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‘Slow Train Coming’, la recensione originale del disco della svolta cristiana di Bob Dylan

Il 20 agosto 1979 His Bobness spiazzava tutti con un album da predicatore più che da rock star. Ecco come lo recensiva il fondatore di Rolling Stone, in tempi in cui prima di scrivere di un disco lo si ascoltava 50 volte

Bob Dylan in concerto a San Francisco nel 1979

Foto: Richard McCaffrey/Michael Ochs Archives/Getty Images

A inizio carriera, Bob Dylan era talmente acuto e poetico da diventare egli stesso un oggetto di fede. Ha contribuito a offrire un’identità e a dare energia a talmente tanta gente che alla fine non poteva che esplodere. Ed è successo. È stato amaro, deludente e incomprensibile per molti, me compreso, e forse anche per lo stesso Dylan.

Nel giro di poco si sono manifestate forze che hanno influito sul peso musicale e sociale di Dylan. Erano eventi d’ogni tipo: personali, professionali, accidentali: le inevitabili pause e i dubbi che arrivano con l’età e il tipo di successo che ha avuto lui. Poi c’era tutto il resto: anni lunghi e deprimenti in cui tutti quanti abbiamo perso la speranza.

Basta un solo ascolto per capire che Slow Train Coming è il miglior album di Dylan dai tempi dei Basement Tapes (registrati con la Band nel 1967, ma pubblicati solo nel 1975). Più sento questo disco – e sono già cinquanta volte dall’inizio di luglio – e più mi convinco che sia uno dei più belli di tutta la sua carriera. Col tempo potrebbe finire per essere addirittura considerato il migliore in assoluto.

Quest’affermazione non andrà giù facilmente, soprattutto dopo il clamore causato dalla sua rinascita religiosa. L’immagine pubblica di Dylan è stata investita di talmente tante emozioni che la maggior parte dei critici e dei fan difficilmente rinunceranno alle vecchie definizioni. È anche vero che i suoi fan hanno visto la qualità dei suoi lavori calare costantemente negli anni e quindi hanno più di una ragione per essere tanto rigidi.

Negli anni ’70, Dylan e il suo pubblico sembravano come paralizzati. Cinque o sei canzoni grandiose non bastavano per superare quel lungo e stagnante intervallo di dubbi e riesami. In quanto portavoce di una generazione, Dylan ha creato talmente tante immagini e aspettative da aver perso spazio di manovra, fino a diventare insicuro persino del suo istinto. Non so quali fossero i suoi dubbi, ma erano comunque collegati ai temi sociali e politici degli ultimi dieci anni. In questi tempi difficili e confusi, così come in quelli più semplici fatti di certezze, Dylan ha continuato a riflettere la società.

Un’ampia prospettiva storica è il modo più intelligente per affrontare Slow Train Coming, soprattutto se si vuole capire la religione di un tempo e l’evangelismo che pervadono le canzoni. Prima che chiunque potesse ascoltare il disco, la notizia che Dylan stava leggendo la Bibbia ha sollevato reazioni ciniche e sfiduciate: una controversia che ricordava altri vecchi dibattiti sulla sua carriera.

Bob Dylan, alla fine, è tornato nelle nostre vite e nel nostro tempo, e l’ha fatto con l’LP più commerciale della sua carriera. Slow Train Coming è stato prodotto con una cura e un’attenzione al dettaglio per lui inedita. Questo approccio è figlio di un lungo periodo di autocritica personale e artistica. Dylan voleva – e forse dopo tanti sforzi e parziali fallimenti non aveva altra scelta – un successo commerciale. È anche abbastanza intelligente da sapere che questa svolta era l’unica strada da percorrere per tornare a essere grande.

I musicisti che suonano in questo disco sono i migliori con cui Dylan ha lavorato dai tempi di Highway 61 Revisited (1965), Blonde on Blonde (1966) e The Basement Tapes (1967). Per la terza volta nella sua lunga carriera, Dylan ha scelto di lavorare con un vero produttore. Nei primi anni ’60 usava Tom Wilson, a fine ’70 Bob Johnston. La scelta per Slow Train Coming è un atto di puro genio e istinto: Jerry Wexler, éminence grise e veterano inseparabilmente connesso ai classici di Ray Charles, Aretha Franklin e Dusty Springfield, tra gli altri. Come Dylan, Wexler ha fatto il suo ultimo grande disco alla fine dei ’60 (con lui alla produzione c’è Barry Beckett, lo straordinario pianista dei Muscle Shoals Rhythm Section).

Bob Dylan ha ancora una volta qualcosa di urgente da dire. È tornato nella terra delle opportunità, del fato e delle svolte inspiegabili. Slow Train Coming, costruito accumulando cambiamenti riluttanti e faticosi, è un disco con una lunga genesi, il frutto improvviso di una visione trascendente e coesa. È questo che lo rende immenso.

Le nuove canzoni di Dylan hanno forza e semplicità, i testi rivaleggiano con i primi classici. Le parole sono ambiguità come lo è la grande arte. Dylan non insegue l’immaginario colorato e il linguaggio di Highway 61 Revisited, simboli che oggi sembrano datati. I testi di Slow Train Coming sono senza tempo, semplici ma ricchi di altri possibili piani di lettura. Le visioni apocalittiche e il simbolismo biblico sono coerenti con le canzoni di “protesta” o “impegnate” che rappresentano le fondamenta del suo lavoro. Riconosciamo anche i personaggi e l’umorismo dei suoi primi pezzi: ladri, ricchi, poveri. Invece dei nani ci sono i banchieri. E come sempre i padroni.

Gotta Serve Somebody, che apre il disco, usa nei ritornelli un’allegoria religiosa, ma non ha niente di diverso dalle storie di bene e male che Dylan ha sempre cantato. La forza della sezione ritmica e l’arrangiamento non danno tregua, e la stessa cosa vale per il testo. Dylan ci ricorda ancora una volta che possiamo scegliere tra il bene e il male.

Precious Angel ha la melodia più bella del disco, e accompagna alla perfezione il testo. Ha un arrangiamento country-rock (alla Nashville Skyline), un marchio di fabbrica di Dylan. Ci sono numerosi riferimenti biblici, ma in nessun caso sovrastano o si distaccano dalla passione dell’innamorato protagonista. Ha anche alcuni versi davvero sensuali:

“Sei la regina della mia pelle, ragazza
Sei la mia donna, la mia delizia
Sei la luce della mia anima, ragazza
Accendi la notte”.

Il ritornello – “Getta la tua luce, getta la tua luce su di me / Non riuscirò a farcela da solo / Sono troppo cieco per vedere” – vi strapperà il cuore.

Mi colpiscono altri due versi: “Gli uomini pregheranno dio per farsi uccidere / e non riusciranno a morire” – un’idea terrificante – e “sorella, lasciami raccontare di una visione che ho avuto / Portavi l’acqua a tuo marito / Soffrivi sotto la legge”, un saggio sui diritti delle donne.

I Believe in You è una storia che va dal personale (l’amore) al filosofico (lo straniero) al religioso (il discepolo), e potrebbe persino essere una storia su Gesù. In parte, parla di qualcuno che sceglie un credo impopolare (implicitamente religioso) e affronta il destino del reietto. Tuttavia, le frasi “Credo in te / Anche la mattina dopo” sono un ovvio riferimento a un’interpretazione parallela.

Tutte queste storie – i reietti, i credenti, gli amanti – sono in realtà una sola, perché Dylan dice finalmente una cosa: “Io credo in te”. Il potere di questo pezzo sta nella scoperta della fede, e nella liberazione che deriva nell’accettarla.

Slow Train è inequivocabilmente una delle canzoni tipo discorso sullo “stato dell’unione” che Dylan ha messo in ogni suo disco. Per la prima volta da Highway 61 Revisited, il pezzo con il messaggio più coraggioso sull’America è la title track, che spiega anche il tema dell’album.

Slow Train è niente di meno che la canzone più matura e profonda sull’America che Dylan abbia mai scritto. Il suo patriottismo è assolutamente chiaro: è un testo ricolmo di fede nel sogno americano, ma anche di rabbia e indignazione. Credo sia la sua migliore canzone di questo tipo di sempre, perché è temperata e resa più profonda da una maggiore saggezza, ed è qui che la religione trova il suo posto nel disco.

Credo sia devastante.

L’immagine di un lento treno che arriva dietro una curva è decisamente americana. Il treno non è solo un’immagine allusiva, ma anche un’affermazione della grandezza americana. Dylan apre il pezzo domandandosi “cosa è successo ai miei compagni”, e verso dopo verso spiega chi sono e cosa sta accadendo loro. Poi c’è la nazione, un popolo frustrato perché si sente impotente di fronte al destino nazionale. “Guardati attorno, ti imbarazzerà”. Tra le altre cose dice anche: “Il nemico che vedo indossa una tonaca di moralità” e “parlano di una vita di amore fraterno / ma mostrami qualcuno in grado di viverla”. Gli assolo di Mark Knopfler, il chitarrista e autore dei Dire Straits, sono furiosi quanto il testo. Suggeriscono vendetta e desiderio di colpire.

Nella sua essenza, Slow Train è una nuova Blowin’ in the Wind o Desolation Row. Ma i tempi ora sono più complessi e si prestano poco ad osservazioni ampie e semplicistiche. Solo i profeti e chi è personalmente coinvolto possono azzardarsi a dare definizioni. E questo è sempre stato il collegamento speciale tra Dylan e il suo pubblico. In Slow Train, Dylan dice che il modo in cui vedi te stesso è inseparabile e non può essere diverso da quello con cui vedi gli altri. E poi ci sono i versi più potenti in assoluto:

“La mia donna è andata in Illinois
con un ragazzaccio che lei potrebbe distruggere
È un vero suicidio
Ma non c’era niente che potessi fare per fermarla
Non mi importa dell’economia
Non mi importa dell’astronomia
Ma di sicuro mi importa
Vedere le persone che amo trasformate in pupazzi”.

Affondata in un ritmo potente e implacabile, Gonna Change My Way of Thinking è un sermone tutto fuoco e fiamme privo di ogni sottigliezza, se non di poesia. Frasi come queste non hanno prezzo:

“Ho una donna timorata di Dio
Una che mi posso permettere
Sa fare il Georgia Crawl
Sa camminare nello spirito del Signore”.

La canzone si avvicina parecchio a quelle che scrivono i Rolling Stones. L’arrangiamento d’archi e la chitarra ritmica ricordano Bitch e Brown Sugar. Per anni Dylan ha lasciato intendere che poteva battere Mick Jagger, e Gonna Change My Way of Thinking è il suo modo per dimostrare che aveva ragione. È davvero il massimo.

Mark Knopfler piazza fraseggi e attacchi con tecnica impressionante. I passaggi che suona in questo pezzo devono molto ad Albert King. È sicuramente il migliore tra i nuovi chitarristi. Le grandi chitarre mi mandano fuori di testa.

Chiunque insista nel considerare Slow Train Coming come una conversione religiosa spaventosa o priva di significato potrebbe portare Gonna Change My Way of Thinking come prova. È diretta discendente di With God on Your Side e innumerevoli altre canzoni in cui gli avvertimenti di Dylan non differiscono molto da quelli che usa in questo testo: l’apocalisse arriverà presto, se non state in guardia. In questo caso l’idea è sviluppata con uno stridore per ottenere incredibile disagio, e un incredibile rock’n’roll.

Anche When You Gonna Wake Up parla dell’America. Mette in evidenza la performance dei musicisti, compreso Dylan che canta in modo sfrontato e con grande urgenza, da fanatico. Il ritornello sul “rafforzare le cose che rimangono” esprime il punto di vista di un cittadino profondamente preoccupato. Il testo è più acido di qualunque pezzo rock in circolazione. Sono d’accordo con quel che Dylan dice di Henry Kissinger, uno dei grandi mali del nostro tempo.

Nessuna canzone del disco, né i rapporti di prima mano dei soliti noti dicono che Dylan è “rinato”. Invitato da alcuni amici, ha seguito alcune lezioni di studio della Bibbia tenute da un predicatore fondamentalista. E in fondo anche quest’album è composto da capitoli e versetti. La religione è ovunque nel disco, eppure Slow Train Coming sembra riallacciarsi allo stile tradizionale di Dylan: canti di protesta e patriottismo, canzoni d’amore, adorazione e amicizia.

Da tempo Dylan pensa che condotta personale e pubblica sono una sola cosa. Queste sono parabole, numerose e fittamente tessute, assemblate con la dose di moralità giudicante tipica di ogni grande album e pezzo di Dylan.

Slow Train Coming è Dylan allo stato puro, è il vero Dylan, probabilmente il più puro e vero di sempre. Il simbolismo religioso è una progressione logica della visione manichea della vita che ha Dylan e della sua lotta piena di dolore con bene e il male.

Non ho certezze sui tempi in cui viviamo, sugli standard sociali o sulla condotta delle persone tali da permettermi di criticare la validità delle idee religiose di Dylan. Forse c’è un testo personale e comunitario che offre spiegazioni, leggi e nozioni pratiche che danno un senso a ciò che non lo ha e che può anche fornirci delle linee guida per fare del bene.

Non vado in chiesa, né in sinagoga. Non mi inginocchio accanto al letto prima di andare a dormire. Non credo che lo farò mai. Devo ancora affrontare il terrore di cui si legge nella letteratura. Ma poiché la politica, l’economia e la guerra non sono riuscite a farci sentire meglio in quanto individui e nazione, e visto che se ci guardiamo indietro vediamo solo lunghi anni di degrado, forse è improvvisamente giunto il tempo della religione, “come un ladro nella notte”.

La canzone più religiosa di tutte è When He Returns ed è anche una delle performance canore di Dylan più ricche e belle. Avendo lui così tanti altri talenti, non gli è mai stato riconosciuto quello di cantante. Ma quando ha per le mani una canzone e un’idea in cui crede, la forza, la ricchezza e la bellezza della sua voce superano di gran lunga quelle delle parole che usa. Il suono che gli esce dalla bocca non ha bisogno di parole: è il suono dell’anima.

Musicalmente parlando, questo è probabilmente il miglior disco di Dylan, un raro incontro di ispirazione, desiderio e talento in cui sono fuse forza, visione e arte.

Bob Dylan è il più grande cantante dei nostri tempi. Non ce n’è uno migliore. Nessuno gli va nemmeno vicino. Le sue versatilità e capacità vocali non hanno eguali. Il modo vibrante ed espressivo con cui canta supera quello dei contemporanei. Più che la sua abilità con le parole, e più che la sua lungimiranza, il grande dono che Dio gli ha fatto è proprio la voce.

Perciò, quando ascolto When He Returns le parole non contano affatto. Sono buone come non lo sono mai state, forse persino meglio. Ma io sento una voce.

Questa recensione è stata pubblicata su Rolling Stone US il 20 settembre 1979.

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