‘Perfecth’ dei Queens of the Stone Age, lo strano spettacolo di una canaglia che canta d’amore | Rolling Stone Italia
Post Rock Depression

‘Perfecth’, lo strano spettacolo di una canaglia che canta d’amore

La recensione del nuovo dei Queens of the Stone Age, un album-mixtape in cui Josh Homme mette le sue canzoni più personali e cambia musica. Cosa non si farebbe per ingannare il diavolo

‘Perfecth’, lo strano spettacolo di una canaglia che canta d’amore

Josh Homme dei Queens of the Stone Age

Foto: Giuseppe Craca per Rolling Stone Italia

È l’incrocio più pericoloso del rock, altroché crossroad tra la Route 61 e la 49 dove Robert Johnson avrebbe venduto l’anima al diavolo. Parlo del bivio che si trovano di fronte le band in circolazione da una vita, con poche eccezioni: da una parte c’è la placida strada della ripetizione, dall’altra la via tortuosa dell’innovazione. Se vai di là diventi noioso e prevedibile, se va di qua rischi di scrivere dischi minori di cui ti pentirai, per poi tornare a fare quel che hai sempre fatto, magari spacciandolo come un ispiratissimo ritorno alle origini. In tutti i casi, sei a un passo dalla fine. È lì che incontri il diavolo.

È l’incrocio dove stanno da un po’ i Queens of the Stone Age. Li amiamo alla follia, ma siamo oggettivi, è da un po’ che non fanno un disco esplosivo, memorabile. La cosa migliore che hanno fatto negli ultimi anni è forse l’Alive in the Catacombs Tour che l’anno scorso è passato anche da Milano, un concerto a volumi contenuti per rock band, piccola orchestra da camera e fantasmi, non un’esibizione unplugged tradizionale, ma la messinscena teatrale della discesa nell’inferno della mente.

Perfecth è il modo con cui Josh Homme e i Queens of the Stone Age cercano di ingannare il diavolo con un disco-mixtape registrato in giro per l’America senza intenzione alcuna di farne un concept, anche se un filo conduttore c’è, ma ha a che fare coi testi, non con la musica. Sono dei Queens a basso voltaggio, è un album figlio in parte dell’esperienza Alive in the Catacombs. I Queens non puntano tutto sui ritmi meccanici e l’impatto elettrico che li ha resi grandi. Forse per la prima volta danno l’impressione di essere rilassati, una cosa inusuale per una banda di musicisti specializzati in alta tensione. Questa volta non senti un loro album e pensi che ti taglierebbero la gola. Per una volta pensi che potresti farti una bevuta con loro.

La brutalità di In Times New Roman… è almeno per ora un ricordo. Pro: è un cambiamento che ci voleva. Contro: a tratti pare quasi di sentire un gruppo perbene. Ci sono canzoni che definirei serene, che è quasi una bestemmia parlando dei Queens, come la ballata quasi acustica From the Cliff ed Easy Street con la seconda voce di Nikki Lane che sarebbe un po’ la Wanda Jackson di Homme, un pezzo melodico nonostante il testo (due passaggi fra i tanti: “O stai zitta e mi scopi oppure stai zitta e te ne vai”, “Bere non serve a nulla, ma di sicuro ti impedisce di accettare aiuto”) e quella parte di E Bow che lo porta altrove. C’è il dramma di Mono con un quartetto d’archi che sembra un’orchestra di assassini e un bel passaggio tra mono e stereo. E c’è Insignificant Other sulle psicoballe di una ex, col caratteristico intreccio delle chitarre sui due canali, una piccola goduria ma con meno veemenza del solito. Qualche riffone brutale c’è, è evidente, e quello di Where the Goth Girls At? potrebbe venire da uno qualunque degli ultimi album dei Queens, tagliato con l’accetta, accompagnato da un contrappunto di distorsioni, è di quelli che fanno venire voglia di alzare il volume.

Alla sensazione che questo sia un disco-mixtape concorre, oltre alla varietà stilistica, il fatto che molte canzoni sono state scritte in un altro tempo, alcune addirittura nel 2021, nel pieno della crisi sentimentale di Homme. Quando hanno iniziato a lavorare a It’s Only Love, che apre l’album con lo sferragliare dei treni vicino ai binari dei Sound City Studios a Van Nuys, Los Angeles, e con un’immersione verticale nello spirito più cupo dell’album, Mark Lanegan era ancora vivo e l’avrebbe cantata volentieri lui, si capisce bene il perché. Insignificant Other viene dalla coda delle session dell’album precedente. Sunday è la cover del pezzo scritto con Iggy Pop per Post Pop Depression, dieci anni fa, e non credo di essere l’unico che ci sente dentro un po’ di Bowie oltre che naturalmente di Iggy, e insomma è un po’ la loro China Girl come idea, se non fosse che specie nell’attacco Jon Theodore e Michael Schiuman sembrano Chris Frantz e Tina Weymouth. Il finalone di Run Away from the Mob risale alle session di …Like Clockwork e alla batteria c’è Dave Grohl. In quanto al titolo Perfecth, è una bella furbata, un modo per rivendicare l’imperfezione non solo della vita, ma anche di queste canzoni che sembrano registrate dal vivo, anche se c’è un bell’armamentario di strumenti tra marimba, fiati, archi, tastiere e chitarre d’ogni tipo. A me sta bene: meglio questo che un’altra raccolta di riffoni robotici e cattivi, sì, ma non particolarmente ispirati. Qua se non altro le canzoni ci sono e più di una.

Quest’aria di disincanto, queste chitarre acustiche al posto di quelle elettriche, questo cantare senza cattiveria né sforzo s’abbina a testi personali a tal punto da far sembrare Perfecth quasi un disco “by Josh Homme performed by Queens of the Stone Age”, per citare la dicitura di un vecchio album dei Pink Floyd. È lo strano spettacolo di una canaglia che parla d’amore, di un rocker ultramacho che sente il morso della solitudine. Homme canta che “è solo amore questo barlume di speranza a cui m’aggrappo, è solo amore questa corda unta a cui m’appendo”. Sa che “facciamo tutti progetti finché la vita non si mette in mezzo e non ci resta più nulla”. Piazza un verso come “non mi sono mai sentito vivo quanto il giorno in cui sono quasi morto” in una canzone sulle ragazzette dark che osservava in un centro commerciale da ragazzo. “Lo ammetto, ho bisogno d’aiuto” confessa nel penultimo pezzo, riservandosi quello finale, Run Away from the Mob, per un j’accuse alla mentalità del branco. Nessuno uscirà vivo di qui, diceva quello. Nessuno esce vivo da Solar Drive, canta lui, e cioè dalla casa dove abitava con Brody Dalle.

È dunque il suo disco più personale, quello in cui Homme si spoglia di un pezzo della corazza da motherfucker e si mostra vulnerabile. Non a caso il pezzo contro la stupidità della folla l’ha pensato come una lettera a uno dei figli, buoni consigli da ascoltare quando lui non ci sarà più, tenersi cari fratello e sorella, non obbedire alle leggi di nessun gruppo, cose così. Homme non è mai stato così aperto un po’ per l’età che gli permette di scoprirsi, un po’ perché ne ha passate di cose: il divorzio da Brody Dalle con una brutta battaglia legale e mediatica sulla custodia dei figli, la morte di vari amici, la dipendenza, la violenza, il tumore. Sembra intento a fare i conti con la tanta vita che si è messo alle spalle e con la poca che gli resta, questo lo dice lui che ha 53 anni, mica 93, e non so se lo dice perché ha motivi fondati o per spavento, pessimismo o superstizione.

«A forza di sfiorare la morte ne ho pagato il prezzo», ha detto ai tipi di Rock & Folk riflettendo sui problemi di salute che ha avuto e che due anni fa hanno reso un incubo l’attività dei Queens. In Italia ne sappiamo qualcosa e a Parigi pure, visto che nelle catacombe dove la band ha registrato lo special Homme stava male e ha avuto un’illuminazione simil mistica tipo Johnny Cash nella grotta. Ora va dicendo che il tempo stringe e che i musicisti non campano a lungo. Intanto in questi 37 minuti il diavolo l’ha ingannato, poi si vedrà.