”, mi fa. E la canzone era, nella sua essenza, pronta in due prove».

Oggi gli Offlaga non esistono più. Enrico Fontanelli se ne è andato nel 2014, portato via da una malattia, a due anni dalla pubblicazione del terzo e purtroppo ultimo disco del gruppo, Gioco di società. Il vuoto che ha lasciato è grande almeno quanto il ricordo che ogni anno i due amici ne fanno nel festival Ancora. Daniele Carretti ha un altro progetto, Felpa, dove porta avanti egregiamente il discorso musicale degli ODP. Collini, invece, con Jukka Reverberi (Giardini di Mirò) ha formato Spartiti, e oggi “legge l’indie italiano” col suo stile. Ma cosa gli resta di Socialismo tascabile? «L’amore che noi tre ci abbiamo messo dentro, la gioia, l’ingenuità, la tenerezza. Ancora adesso non mi sembra vero che lo abbiamo fatto noi, con zero soldi, zero ambizione, zero aspettative. Ancora non me lo so spiegare. Eravamo noi tre: ognuno con la sua storia, la sua vita, i suoi modi, i suoi tempi. È stata una congiunzione astrale, il destino, il caso. È stato puro istinto. Eravamo quella cosa lì, in quell’esatto momento, e questa ne è la fotografia. E, in quanto tale, sembra non invecchiare mai». Resistere, insomma, e non invecchiare: come Berlinguer alla tv, gli odori delle Feste de L’Unità, i concerti dei CCCP. Come il busto di Lenin a Cavriago: qualsiasi cosa avesse voluto significare nei ’70, qualsiasi cosa possa significare oggi.

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