Siamo stati all’Euro Christian Music Festival, e abbiamo visto la luce | Rolling Stone Italia
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Siamo stati all’Euro Christian Music Festival, e abbiamo visto la luce

Ricorderemo tante cose: Legrottaglie che racconta la sua conversione, l'ardore di padre Vinicius dal Brasile, l'apprezzabile penna di Don Alfred. E, soprattutto, l'unico, indiscusso mattatore della serata: Gesù Cristo

Prima di consegnare i numerosi premi, si ferma, guarda la platea e ammette tutta la fatica di queste giornate. «In alcuni momenti siamo stati davvero stanchi – dice rivolto alle circa duecento persone presenti in sala – ma Dio ci ha guidati, è stato il ginseng che ci ha tirato su. Ci ha detto ogni volta: dai ragazzi, dai!». È un fiume in piena Fabrizio Venturi, 52 anni, capello lucido, montatura nera, baffetto accennato, orecchino al lobo sinistro: «Vengo da una scuola molto antica – confessa al pubblico – quella fiorentina dei Carlo Conti, dei Panariello, dei Masini». È lui l’ideatore, direttore artistico, factotum, presentatore, ogni tanto cantante, a tratti mistico imbonitore di questo primo “Euro Christian music festival”. Dalla sua vulcanica verve, in realtà, era già scaturito lo scorso febbraio il primo Festival della canzone cristiana di Sanremo, in contemporanea con la kermesse condotta da Amadeus. Quella volta aveva ricevuto l’attenzione di quotidiani curiosi, un articolo di Avvenire, addirittura Radio Vaticana come media ufficiale. Questa volta, tenta la replica in contemporanea con l’Eurovision, ma senza bissare il successo: nessuna traccia di cronisti (tranne noi, in incognito, ça va sans dire), silenzio dell’emittente papale, trentadue i like alla diretta sulla pagina Facebook.

Il festival della musica per Gesù va in scena alla chiesa evangelica Gospel House, a Venaria Reale, solo a qualche metro di distanza dallo stadio della Juventus. Ogni dettaglio rispetta il canone classico del grande evento: i pass in bella vista dello staff, la band di 15 elementi, le coriste, una regia audio/video professionale, il collegamento con «24 tv locali e 40 radio che rimandano il nostro segnale».

La band parte con un jingle – che diventerà il continuo contrappunto della serata – che fa il verso a quello di Sanremo, solo che invece di «Perché Sanremo è Sanremo» qua si canta “Cristian Music Festival”. Presenta lo stesso Venturi, con Adele Zappia, da Bagnara Calabra, molto simile a Mara Carfagna e definita, chissà perché, «l’avvocato più giovane d’Italia» («il fine di questo evento è difendere i valori cristiani», le sue parole). Ad affiancarli, Stefano Sparro, speaker di Radio Vaticana, ma anche il cantautore Gionathan. Le autorità hanno espresso la loro vicinanza: patrocinio della Regione Piemonte, del Comune di Venaria e della diocesi del Duomo di Torino; in platea il senatore Lucio Malan di Fratelli d’Italia, il presidente del consiglio regionale del Piemonte Stefano Allasia (in quota Lega), l’ex calciatore della Juve e della nazionale Nicola Legrottaglie e il presidente della giuria di qualità: Stefano Rigamonte, «vincitore dello Zecchino d’oro e grande artista».

Sul palco, prima di tutti, salgono una donna russa e una ucraina, che improvvisano una sorta di balletto. Applausi a scena aperta e qualche “Amen” in platea. Ma ecco che subito Venturi sale sul palco in giacca bianca e papillon: «Abbiamo voluto dare un messaggio di pace fin dall’inizio (dice con tono enfatico), perché qui il protagonista è uno solo, Gesù Cristo. Vorrei un applauso per Gesù». La platea non può che spellarsi le mani. «Gesù ha pagato per tutti noi in silenzio, poteva andare via, è rimasto lì», aggiunge pensando alla croce. Eppure dopo le mille ciance, le presentazioni delle personalità, le resistibili gag tra i presentatori inframezzate da interminabili tempi morti (l’effetto è sempre quello “filmino della cresima”) finalmente arriva il momento di entrare nel vivo: sono 11 i paesi in gara e, come in un gioco di specchi, il vincitore parteciperà di diritto al prossimo Festival della Canzone Cristiana di Sanremo – e si aggiudicherà una pregiata opera raffigurante una croce intrecciata con una chiave di violino.

I Paesi in gara sono l’Italia, l’Argentina, la Svizzera, l’Olanda, il Brasile, l’Inghilterra, il Sud Africa, la Repubblica di Mauritius, la Svezia, lo Stato di Israele e la Repubblica Democratica del Congo. Per problemi di spazio, non potremo certamente dare conto di tutte le performance, ma possiamo limitarci solo a qualche accenno delle principali. Quella degli italiani, innanzitutto: Shoek & Meissa, che sono con tutta evidenza i “Fedez e Francesca Michielin” della musica cristiana. «Sono stato il primo a portare il rap cristiano in Italia», dice lui, che ha il collo tatuato (in bianco e nero, però) e una storia personale che, vivessimo negli States, sarebbe già diventata il soggetto perfetto per una serie televisiva (nato a San Patrignano, una vita per strada tra droga e prostituzione, poi l’illuminazione). È co-autore del brano che canta, un inno contro la guerra: Mi arrendo – Ti Arrendi («l’abbiamo scritto due settimane fa», spiega ).

La sua rima più suggestiva è rivolta al Signore: «Affogo nel suo amore che mi cambia ogni sapore». «Mi arrendo, ti arrendi, c’è un solo Dio», il ritornello. Rischiando lo spoiler, riveliamo subito che nonostante la performance a forte impatto (cantanti e coristi hanno scritto “No” con un pennarello sui palmi delle mani) si dovranno accontentare solo del premio dello sponsor e della terza posizione nella classifica finale. Dopo di loro, un paio d’altri, e quindi tocca a quello che è forse il più atteso tra i partecipanti: padre Vinicius dal Brasile (già vincitore al festival della canzone Cristiana di Sanremo). Giovanissimo, bello come Cristiano Ronaldo, in tunica bianca e nera, provoca sospiri in sala e vari amen e alleluia che punteggiano l’interpretazione del suo brano, Vale la pena. Lo urla anche al microfono, Padre Vinicius: «La nostra vita col Signore vale la pena, vale la pena seguire Gesù. Con tutta la vita con tutto il cuore». Che dire: amen, alleluia.

Dopo l’apoteosi, è il momento della preghiera. Venturi annuncia un momento di raccoglimento con il pastore Franco Drago, che è anche padrone di casa in quanto responsabile della Gospel House che accoglie il festival. Il Pastore si lancia in un monologo contrito e confuso mentre una pianola lo accompagna in sottofondo: «Chiediamo Signore – dice -, che tu possa benedire veramente il cuore di questa nazione, e che la tua pace possa benedire i cuori». Poi il passaggio mistico: «Ti chiediamo Signore, di vederci con i tuoi occhi, sentire con le tuo orecchie, abbracciarci con le tue mani». Mentre il cronista in sala si chiede come sia possibile abbracciarsi con le mani del Signore, la platea applaude e lui continua, come se fosse un Cinque Stelle pentito: «Molte volte andiamo contro le autorità perché pensiamo che avremmo fatto meglio di loro, ma non è così: noi vogliamo benedire le autorità di questa nazione, Signore». Applausi, ancora. amen, alleluia.

Tocca alla Svizzera, poi al Congo: Don Alfred si distingue come il più stonato tra gli stonati (ma vincerà il premio per il miglior testo). È il momento dell’ex calciatore Nicola Legrottaglie, che non canta, ma racconta la sua conversione: «Arriva quella data che ti dà il senso di quello che hai vissuto prima. Quando arriva la Verità, rivaluti anche le cose vecchie. Gli occhi di Dio erano su di me già prima che nascessi». Racconta di aver fondato gli “Atleti di Cristo”, ovvero «amici che si incontrano per lasciare un segno dello sport”. “Ti auguriamo di potere condurre tanti ragazzi divertendosi nello sport insieme a Gesù», chiosa Sparro (lo speaker di Radio Vaticana, che lo intervista). Saluti. Sul palco torna il fomentatissimo Venturi per ribadire il concetto che dà il segno a tutta la sua missione, e che ripete in ogni intervista: «Nelle radio ci sono state in classifica canzoni dedicate a un cane, a un calciatore, a un ciclista», fa una pausa, la platea lo ascolta sospesa: «Non mi dite ora che Dio è meno importante di un calciatore, un ciclista e di un…». Gli verrebbe da dire «…e di un cane», ma si ferma, temendo di essere travisato. «È meno importante?», chiede ai presenti. «No, no!». Ma siamo ormai davvero agli sgoccioli. L’onore di chiudere questa prima edizione del festival va alla Svezia, che porta sul palco un cantante rotondetto, ovviamente biondo, ma calvo davanti e con lunghi dreadlocks dietro. Ha occhiali da sole, veste una giacca e una gonna nera, è a piedi nudi, il suo pezzo hard rock s’intitola: When the stars begin to falls. Si muove, ammicca, balla: sembra indemoniato!

Esibizioni terminate, è il momento per le autorità. Il sindaco di Venaria ammette quasi commosso che questo Christian Festival non ha niente da invidiare all’Eurovision Song Contest «come qualità degli artisti, qualità della band, dei presentatori». Venturi ringrazia, e pronuncia la famosa frase sul Ginseng divino. Subito dopo il rappresentante della Lega rivendica una battaglia molto importante: anche al consiglio regionale si è voluto mettere delle effigi sacre offerte dalla diocesi di Torino.

Davvero, ci siamo. Venturi spiega che i premi saranno consegnati da Nitza Valeria, sul palco sale una bella donna che sembra avere origine caraibiche. Stupore nel pubblico: «Chi è?», si chiedono i meno informati. «È mia moglie», chiarisce Venturi. C’è il premio dello sponsor appunto (Fedez e Francesca Michielin), quello del miglior testo (Don Alfred dal Congo), il premio della stampa («Assegnato dal capo ufficio stampa dell’Euro Christian music festival»): va alla Mauritius, che si aggiudicano anche la migliore composizione. Miglior interpretazione ai Paesi Bassi. Siamo al podio. Al terzo posto l’Italia, al secondo i Paesi Bassi e sul gradino più alto del podio il Sudafrica. La bellissima Saul City ricanta la sua Silence, mentre scorrono i titoli di coda.

Quando la folla sciama verso l’uscita, un senso di sollievo pervade il cronista che si era nascosto tra il pubblico. Alla fine, si dice, niente di preoccupante. Non può che constatare, infatti, come in questa scombiccherata manifestazione dove tutti fanno tutto; in questo evento da strapaese mediatico che prova senza pudore a racimolare qualche briciola di celebrità, non c’è assolutamente nulla da temere: non siamo certo dalle parti del fanatismo teologico tipo Gilead nel Racconto dell’Ancella, ma piuttosto dalle parti della sagra dell’Anguria che si tiene in pieno agosto a Nardò, in provincia di Lecce – con la differenza, per giunta, che la sagra dell’anguria vive di una dignitosissima passione popolare qua del tutto assente. Eppure, mentre avanza nella notte senz’altro sollevato, un ultimo dubbio assale il povero cronista. Non sarà, si chiede, che in confronto a quanto ha appena visto, quelle reminiscenze da Chiesa della sua infanzia, quelle strofe cantate la domenica accompagnate dall’organo: «Acqua siamo noi, dall’antica sorgente veniamo», non siano meritevoli di un rispetto finora mai immaginato? Può essere, sì, può essere!