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‘Sisters with Transistors’ racconta la musica elettronica come spazio di libertà femminile

Un documentario narrato da Laurie Anderson fa il punto sul contributo di sperimentatrici e compositrici visionarie allo sviluppo del "suono del futuro". Ma non chiamatele "lady composers"

Dal manifesto di 'Sisters with Transistors'

Un vecchio slogan di epoca riot grrrls, reso celebre da Kim Gordon e dalle sue t-shirt, recitava “girls invented punk rock, not England”. Traslata alla musica elettronica e estesa al mondo intero, la frase sarebbe ancora più giustificata. Il contributo femminile allo sviluppo di quello che per convenzione è sempre stato vissuto come il “suono del futuro” è fondamentale, storicamente incontrovertibile e come per qualunque altro campo dell’ingegno umano quasi sempre sottovalutato. Alle intrepide sperimentatrici e pioniere che nel corso del Novecento hanno riformulato – dal punto di vista compositivo, tecnologico e per certi versi anche filosofico – il nostro rapporto con la “musica prodotta dalle macchine” viene reso finalmente il giusto tributo con un documentario di Lisa Rovner intitolato genialmente Sisters with Transistors.

Il film, presentato in questi giorni in prima visione in Italia al Festival dei Popoli (lo si può guardare fino al 22 novembre in streaming sul sito di Più Compagnia in collaborazione con MyMovies, disponibile anche con sottotitoli in italiano) si avvale della narrazione fuori campo di Laurie Anderson e dei sentiti omaggi di musiciste sperimentali contemporanee come Holly Herndon, Sarah Davachi e la stessa Kim Gordon, ma soprattutto ci dà la possibilità di ascoltare e vedere nel loro ambiente ideale (lo studio di registrazione) e durante performance informali le “transitors sisters” che tra gli anni ’40 e ’90 del secolo scorso hanno spostato in avanti i confini della musica elettronica.

Dalle dimostrazioni delle incredibili possibilità armoniche del theremin a opera di Clara Rockmore ai software creati da Laurie Spiegel e illustrati dalla stessa davanti a un improbabile personal computer del 1986, dall’esuberanza quasi da pop star di Suzanne Ciani mentre si esibisce davanti a un divertito e un po’ spiazzato David Letterman alla radicalità sovversiva di Pauline Oliveros, l’excursus della Rovner racconta in modo tanto intenso quanto essenziale e dritto al punto (nessuna divagazione narrativa non necessaria, nessuna noiosa “testa parlante” come è invece prammatica nei documentari musicali) di un manipolo di donne che hanno saputo, benché spesso non riconosciute se non come figure di culto per storici e appassionati, imporre la propria visione in un mondo come quello dell’industria musicale (ma anche quello della ricerca scientifica) dominato dagli uomini, esattamente come il mondo in generale.

C’è qualcosa di commovente nel vedere, a distanza di sessant’anni, la passione e l’intensità febbrile tipica dei visionari con cui figure quali Daphne Oram e Delia Derbyshire (due delle menti che più hanno contribuito a creare il mito del BBC Radiophonic Workshop) spiegano le possibilità di manipolazione delle sorgenti sonore e si destreggiano tra taglia-e-cuci di nastri mandati in loop, chilometri di fili attorcigliati, relè e proto-sintetizzatori dall’aspetto inquietante quasi quanto il TARDIS di Dr. Who, la cui celeberrima sigla era una elaborazione elettronica della Derbyshire (sulla quale è in arrivo anche un biopic). A proposito di fantascienza: il giusto spazio viene concesso anche a Bebe Barron, che con il marito Louis compose la prima colonna sonora interamente elettronica (quella de Il pianeta proibito), mentre stranamente si sorvola alla veloce su Wendy Carlos e sulle sue riletture “electro” di Bach (quando era ancora Walter). Le strade del suono elettronico, aperte e percorse da queste artiste/scienziate, si sono del resto spesso intrecciate con quelle di ambiti culturali all’epoca considerati off e laterali, come appunto il cinema di fantascienza degli anni ’50 e ’60, le avanguardie artistiche dello stesso periodo, la filosofia hippy e i successivi movimenti new age (significative le derive a un passo dal misticismo di Eliane Radigue e di Maryanne Amarache).

Al centro, sempre, la percezione del suono nella sua purezza, slegato dalle convenzioni melodiche e armoniche che lo modellano in forme riconoscibili. Dalle storie raccontate in Sisters with Transistors emerge proprio questa irresistibile attrazione verso l’ignoto, il non-ancora-visibile (o meglio: ascoltabile). Sforzarsi di ritrovare uno specifico “femminile” in tutto questo sarebbe rischioso e discutibile, e infatti il documentario non si arrischia su questo terreno nonostante l’inevitabile, e giustificato, sottotesto femminista. Si tratta di persone diverse, che hanno agito in epoche e contesti diversi. Ma non è certamente casuale che tra chi ha più forzato i limiti dell’ascolto, della generazione e della riproduzione di suoni ci sia proprio chi ha dovuto fare i conti fin dall’inizio con i limiti imposti alle donne dalla società patriarcale. L’elettronica e la tecnologia come spazi di libertà sono un dato che emerge chiaramente, e lo si può leggere tuttora nell’entusiasmo e negli sguardi ancora rapiti dal suono delle protagoniste del documentario ancora vive e attive come Ciani, Spiegel e Radigue. Un’unica avvertenza: come proclamava il titolo di un combattivo manifesto di Pauline Oliveros, non chiamatele “lady composers”.