But Here We Are girava attorno al lutto dei Foo Fighters, che un anno prima avevano perso Taylor Hawkins. “Qualcuno ha detto che non vedrò mai più il tuo volto, una parte di me non riesce proprio a crederci”, cantava Dave Grohl in Under You. Ascoltare quel disco fatto da una band che è andata avanti nonostante tutto, una band che ha fatto musica per una trentina d’anni mantenendo un equilibrio mentale sorprendente, era dal punto di vista emotivo l’esperienza più intensa che si potesse fare ascoltando la loro discografia. Fino a oggi.
Il dodicesimo album dei Foo Fighters racconta cosa è successo in seguito nel loro braccio di ferro col dolore, con lo sguardo rivolto al futuro. Se il tono di voce usato in But Here We Are era spesso riflessivo, in Your Favorite Toy il gruppo punta su una catarsi garage rock raggiunta a botte di energia: chiudersi in una stanza, alzare il volume, farsi guidare dal rumore.
In Caught in the Echo che apre il disco Grohl ripete “Do I? Do I? Do I?” con la voce distorta che assume una sfocatura vendicativa. È una domanda, eppure sembra un ordine, è l’indecisione che diventa una chiamata alle armi. Caught picchia duro, le tre chitarre si incastrano in un riffone punkeggiante che potrebbe venire da un disco dei Fugazi, con l’energia propulsiva del nuovo batterista Ilan Rubin. La tensione cresce finché i “Do I?” da sergente istruttore Grohl si trasformano in una domanda più diretta: “Chi può salvarci adesso?”. È il tema che il rocker affronta in molte canzoni del disco.
“Sono una pozzanghera per terra”, canta Grohl nella martellante Window, prima che le chitarre lascino entrare un po’ di luce e lui si illumini vedendo il volto di una persona a cui vuole bene. In Your Favorite Toy, la canzone, se la prende con le distrazioni superficiali in un vortice glam-grunge, mettendoci un pizzico di saggezza da rockstar. “Cerca di non soffocare nei lustrini” non è una frase centrale della canzone, ma ha un significato bello forte alla luce della sua storia personale. Eppure quando canta “Non è un peccato, non è una vergogna?” nel pezzo alla Black Sabbath If You Only Knew, lo fa con sarcasmo, come se l’idea di essere rallentato dal passato non fosse un’opzione, almeno non per lui.
Non significa che i fantasmi non facciano più spavento. Il pezzo più toccante del disco è Of All People, con Grohl che si imbatte in uno spacciatore che un tempo riforniva l’élite del rock. Il riff in stile punk losangelino anni ’80 ha un che di malinconico ed evoca il nichilismo di quella scena, ma anche l’orrore nel vedere quel tizio ancora in giro: “Sai che dovresti essere morto / E invece sei ancora vivo”. È un enigma morale universale: perché spesso alle persone che consideriamo malvagie non accadono cose brutte, mentre quelle buone ci lasciano troppo presto? È roba profonda pensando che stiamo parlando di un power-pop di due minuti e mezzo. La risposta al quesito arriva in Spit Shine in cui Grohl emerge dal caos di chitarre e batteria per ricordarci: “Non dimenticare, siamo fortunati se ne usciamo vivi”.
Your Favorite Toy a volte è grezzo e tagliente, a volte decisamente cupo, come nella riflessione malinconica sulla fama Child Actor o nella pessimistica e vagamente politica Amen, Caveman. Coi suoi 10 brani veloci e irresistibilmente orecchiabili, vola via in un attimo e chiede di essere ascoltato più e più volte. Canzoni che partono in modo sorprendentemente aggressivo si aprono poi in grandi ritornelli. Sono l’opera di chi crede fermamente che l’alternative rock, quello eroico, muscolare e mainstream possa salvarci dall’avanzata delle tenebre.
L’album si chiude col pezzo più forte dal punto di vista emotivo. Asking for a Friend è una dichiarazione d’intenti che parte come una power ballad e finisce per lanciarsi verso un orizzonte di speranza. “Cerco un motivo per pregare / Parole che posso usare / Per alleviare le tue preoccupazioni”, canta Grohl. Quelle parole le ha trovate proprio qui.














