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Signore, tratta bene DMX

Era un peccatore, ma merita il paradiso. L'incredibile storia del rapper morto oggi: dall'infanzia tragica alla voglia di rappare che lo porta a strappare i cavi che gli tengono assieme la mascella rotta

DMX nel 2016

Foto: Kevin Winter/Getty Images for Live Nation

Agli occhi di un profano, di chiunque non conoscesse la sua storia e la sua musica, i cinquant’anni che DMX ha trascorso su questa Terra devono essere sembrati una sorta di reality show di bassa lega, in cui tutto era eccessivo e grottesco. Sulla carta, era difficile simpatizzare con lui. Religiosissimo, tanto da farsi ordinare diacono, sguazzava nel peccato, pronto a scontare ognuno dei suoi errori (è stato arrestato decine e decine di volte e ha trascorso lunghissimi periodi in carcere, per i reati più svariati, dal possesso di droga al maltrattamento dei pitbull che allevava). Padre di 15 figli, la maggior parte illegittimi, che non è mai riuscito a mantenere degnamente nonostante una carriera potenzialmente stellare (il suo immenso successo degli anni ’90 non gli ha impedito di finire in bancarotta). Dipendente da molteplici sostanze, disintossicatosi molteplici volte, ha continuato puntualmente a ricaderci e a finire in overdose. L’ultima, quella di qualche giorno fa, purtroppo gli è stata fatale: non si è mai risvegliato dal coma e ci ha lasciati oggi, nonostante i suoi fan sperassero che, come è successo ogni volta che è scivolato – Slippin’ è proprio il titolo di uno dei suoi brani più struggenti – si rialzasse, pronto per un altro round. Perché, indipendentemente quello che abbiamo detto all’inizio, in realtà non simpatizzare con lui in realtà era davvero impossibile. DMX è stato la quintessenza dell’umanità, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti.

Quella che a molti potrebbe apparire come una farsa è stata una tragedia, fin dalla primissima infanzia. È lui stesso a raccontarlo nella sua autobiografia, E.A.R.L. All’anagrafe Earl Simmons, figlio di una madre single, teenager e testimone di Geova, cresce a Yonkers, New York, in condizioni che definire difficili è riduttivo. Da bambino, la madre lo maltratta fisicamente e psicologicamente in ogni modo possibile: alla minima trasgressione lo rinchiude in camera sua per settimane, impedendogli di avere contatti umani con chiunque e passandogli il cibo attraverso una gattaiola. Per sfuggire a questi abusi spesso scappa dalla finestra e passa notti intere a vagare per le strade della città, in balia di ogni pericolo e sostanza, con la sola compagnia dei cani randagi (da lì la sua ossessione per i cani e il suo inconfondibile timbro, che assomigliava a un rabbioso abbaiare). A un certo punto, sempre la madre gli annuncia da un giorno all’altro che di lui non vuole più saperne: gli fa fare i bagagli e lo accompagna a un rifugio per ragazzi abbandonati, scaricandolo. Da una parte sarà la sua fortuna, perché proprio lì comincerà a coltivare il suo amore per il rap. E quello per il crimine, purtroppo: appena maggiorenne verrà arrestato, e sarà proprio in carcere che comincerà a scrivere rime sul serio.

La gavetta per lui durerà anni e andrà sempre di pari passo a indicibili sofferenze. Tanto per dirne una: quando gli fissano un provino per Def Jam, l’etichetta più importante in assoluto per la scena hip hop di allora, ha la mascella rotta in seguito a una rissa ed è tenuta ferma da una serie di cavi di acciaio. In teoria dovrebbe rimanere assolutamente immobile, di rappare non se ne parla, ma piuttosto che perdere la sua opportunità forza i cavi fino a spezzarli, spalanca la bocca e comincia a sputare rime come solo lui sa fare. Tanta disperazione pagherà: il contratto lo ottiene, e il suo album di debutto It’s Dark and Hell Is Hot del 1998 sarà un trionfo, grazie soprattutto al singolo Ruff Ryder’s Anthem, di una semplicità disarmante, ma ancora oggi un vero e proprio inno per tutti gli amanti del rap nel mondo. Va talmente bene che nel giro di pochi mesi replica con un secondo album, Flesh of My Flesh, Blood of My Blood, entrando nella storia della classifica americana per essere il primo artista vivente a piazzare due album alla n°1 nello stesso anno. Comincia a stringere partnership importanti, recita in parecchi film (tra cui Romeo deve morire, pellicola di culto grazie alla presenza di un’altra star della musica black scomparsa prematuramente, Aaliyah), ogni suo singolo si piazza saldamente in cima alle charts.

Ma, come urla una volta durante un crollo psicotico sul palco su cui sta suonando, Dio gli ha dato il successo, ma lo ha preparato solo per il fallimento. Ed è nel fallimento che DMX si trova più a suo agio. Dagli inizi degli anni ’00 in poi, è un susseguirsi di arresti, disintossicazioni, problemi personali e legali, overdose, momenti di depressione alternati a crisi maniacali. La sua carriera comincia a imboccare una china discendente, e non riuscirà mai a tornare ai fasti degli inizi. I suoi album vengono oscurati da quella telenovela irresistibile che è diventata la sua vita privata, i film vengono sostituiti da reality e factual show da quattro soldi in cui sedicenti life coach cercano di spiegargli come rimettere a posto la sua esistenza a pezzi.

Ogni volta che sembra sul punto di risollevarsi, riesce ad auto-sabotarsi e a tornare a faccia in giù nel fango. Nel 2018 viene spedito in carcere per essere evaso dall’ennesima clinica di riabilitazione, dove gli era stata offerta la possibilità di scontare la sua pena in alternativa alla prigione dopo aver frodato il fisco. Ne uscirà nel 2019, e si spera che ne sia uscito un uomo nuovo: ha perfino ottenuto un nuovo contratto con Def Jam, con cui non collaborava dal lontano 2003, per pubblicare un nuovo album. In base a quel poco che si sa, aveva iniziato a lavorarci (tra le altre cose con Swizz Beatz, il produttore che lui stesso aveva contribuito a lanciare con Ruff Ryder’s Anthem). Aveva anche ricominciato a suonare in giro e si era ripreso la ribalta grazie a un epico episodio di Verzuz, il format creato da Swizz Beatz e Timbaland, in cui si era sfidato contro Snoop Dogg, arrivando a raccogliere più di un milione e mezzo di spettatori in tutto il mondo.

Purtroppo, però, tra la voglia di vivere e la voglia di morire, ha vinto la seconda. In uno skit tratto dal suo album di debutto, intitolato Prayer, DMX diceva: “Se mi tocca soffrire perché mio fratello veda la luce, dammi dolore finché muoio, ma per favore, Signore, trattalo bene”. È difficile non pensare a questa frase, oggi.

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