Deve sembrare facilissimo avere il papà e il nonno che fanno musica, famosissimi, e buttarsi nel magico mondo del pop. E in effetti, probabilmente, lo è. Quanti “figli di” abbiamo visto muovere i passi nelle stesse direzioni della famiglia? In tutti i campi, mica solo quando cantano.
Ora che abbiamo fatto questa conta mentale, chiedetevi: quanti dei figli di che avete visualizzato hanno partorito qualcosa di interessante? Uno l’abbiamo trovato noi, ed è Paolo Antonacci. Venerdì scorso è uscito il suo primo disco. Per chi non l’avesse capito lui è il figlio di Biagio e il nipote di Gianni Morandi. E nei suoi panni capiremmo l’ansia da prestazione. Ma ora che ci siamo tolti il dente della parentela tocca parlare del disco che Paolo Santo, questo il suo nome d’arte, ha pubblicato pochi giorni fa. E che non è niente male.
Prima di debuttare il nostro ha scritto decine delle canzoni che abbiamo canticchiato ascoltando la radio negli ultimi anni. Il sodalizio con Annalisa e col produttore Davide Simonetta ha portato alla nascita di quel piccolo capolavoro pop che è Bellissima (chi dirà il contrario verrà punito) e di molti altri successi di Nali. Ma la penna di Paolo è finita su brani di Tananai (Tango e Sesso occasionale, forse le migliori?), Geolier, Fedez ecc…
E quindi se qualcuno poteva pensare che avrebbe tirato fuori un disco di canzoni scritte “con la formula magica della canzone di successo” si dovrà ricredere. Chi ha in mente il personaggio sapeva già che la sua identità va oltre il mestiere della hit. Lo si intuisce dai primi brani pubblicati e sì, persino dal modo in cui Paolo Santo sta sui social: ironico, laterale, quasi disinteressato. E proprio per questo interessante.
Dopo aver ascoltato questo disco abbiamo avuto le conferme che volevamo. Si chiama Paolo Santo Superstar, e in copertina c’è lui in versione Gesù Pop che veglia sul mondo da una finestra sul cielo. Una sorta di dipinto ricco di simboli, come sono ricche di simboli anche le sue dichiarazioni nelle interviste. Tipo quella a Sky Tg 24, la mia preferita, in cui dice: «Sette (il numero delle canzoni del disco, ndr) è il numero della creazione e nel mio microcosmo era giusto dividere il disco in sette pezzi. Gli altri prenderanno un’altra forma in futuro. Sette è la nascita e la morte di un uomo, è scritto negli astri. Le canzoni hanno un effetto domino perché hanno senso in questo album e sono le pareti di un mondo. Il resto si vedrà». Ci avrebbe già convinto, ma ascoltando le canzoni siamo stati folgorati sulla via di Damasco, per restare in tema.
Si parla di amore, di crisi, di nostalgia, il tutto in una cornice vagamente 80’s che può ricordare un po’ il mondo di Giorgio Poi, soprattutto per quella voce sottile. Ma ci sono gli echi della sua città, Bologna, si sentono le sigarette, un probabile amore per Lucio Dalla, ma soprattutto c’è una scrittura che vi farà pensare che quello che state ascoltando è reale. Il tutto su melodie cantabili, immagini e poesia. Dopo qualche ascolto direi che questo disco potrebbe essere la colonna sonora di un’estate scanzonata, dolce e amara, un po’ nostalgica. “Mamma, che vita, you are a superstar, ma vuoi farla finita”, canta in Il grande incendio in via Rialto. Anche se la nostra traccia preferita è la penultima, in cui riesce a rendere sognante la frase “Guarda cosa ti hanno fatto, finalmente te ne accorgi che non era Gesù Cristo. Era un cazzo di zombie”.
Ascoltatelo e poi ci farete sapere. Intanto siamo felici di aver trovato un figlio d’arte capace di meritarsi davvero questa definizione.












