Rapiti dalla dolcezza hardcore di Phoebe Bridgers | Rolling Stone Italia
Musica cosmica americana

Rapiti dalla dolcezza hardcore di Phoebe Bridgers

Folk e ambient, country ed elettronica, cronache quotidiane e allucinazioni, la morte del padre e l’inizio di una storia d’amore: la recensione di ‘Lost Weekend’, il suo album migliore, più Sufjan Stevens che Boygenius

Rapiti dalla dolcezza hardcore di Phoebe Bridgers

Phoebe Bridgers

Foto: Frank Ockenfels

Ha la faccia di una che non s’è mai abbronzata in vita sua, canta di cose tristissime e lo fa in modo insolitamente sereno, scrive di vita e di morte. Va da Fallon e suona Lost Boys, la canzone dedicata ai ragazzi affetti dalla sindrome di Peter Pan, accompagnata da una band di ragazzini e il risultato un po’ fa sorridere e un po’ fa tenerezza. Torna in tv il giorno dopo e rifà il pezzo in versione acustica, meno vivace, un filo più mesto e crepuscolare, con un gruppo di musicisti anziani e incredibilmente uncool, tra cui il cantautore cult Dan Reeder. Del resto Lost Weekend è la cronaca dei giorni perduti di Phoebe Bridgers e mette assieme un inizio e una fine, la nascita di un amore e la morte del padre col quale ha avuto un rapporto tormentato pare ricompostosi almeno in parte negli ultimi anni, oltre a ricordi più o meno dolorosi e a un mantra da intonare per convincersi che il passato è passato, che “indietro non si torna” e che va bene così.

Anche in Lost Weekend, il suo disco migliore, Bridgers canta di cose tristi per tirarsene fuori e ha il talento nel trasfigurare cronache quotidiane nelle scene di un film che vedresti bene al Sundance. Canta la vita in modo mite e allo stesso tempo crudo. Ha qualcosa di struggente, ma non scade nel sentimentalismo o nel facile melodramma. Ha una dolcezza tutta sua, una dolcezza che ammette strappi e conflitti, crudeltà e sconfitte, una dolcezza hardcore.

Ha un altro talento ben dispiegato in Lost Weekend, che dimostra per chi ancora avesse dubbi che dietro al culto della persona c’è un’autrice capace: scrive stando sulla linea sottile che separa gioia e malinconia e testi frutto dell’idea, non originalissima per carità, che raccontarsi storie che fanno male alla fine fa star bene. E siccome conosce la storia della musica che fa ed è diversa da certe altre cantautrici della sua generazione – è nata nei giorni in cui Neil Young pubblicava Sleeps with Angels, fate voi i conti – imbastisce questa storia con una particolare sensibilità per la roots music raffinata e chiama a raccolta strumentisti superlativi, non solo di quello stile. Il mandolino? Chris Thile. La pedal steel? Greg Leisz. Gli arrangiamenti degli archi? Rob Moose. I fiati? CJ Camerieri. Le voci? Caroline Shaw. Sono tra i migliori, roba da cultori.

Allo stesso tempo, ambienta le canzoni in un mondo sonoro quasi irreale con intermezzi ambient, paesaggi elettronici, allucinazioni sonore come la coda strumentale della title track presa da Notjustmoreidlechatter di Paul Lansky, col risultato che Lost Weekend fa più Sufjan Stevens che Boygenius. È una specie di nuova musica cosmica americana, con la complicità dei co-produttori Tony Berg, Ethan Gruska, Jack Antonoff e un piccolo aiuto da parte di Alex G.

Phoebe Bridgers: Lost Boys | The Tonight Show Starring Jimmy Fallon

In Lost Weekend, come i Giorni perduti del film del 1945 di Billy Wilder e come il periodo scapigliato che John Lennon ha passato a Los Angeles lontano da Yoko Ono, Bridgers sa essere leggiadra e quasi fanciullesca (The Governors Waltz, con un arrangiamento vocale dell’altro mondo) oppure pensosissima (la reprise di Lost Weekend) o ancora usa il vocoder come se stesse osservando una scena della sua vita dall’esterno (The Outside). Mette pezzi che sembrano galleggiare a mezz’aria (Kill Me), ma anche folk-rock cantabili al primo ascolto (Haunted). Canta l’amore in un pezzo gloriosamente rock (Bobby) e subito dopo mette assieme i ricordi mesti di Lost Weekend, una delle melodie meglio riuscite, con elementi di The Last Great Washington State di Damien Jurado, altro nome di culto del cantautorato americano.

Il tono di queste canzoni, che sembrano ora pensieri in libertà, ora ricordi e ora confessioni di vulnerabilità emotiva, non è poi lontano da quello di Punisher. Cambiano semmai i timbri, più pieni, più ricchi, il gusto melodico più rotondo e a tratti quasi pop, la fantasia sonora più sbrigliata. Il carattere morbido di molte interpretazioni potrebbe scoraggiare qualcuno, ma si poteva dire lo stesso di Punisher e Stranger in the Alps, e comunque brutte canzoni qua dentro non ci sono.

Cinque, sei anni fa, quando Punisher è diventato uno dei simboli musicali del periodo della pandemia, un canto di solitudine personale in un periodo di solitudine globale, Phoebe Bridgers era la grande speranza del folk americano. Oggi è una che può dettare la linea passando con nonchalance dal massimo del mainstream al massimo dell’underground, dal duetto con Taylor Swift alla suonatina in tv con Dan Reeder e amici. È adiacente a vari mondi, non appartiene ad alcuno. E questo disco-mondo ne rafforzerà giustamente il culto.

Californiana della middle class di Pasadena, è una progressista che sta facendo capire di avere un’idea per certi versi rétro della musica. Non tanto stilisticamente, perché Lost Weekend non è certo l’album della nostalgica di un’epoca che non ha vissuto, non è uno di quei dischi risaputi che piacciono ai tradizionalisti proprio perché sono rassicuranti. È un filo rétro dal punto di vista della fruizione della musica e dell’effetto che va cercando. Ha già presentato dal vivo qualche pezzo nuovo in concerti in cui lei, Millennial quasi Gen Z, ha fatto chiudere i cellulari nelle custodie Yondr, pregando il pubblico di non raccontare al mondo le nuove canzoni. Non è solo per non rovinare l’effetto sorpresa in vista dell’uscita del disco il 14 agosto, ma anche per far sì che la musica torni ad essere un’esperienza separata dalla vita digitale almeno nel momento in cui ha luogo. E difatti saranno phone free anche i concerti che farà in autunno, Europa compresa, Italia esclusa.

Una cinquantina d’anni fa, complice Tom Wolfe, si cominciò a parlare a volte con dispiacere di Me Generation a proposito dei cantautori che scrivevano più di sé che del mondo, più di cose personali che politiche. Erano giganti, beninteso, e scrivevano canzoni che ancora oggi ascoltiamo. Phoebe Bridgers fa parte di una generazione di cantautori, specialmente cantautrici, ancora più ripiegata su sé stessa, una Me Me Me Generation che concepisce la canzone anzitutto  in chiave diaristica, ed è particolarmente vero in Lost Weekend, resoconto romanzato degli anni di vita più recenti di Bridgers. La sua forza è dire molto, ma non svelare tutto, scrivere canzoni sospese tra il racconto dettagliato della realtà, il viaggio nel subconscio e il sogno ad occhi aperti.

I punti di sovrapposizione tra autore e opera sono oramai oggetto di un scrutinio online che può diventare sia divertente che soffocante. Dylaniani a parte, non è mai stato fondamentale sapere chi era di preciso la Girl from the North Country per apprezzare la canzone, impararla a memoria, farla propria. Non sapevamo se la Sandy di quel 4 luglio a Asbury Park esistitesse così come Bruce Springsteen la cantava, ma poco ci importava. Oggi urge conoscere tutto, nomi e cognomi, subito. E quindi è inevitabile chiedersi se il tizio che in Lost Boys perde la testa davanti a un microfono Shure SM57 sia Conor Oberst. Il matrimonio che non s’è più fatto di Lost Weekend, la canzone, sarà mica quello con Paul Mescal? Bobby è Bo Burnham? Still Standing è un dramma ambientato nella casa di famiglia quando la cantante era piccola e il padre era, pare, fuori controllo? Che storia c’è dietro al “giorno in cui ho creato il mondo”, incipit di Other Plans? Lei almeno per ora non parla, io non ho risposte e va bene così. Il culto dell’artista non dovrebbe mai superare il culto della canzone.