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«Sdolcinati e insipidi»: la stroncatura di ‘Atom Heart Mother’ dei Pink Floyd


La suite che cancella il talento collettivo del gruppo, ‘If’ e ‘Fat Old Sun’ come esempi del peggio del folk, l’imitazione degli impressionisti. Ecco come Rolling Stone recensiva l’album nel 1970

I Pink Floyd nel 1970

Foto: Michael Ochs Archives/Getty Images

La recensione che state per leggere è stata pubblicata su Rolling Stone il 10 dicembre 1970.

Una volta i Pink Floyd erano strani, persino assurdi. Il loro lavoro sul lato elettronico del rock è più avanzato di quanto gli venga riconosciuto. L’utilizzo di una terza sorgente sonora posizionata alle spalle anticipava la quadrifonia. E la loro musica magari non era memorabile, ma spingeva al limite la sperimentazione.

Quando ragiona in termini elettronici, la maggior parte dei gruppi pensa solo a feedback fastidiosi. I Pink Floyd usavano invece suoni che nessuno aveva mai pensato e riuscivano pure a renderli poetici. Il loro ultimo album Ummagumma era un po’ prolisso, ma conteneva il loro meglio.

Atom Heart Mother è un viaggio a ritroso nel secolo scorso e dissipa il talento del gruppo, che pure è considerevole. Sul lato A c’è una suite, quasi una sinfonia. È piena di cose. Ci sono elementi orchestrali e un coro. La cosa migliore che si può dire è che è frutto di un lavoro artigianale e che, nonostante sia divisa in molte parti, ha un’identità. Ma è tutto qui. In realtà è il racconto impressionista orchestrale di una mattina (almeno credo) che include elementi rock. In quanto impressionista, a volte è efficace, ma resta sempre su un livello imitativo. L’inizio ricorda l’alba ed effettivamente ci sono suoni che dipingono immagini. Nel complesso, però, è dannatamente sdolcinata e un po’ insipida.

La copertina di ‘Atom Heart Mother’

Il lato b è peggio. If è pessimo folk inglese. È leggera e sciocca. Idem Fat Old Sun. L’unico pezzo che si salva, e solo in parte, è l’ultimo, Alan’s Psychedelic Breakfast. Si salva non per la musica, ma per i suoni ambientali di una colazione. L’ho ascoltata in cuffia. È così tridimensionale e realistica che ho dovuto togliere le cuffie e controllare che in casa non ci fosse nessuno. Stentavo a credere che quei suoni fossero parte del brano. Una volta superato lo shock, però, il pezzo svela la sua natura di mélange priva di sostanza come il resto del disco.

Se i Pink Floyd erano alla ricerca di nuove dimensioni, non le hanno trovate. Provate di nuovo con l’assurdo, Pink Floyd.

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