La recensione di 'Utopia' di Travis Scott | Rolling Stone Italia
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‘Utopia’ di Travis Scott è un paradiso vuoto

Il rapper americano si dimostra abile nel curare produzione e featuring (tra i tanti Beyoncé, The Weeknd, Bad Bunny, James Blake), ma il problema è che ha ben poco da dire. 'Utopia' prova ad essere 'Yeezus', ma mancano i colpi di genio nei testi tipici di Kanye West

‘Utopia’ di Travis Scott è un paradiso vuoto

Travis Scott

Foto: profilo Instagram https://www.instagram.com/travisscott/

Con Astroworld, l’album del 2018, Travis Scott ha ottenuto un tale successo commerciale per cui ha potuto vendere candele, menù di McDonald’s, cerchioni di lusso e qualsiasi altra cosa gli andasse di mostrare gridando: “Questa roba spacca!”. Per il lancio di Utopia ha adottato lo stesso approccio, ma senza riuscirci del tutto. Eppure è sicuro che, anche dopo l’annullamento della sua esibizione prevista alla Piramide di Giza (il solo fatto che gli fosse stato accordato il permesso di esibirsi lì era già sorprendente in sé: non era scontato che avrebbe trovato chi lo assicurasse per tenere di nuovo uno spettacolo dopo la tragedia dell’Astroworld Festival), la prossima settimana Utopia arriverà comunque al numero uno e lo farà grazie al solo fandom, segnando una vittoria per il rap nell’eterna lotta che si consuma all’interno delle classifiche di Billboard.

A Scott bisogna riconoscere una cosa: se mai un album moderno è stato in grado di elevare un artista al rango di “brand whisperer”, quello è Astroworld (con la sua dose ben miscelata di Houston rap e interstellar trap), che tra l’altro è stato un grande successo artistico per lui. Ma diciamola tutta: Utopia non è allo stesso livello. Nessuno dei suoi brani suona immediato e coinvolgente come Sicko Mode o Stargazing. Nonostante la presenza di Beyoncé, Bon Iver, Bad Bunny e The Weeknd, non c’è nessun pezzo candidato a diventare la canzone dell’estate. K-Pop, con la partecipazione di Bad Bunny e The Weeknd sembra solo un tentativo di accaparrarsi gli ascolti in streaming della fanbase di Bad Bunny. Detto questo, però, è anche vero che il fatto che un artista non sia all’altezza delle sue produzioni migliori non è un segno automatico di fallimento.

Già il suono, in sé, fa di Utopia un disco che vale la pena ascoltare. Modern Jam sembra un tributo all’hip hop degli anni Ottanta, ma è un pezzo abbastanza raffinato, tutt’altro che un giochetto. L’armonizzazione vocale di God’s Country evoca un film dell’orrore in cui dei bambini posseduti si aggirano nelle periferie cittadine al tramonto. Fein è quel tipo di beat su cui Playboi Carti può ripetersi per 182 volte. Lost Forever è un intreccio vorticoso di blip digitali e tom che si trasforma in un abisso cavernoso su cui Westside Gunn può scatenarsi.

Westside Gunn è un artista che, come Scott, occupa un posto di rilievo nelle file degli ambasciatori del rap. In passato ha dichiarato di assemblare degli album con l’intento specifico di far risaltare i featuring, paragonandosi a un grande playmaker. A questo punto, se Scott sta abbracciando questa mentalità, allora merita un Grammy per come lo sta facendo perché quasi tutti i featuring del disco lo adombrano. Questo non vuol dire, comunque, che non ci provi. God’s Country e Telekinesis sono pezzi solidi. In Hyaena e Looove, inanella con grande slancio rime multiple e flow interessanti. Però non c’è molta sostanza. Questo, peraltro, non è un rilievo del tutto nuovo nei confronti di Scott, ma l’aspettativa di contenuti inferiori alla media non lo rende automaticamente immune alle critiche; se non volesse essere criticato per le sue barre insipide, potrebbe semplicemente produrre album compilation come fanno Metro Boomin o DJ Khaled.

Quando Scott entra dopo il suo breve verso in Topia Twins viene subito voglia di rimandare indietro il pezzo e riascoltare Rob49. Quando Future, in Telekinesis, si lamenta perché se ne sta lì a “prendere un sacco di droghe da solo in una villa / e a smanettarmi il cazzo”, si ha la sensazione che qualcuno finalmente stia descrivendo il vero nichilismo dei rich-nigga. I Know? è il classico pezzo di rigore “su una ragazza del mio harem”, ma ci sono cinque artisti nell’album (Drake, Future, 21 Savage, Young Thug e persino the Weeknd) che avrebbero potuto fare di più.

Scott dimostra una certa intraprendenza in molti terzi versi e alcuni cambi di beat, compreso uno dei migliori loop dell’anno nella parte finale di Skitzo, che sembra provenire da un mondo sotterraneo in cui Biggie e Tupac si azzuffano in una canzone. Ma purtroppo Scott si limita a lasciarci lì, in attesa degli inevitabili freestyle che presto ascolteremo sul beat, informandoci del fatto che è “d’accordo con Ye su Biden”. In Sirens fa una serie di rime con i vocaboli “detail”, “de-vail”, “he-ail”, “pee-pail”, “festie-vee-ail” e (il più sofisticato?) “festie-vee-awl”. Questa sarà anche una produzione da un milione di dollari, ma di sicuro non è un rap che vale la stessa cifra.

Utopia sui social è stato oggetto di un mare di paragoni con Yeezus. Scott ha trascorso i suoi anni di formazione musicale nell’orbita di Kanye e ha partecipato all’ideazione di Yeezus, tanto che ci si potrebbe chiedere se accostare Utopia a Yeezus non equivalga a paragonare il nuovo disco di Scott alle sue vecchie cose. Del resto l’impronta artistica di Kanye è evidente in Utopia. Lost Forever suona in maniera quasi sospetta come una base di Kanye e la texture sonora complessa dell’album è un’altra ovvia somiglianza. Ma i produttori e gli appassionati di musica si sbagliano di grosso se pensano che per eguagliare il genio di Kanye bastino un muro di suono e dei cambi di tempo. Al netto di tutte le critiche giustificate rivolte a Ye nel 2023, lui al suo top è sempre stato un paroliere irresistibile, sia che si pavoneggiasse, che si definisse un ipocrita insicuro e materialista o che parlasse di una relazione disfunzionale. Impreziosiva i suoi brani con scorci di buchi di culo sbiancati, orge ai party di Vogue e ordinazioni offensive di croissant. In New Slaves (da Yeezus), Kanye denunciava in modo chiarissimo il clima d’isteria da Illuminati del 2013, facendo anche notare che le prigioni private e “il nuovo Jim Crow” (il riferimento è al fenomeno delle incarcerazioni di massa degli afroamericani, che riporterebbero al clima pre-1960, quando negli Stari Uniti erano in vigore le cosiddette leggi Jim Crow sulla segregazione razziale, ndr) sono orrori sotto gli occhi di tutti; Travis dal canto suo risponde alle accuse di satanismo con una semplice rima: “Pensano che io sia satanico, mi ritengo un reverendo”. Non c’è paragone.

Il lato estetico attira sempre le persone verso un’opera d’arte, ma è poi la sua sostanza a determinare chi rimarrà. Utopia è un evento indirizzato ai fan più giovani che vogliono semplicemente dei pezzi nuovi di Scott da urlare mentre pogano (indossando il suo merchandising e le sue scarpe), ma ci sono altri ascoltatori che invece si aspettano che i rapper abbiano qualcosa di unico. Ciò non vuol dire che debbano essere dei fenomeni nei testi o esageratamente introspettivi, ma possono essere diretti come Rob49, spiazzanti come Young Thug, volgari come Future o anche, semplicemente, avere un modo di comunicare interessante come Playboi Carti. Invece, troppo spesso, nella musica di Scott, ci si domanda perché mai i produttori continuino a dare dei pezzoni del genere a questo ragazzo.

Dal punto di vista della produzione, Utopia è molto complesso. È simile alle stravaganze estreme di Kanye e anche a Heroes and Villains di Metro Boomin. Si potrebbe discutere molto sul numero di featuring e di co-produttori presenti nell’album, ma se riusciamo a sorbirci le premiazioni in televisione, guardando quegli acquari pieni di celebrità nella speranza di tirarci fuori almeno un meme, non possiamo certo lamentarci quando questa gente si riunisce tutta assieme e fa il proprio vero lavoro. Non c’è da stupirsi che Scott abbia rapporti con LeBron James e Kevin Durant: lui in studio di registrazione sa muoversi come un difensore di una squadra dell’NBA. Ma la realtà è che Scott, pur essendo un ottimo curatore, come rapper è solo ok. E questi due dati di fatto, in Utopia, cozzano in troppi momenti.

Traduzione da Rolling Stone US.

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