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Raye ha già fatto una piccola rivoluzione

In un mondo frastagliato da playlist la cantautrice inglese è riuscita a costruire un racconto. Nel nuovo 'This Music May Contain Hope' c'è tanta, tantissima roba. Prendere tutto o lasciare

Raye ha già fatto una piccola rivoluzione

Raye

Foto: press/Bastet Media

La storia di Raye ormai dovreste saperla, e se non è così vi facciamo un piccolo riassunto: possiamo dire sia passata dall’essere una hitmaker dietro le quinte a un’artista bloccata da una major che non le permetteva di pubblicare un album. Poi succede che ha denunciato tutto pubblicamente, ha lasciato la sua vecchia etichetta, è diventata indipendente e ha pubblicato un disco che le ha cambiato la vita: My 21st Century Blues.

Un discone che ha trasformato la sua storia personale in un successo enorme, in cui si racconta di abusi, successi e fallimenti. Solo pochi mesi fa l’abbiamo vista in concerto a Bologna e ci siamo trovati davanti a un’artista incredibile. Voce, presenza scenica, band di 21 elementi. Uno show che flirta tra il jazz club e il pop e che vi abbiamo raccontato qui.

Oggi esce This Music May Contain Hope, il suo nuovo disco, che continua perfettamente quello che abbiamo visto poche settimane fa. Partiamo dicendo che al primo ascolto non è un’opera semplice. Non è, diciamo, il disco di una popstar che ascolti in mezz’ora e magari pensi a quali ritornelli potrai usare nei tuoi prossimi reel (sob). Non è, soprattutto, un disco che fa da cornice al singolo più famoso, la hit degli ultimi mesi Where Is My Husband!.

Sono 70 minuti di montagne russe, tra big band, rnb, jazz, swing, presente e passato. Quel passato con cui gli inglesi flirtano così bene, da Amy Winehouse in giù, passando per Duffy e arrivando alle ‘nuove’ Sienna Spiro e Olivia Dean.

Ma in questo disco parlare di passato è riduttivo. Perché This Music May Contain Hope è prima di tutto un vero concept album, pronto per essere eseguito su un palco di un club fumoso ma pure a teatro. Un’Odissea personale con Ulisse che è questa ragazza londinese che ha capito che da quando racconta tutto quello che prova le cose funzionano. Mentre si ascolta questo disco nella sua interezza, la parola playlist qui è vietata, sembra davvero di vedere quello di cui l’inglese canta e parla. Le storie d’amore, la città nebbiosa, la fatica, la depressione, la rinascita, la vita.

Si legge in giro che il disco è diviso in stagioni: si parte con le parti buie, si chiude con la primavera e l’estate. La prima traccia è tutta parlata, e si chiama mica a caso Girl Under The Grey Cloud. Qui Raye spiega il contesto. Poi arriva la stupenda I Will Overcome, lo supererò, con i cori che dicono «sì, ce la farà, ce la farà». Terapia di gruppo e musical insieme.

Poi si cambia registro, Winter Woman è quasi rap. Prayin’ for warmer days to come. E quei giorni arrivano. Prima però bisogna ancora passare da Click Clack Symphony, feat. nientepopodimeno il maestro delle colonne sonore Hans Zimmer. In questo brano si parla di depressione («mangio, dormo, lavoro, ma ci deve essere qualcosa di più della semplice esistenza») fino a un outro in cui il lavoro di Zimmer trasforma la traccia in qualcosa di epico.

RAYE - Nightingale Lane. (Live at Abbey Road Studios)

Il tutto eviscerato, urlato quando serve, buttato sul piatto. Con la voce di chi padroneggia il proprio strumento in ogni registro. Sempre al primo ascolto verrebbe da dire che questo disco è una rarità dei nostri tempi, soprattutto se si parla di mainstream. E diremmo anche che se siete fan solo delle atmosfere di Where Is My Husband!, questo disco potrebbe richiedere uno sforzo decisamente maggiore. Per apprezzarlo bisogna armarsi di buone intenzioni, capire i testi, creare le immagini visive di quello che Raye canta. Io dico che sappiamo ancora farlo se ci impegniamo. Forse la roba che possiamo dire più di tutte su Raye è questa: riuscire a essere pop pur non avendo rinunciato a fare roba che proprio pop(olare) non è.

Questo è un disco pieno di roba: c’è gospel, jazz, R&B, swing, ci sono gli anni ‘50 e c’è qualcosa di tribale e qualcosa che suona anche vagamente dance (Life Boat). Una lunga colonna sonora che potrebbe spaziare da un James Bond 3.0 alla rivisitazione di un classico, un po’ come ha fatto Charli XCX con Cime Tempestose versione Elordi, o come ci auguriamo faccia Nolan con l’Odissea (sulla fiducia).

Tanta roba da mandare giù e digerire, va detto, tutto in una volta sola. Alla messa in scena si cambia scenografia cento volte, eppure c’è sempre qualcosa che lega il tutto: un approccio narrativo che ti fa venire voglia di sapere come finisce. Dentro al disco c’è Al Green (!), c’è Hans Zimmer (!!), ci sono le sue incredibili sorelle Amma e Absolutely.

Ma soprattutto, questo disco è tutto quello che la maggior parte dei dischi che escono ora non sono: liberi da dinamiche di mercato e soprattutto da quegli orrendi trend social. Raye ha capito che la sua forza è essere diversa da quello che la circonda, buttando fuori dischi ricchi, ricchissimi, a volte pure troppo, ma dischi che si rivolgono a persone che non vedono l’ora di indossare un tubino di paillettes rosse e perdersi nelle armonie dei cori o, in alternativa, semplicemente sedersi con un buon paio di cuffie e ascoltarli tutti di fila. Come si fa con i libri o con i film, e come si dovrebbe fare anche con i dischi. Ma lo sapete che siamo nel 2026, no? Quindi oggi fate una cosa rivoluzionaria per questi tempi (mi sento male solo a scriverlo): prendervi un’ora di tempo e godetevi il viaggio.

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