Prendetevi mezz’ora per ascoltare ‘American Stories’ di Rostam | Rolling Stone Italia
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Prendetevi mezz’ora per ascoltare ‘American Stories’ di Rostam

Il produttore ed ex Vampire Weekend ha pubblicato un disco in cui mescola radici americane e iraniane. Non è world music, è folk con un sottotesto politico perfetto per quest’epoca in cui i confini fra i generi si sono dissolti

Prendetevi mezz’ora per ascoltare ‘American Stories’ di Rostam

Rostam

Foto: Matthew Weinberger

Da quando ha fondato i Vampire Weekend una ventina d’anni fa e ha prodotto i loro primi tre album, Rostam Batmanglij si è ritagliato un ruolo unico nel pop: autore raffinato, produttore visionario, figura capace di muoversi tra mondi diversi senza mai perdere del tutto l’impronta colta e sofisticata della band d’origine. Quando poi, negli anni ’10, pop e R&B si sono fatti più arty e l’indie si è avvicinato progressivamente al mainstream, uno degli artefici di questo cambiamento è stato lui, contribuendo a dischi ormai considerati classici contemporanei come Blonde di Frank Ocean, A Seat at the Table di Solange, Women in Music Pt. III delle Haim.

In un pezzo di Rostam ci puoi sentire l’hip hop contemporaneo, ma pure la musica da camera e anche sonorità legate alle sue origini iraniane, il tutto perfettamente al passo con ciò che in quel dato momento sta accadendo sulla frontiera più avanzata della musica americana. In un’altra epoca una traiettoria del genere sarebbe sembrata assurda, come se Peter Buck dei R.E.M. dopo Fables of the Reconstruction avesse deciso di produrre Whitney Houston invece dei Feelies. In quest’epoca in cui i confini tra i generi si sono ormai dissolti, il percorso di Rostam appare invece naturale, e sempre impressionante.

Rostam - 'Like A Spark' (Visualizer)

Nei dischi solisti Rostam ha messo a punto una forma di bedroom pop ambiziosa e difficile da catalogare, è musica sognante, per certi versi barocca e allo stesso tempo ariosa, con testi in cui sembra sfiorare intuizioni e rivelazioni senza mai afferrarle del tutto. Il terzo album American Stories è sia ambizioso, sia umano, caldo, alla mano. Per rendersi conto del livello di conoscenza musicale di Rostam basta ascoltare il pezzo che lo apre e che si intitola Like a Spark: è come se Astral Weeks fosse stato prodotto in una dimensione parallela in cui Van Morrison è influenzato dalla musica mediorientale nello stesso modo in cui George Harrison è stato influenzato da quella indiana. Rostam suona pianoforte, mandolino, celesta, Minimoog, Mellotron e altri strumenti prima di cedere il finale a un assolo di saz, strumento lo tradizionale a corde turco.

Back of a Truck sta invece dalle parti del folk-rock californiano più luminoso, con bei colpi di rullante che sembrano arrivare da un disco anni ’80 dei Cameo, mentre sitar e steel guitar entrano nel breakdown spingendo la melodia verso una specie di line dance psichedelica. C’è anche del country nella bellissima Different Light, mentre in Hardy gli archi si accendono come synth da discoteca sopra un beat turbolento, con Clairo ospite alla voce.

Rostam - 'Back of a Truck' (Official Music Video)

Tutte e nove le tracce di American Stories sono piene di dettagli sonori, intuizioni melodiche, piccoli abbellimenti che catturano l’attenzione. Ma non stiamo parlando del tipico caso del produttore di talento che usa il disco per far vedere quant’è bravo in studio. Nella seconda metà le canzoni diventano meno appariscenti e più riflessive e nei testi si intrecciano pensieri sulla mezza età e considerazioni più universali. “La strada per la morte / è quella che abbiamo imboccato tutti”, canta Rostam in The Road to Death, una ballata il cui sguardo rassegnato sulla mortalità ricorda Bob Dylan e Leonard Cohen. To Feel No Way, col suo andamento morbido e malinconico da ballata cool jazz, segue il musicista mentre vaga da solo per New York per poi ritrovarsi seduto a un tavolino su Orchard Street, assaporando la strana libertà che dà la solitudine. Forgive Is to Know parte invece da un viaggio in auto nel New England carico di emozioni e, strada facendo, si apre lentamente accumulando bellezza e consapevolezza.

C’è ovviamente anche un sottotesto politico nelle canzoni di un album che si intitola American Stories e che in questo momento storico è firmato da un artista di origini iraniane. È improbabile che Rostam stesse pensando alla guerra quando l’ha scritta, eppure la canzone più intensa del disco, ovvero Come Apart, una folk song delicata e ammantata da un senso di lutto, è una piccola luce di speranza in tempi devastanti. Rostam canta di ulivi bruciati che hanno radici troppo profonde per essere estirpate e di ragazzi abbastanza intelligenti da non credere alle bugie dei genitori. “So che il mondo crollerà / Spero che il dolore finisca”, ripete in una miscela di fatalismo e resistenza. La ballata finale, The Weight, è per metà inno di protesta progressista e per l’altra metà racconto di formazione. Sono canzoni talmente forti che avrebbero potuto tranquillamente finire nel repertorio di una delle superstar con cui Rostam collabora. Ma va bene così, funzionano meglio come capitoli della sua storia personale.

Rostam - 'Come Apart' (NYC Lyric Video)

Da Rolling Stone US.