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Senza ‘Xdono’ il pop italiano di oggi sarebbe diverso

Con una scrittura sospesa tra pop, soul e rap e un suono internazionale, il primo singolo di Tiziano Ferro è stato l’anticamera del nuovo R&B italiano. A vent'anni dall'uscita, tutti gli devono qualcosa

Tiziano Ferro

Foto: Peter Bischoff/Getty Images

Ma ve lo ricordate, il Tiziano Ferro R&B? Oggi tendiamo a ricordarlo per quello che è venuto dopo, per i brani che appartengono al suo periodo di classico della nostra musica, da certi episodi di Nessuno è solo (Ed ero contentissimo, Ti scatterò una foto) del 2006 in poi, in più mettendoci Non me lo so spiegare che è del 2004. E ok, probabilmente è grazie a quei pezzi se è così ascoltato, stimato in maniera trasversale tipo popstar con la schiena dritta, se insomma riempie gli stadi senza che nessuno gridi allo scandalo. Però la parte più interessante della sua carriera resta l’inizio, quando qualcuno pensava fosse l’ennesimo prodotto per ragazzine, one hit wonder, e invece nel giro di due anni riuscì a costruirsi un successo – e una credibilità – mondiale, direi anche più che adesso. E se è vero che talento vocale, presenza scenica, aspetto e strategia di comunicazione (Mara Maionchi e Alberto Salerno ci puntavano forte, ed è già una mezza garanzia) giocarono alla grande la loro partita individuale, il merito fu soprattutto delle canzoni.

Canzoni tipo Xdono, la sua prima in assoluto – se si esclude qualche divagazione adolescenziale rimasta nell’anonimato – che usciva vent’anni fa, il 22 giugno del 2001. Nel giro di qualche mese, con la spinta delle radio (perché quelle bisognava convincere) divenne un tormentone prima in Italia e poi in Europa, con dischi d’oro e di platino insieme all’astronave-madre Rosso relativo in Germania, Francia, Svizzera, Spagna, Turchia, Sud America; numeri direi insensati per un esordiente con poco internet e zero talent, tanto più in una scena che a stento raggiungeva le Dolomiti.

E invece. Merito di un suono contemporaneo e personale, che senza scopiazzare guardava a Justin Timberlake, tirava al passo dell’Europa e dell’America e quindi in anticipo – ed è un merito – sul nostro mercato, lasciando un solco profondo per un R&B moderno, per tanti. E neanche invecchiato. Farsi un giro su Xdono o su cugini tipo Imbranato per ritrovarsi vicini a Mahmood e soci; ma ci arriviamo. Intanto però un indizio: Ferro aveva trovato la chiave per contaminarsi, per mettersi al passo coi tempi. Perché non è che qui l’R&B non fosse mai arrivato, né che i risultati fossero stati scadenti: alcuni grandi cercatori di suoni, su tutti Lucio Battisti, lo avevano già importato nei ’70, mentre a Napoli – fra Napoli Centrale e Pino Daniele – l’influenza si sentiva eccome, e comunque Zucchero alla fine degli ’80 aveva venduto album in tutto il pianeta sognando quell’America lì da un casolare in Emilia (e poi trovandola per davvero).

Però, appunto, si era giunti a un empasse, a una zona grigia che Tiziano colorò portando il genere nel 2000 prima di tutti, prima anche del Neffa post rap (Io e la mia signorina è sempre del 2001, ma l’impatto è minore), garantendo oltretutto respiro ambizioso e internazionale. Alla devozione per i cantautori di rito, infatti, l’artista di Latina aggiungeva gli studi e la passione per la black music, per il gospel, nuotando verso un soul bianco abbastanza lontano dal teen pop che pure ci si poteva aspettare, e che soprattutto risentiva dell’hip hop e delle sue metriche. Suona famigliare? Chiaro: l’esperienza da corista nei Sottotono nel 1999 col senno di poi sarebbe stata segnata da tutti come fondamentale; ma il suo talento resta l’aver capito come tirasse (e avrebbe tirato, ché oggi pop e rap sembrano indivisibili) il vento, metterci del proprio, scrivere – hai detto niente – un brano con la killer instinct tipo Xdono. E scommetterci su.

Per cui è anche grazie a lui se ora l’R&B in Italia è risorto e adesso vive la sua età dell’oro. Non ci sbilanciamo a dire che Ferro sia padre dei nuovi né che i suoi numeri di vent’anni fa abbiano legittimato il loro percorso, per quanto i punti di convergenza con un Mahmood – la ricerca del pop per tutti flirtando con l’hip hop, un certo intimismo da autoanalisi nei testi – siano evidenti. Però si tratta di uno che ha aggiornato il genere qui in base a ciò che succedeva nel resto del mondo, insomma uno che con la sua influenza ha gettato le fondamenta su cui gli altri si sono sbizzarriti. Un antesignano per tanti, da chi ha cercato un ibrido con l’it-pop in scia Anderson .Paak (Frah Quintale) a chi tipo Ghemon guarda al soul bianco, da un Mace che è architetto di tutto questo sound a internazionalisti come Venerus, Davide Shorty e la faccia progressive della faccenda, fino ai vari Ghali ed Ernia. Tutti, in un certo senso, gli devono questo avvicinamento garbato fra rap e pop, questa voglia d’America e di un R&B che oggi per molti versi risente ancora di tutto ciò.

Poi, certo, ci sono affinità e divergenze com’è logico che sia. Nel 2001 la produzione di Xdono affidata a Michele Canova – in cabina di regia coi big del nostro pop fino all’ultimo ricambio generazionale, lì alle prime armi perlomeno in contesti tanto grandi – giocava di sottrazione e sintesi proprio come fanno accentuando quelle di Charlie Charles e soci, oltre che con elementi hip hop sdoganati ma allora difficili da trovare in radio. Al contrario però, se si esclude qualche passaggio ruvido i testi non risentivano ancora del rap o di una strada che non appartiene al suo autore (e, viene da dire, per questo risultano autentici), ma tengono a mente una semplicità di fondo prima ancora che la canzone d’autore, pur non perdendosi nel qualunquismo da classifica. Allargando lo sguardo sul disco di debutto: filtrati da decine di effetti ermetici ci sono l’adolescenza difficile segnata da bulimia e bullismo, la ricerca di un’identità, le fragilità post adolescenziali. E persino le melodie suonano made in USA molto più di quelle in voga oggi fra i nuovi, affezionate alla tradizione italiana.

Per cui il primo Ferro non era urban tricolore ante litteram né street pop in anticipo sui tempi, ma R&B con le morbidezze del pop come sfondo e contaminazioni con l’hip hop, come poi ora è d’obbligo dentro e fuori i confini del genere. Ed è soprattutto anticamera di un panorama che oggi si presenta ricco, vario, felicemente liquido. Se infatti all’epoca sembrava assurdo che un italiano così suonasse credibile oltre i confini, nel 2021 non è una follia vedere Venerus e Mace disegnare i propri lavori come potessero essere ascoltati in tutto il mondo. Tenendo a mente, soprattutto, che ora una scena che li contiene tutti c’è. Ricca, varia, di livello. Là dove invece vent’anni fa c’era solo una popstar esordiente, a cui in tanti oggi devono dire grazie.

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