Non ascoltate ‘Animalerie’ di Sandri | Rolling Stone Italia
Turborealismo magico

Non ascoltate ‘Animalerie’ di Sandri

L’unico modo per salvare questo cantautore (o forse è una band?) è non contaminare il suo ecosistema, come si fa con gli animali in via d’estinzione

Non ascoltate ‘Animalerie’ di Sandri

Sandri

Foto: Marcella Magalotti

Mi sono imbattuto in Sandri per caso, come quando rientri di notte in auto e a bordo strada vedi di sfuggita un animale che non riesci a riconoscere. Sterzi per non ammazzarlo, poi però ti fermi subito per capire di che razza di bestia si trattava. Dipende un po’ da dove abiti. Per me è spesso un istrice, una volpe, un gufo, un tasso nelle serate buone. Beh quella notte era un Sandri, e l’ho subito riconosciuto. Sandri è uno scherzo della natura, un animale in via d’estinzione: l’unico modo per salvarlo è non contaminare il suo ecosistema. È tra le 516 specie animali che stanno scomparendo, il prossimo nella lista dopo il panda gigante, il piccolo tamarù e la lince iberica. Questa recensione di Animalerie, il suo ultimo album uscito oggi, è un invito a non ascoltarlo, se potete. O quanto meno ad ascoltarlo con discrezione. Perché è una specie protetta, e va preservata. A costo di non farlo mai uscire dal bosco. Questo ascolto guidato è una piccola guida su come prevenire l’estinzione di Sandri. Tredici motivi – uno per brano – per continuare a non ascoltarlo e tutelare il suo habitat creativo.

Il primo motivo per non iniziare proprio adesso ad ascoltare Sandri – salvandolo – è che è un progetto tutt’altro che nuovo. Ha già fatto uscire un album, Opet, e due EP: Esposizioni e Divertimenti. Se sentite parlare di lui solo adesso, un motivo ci sarà, oppure no? Tanto vale non iniziare nemmeno.

Il secondo motivo è che canta e suona la chitarra, ma in realtà è un contrabbassista classico. È di Cesena, ha bazzicato le orchestre, ha un gruppo con cui non suona più ma tecnicamente non si è mai sciolto. Parla con forte accento romagnolo, e – soprattutto – è stato finalista di Musicultura nel 2022. Ma non ha vinto.

Il terzo è che Animalerie è un disco che non si capisce se è cantautorale, o se vuole decostruire la forma canzone. Un’alternanza insopportabile che finisce per togliere ancora più riferimenti rispetto ai progetti che fanno della decostruzione della forma canzone il proprio unico credo. E poi Sandri raggruppa 13 canzoni, ci tiene dentro troppe cose, troppo diverse tra loro, e lo fa in una maniera discreta e naturale. Con grazia. O è un ladro, o e un genio. Riesce a tenere assieme in maniera esplicita, ma con dell’equilibrio e la necessaria cura la tradizione cantautorale nostrana più squisitamente classica, con i migliori songwriter italiani degli ultimi quindici anni. Lucio Dalla (in Notte dell’abbaiare di un cane) incontra Andrea Laszlo de Simone (Longiana e Animalerie). Alberto Ferrari (in Neanche il tempo di una reclame pt. 2) è in coda a Francesco De Gregori (in Nina). Lo fa in maniera totalmente sincera e con una postura punk, un po’ alla Ivan Graziani, un po’ alla Freak Antoni. È una grande tavolata sul lungomare in riviera, ognuno ha portato qualcosa e Sandri ha fatto da mangiare, in un sogno felliniano. Non a caso, sia il lato A che il lato B del vinile si aprono con una ninnananna. La prima è una canta, una ninnananna in romagnolo. La seconda è una nenia noire e alcolica, che apre il secondo tempo dello spettacolo di circo alla festa patronale. Ecco i saltimbanchi, i trapezisti, Nino Rota, e si entra nella fase r.e.m. con il lato B, senza bisogno di melatonina. Si chiude il tendone, chi è dentro è dentro, e buonanotte ai sognatori.

Il quarto motivo per cui non ascoltare il nuovo disco di Sandri, allontanando la sua estinzione, è che esce di venerdì 17. Il numero delle tracce contenute nell’LP ve l’ho già detto. Vedete un po’ voi.

Il quinto è che Sandri è il progetto solista di Michele Alessandri, ma anche una band. Perché sono cinque teste in studio, che partecipano al processo. Andrea Cola (Sunday Morning e Do Not Cry for the Country Boy), produttore e chitarrista scalzo. Jacopo Casadei al basso, ai pennelli, e qua e là alla scrittura. Simone Bartoletti Stella, al jazz e alle percussioni. E Dino Bellardi, alle emozioni forti. Nell’ultimo lavoro, ai pianoforti, anche le mani accurate di Arturo Zanaica. Collaborano con Michele per motivi diversi, ma principalmente perché – raccontano – è un progetto che fa convergere. La sua poetica, la sua capacità di creare per immagini, e il suo timbro, diventano centro gravitazionale: ma il resto è lì, in pasta a tutti, e ci si riesce a lavorare orizzontalmente nonostante la forza centripeta, per alimentare «una scintilla che hanno riconosciuto nella scena». Spiega Jacopo: «È un cantautore con l’approccio da bassista. Non ha paura di provare, di rimettere in discussione, di stravolgere, a secondo del sentire degli altri componenti. Turnista è una parola maledetta: siamo una band con una grande penna». Tutta la musica di Sandri è stata registrata in presa diretta al StoneBridge Studio di Andrea, nelle campagne cesenate.

Il sesto motivo per non ascoltare Sandri e salvarlo è che, a discapito della band, del vestito, della decostruzione, è cantautore vero, che sa catturarti in un mondo – sogno, immaginario, universo – da cui poi non è piacevole dover uscire. Il suo turbo-realismo magico del particolare – la zolla di terra che vede tutte le mattine, e non potendo fotografarne la lucentezza, ne fa una canzone – ha la capacità di assolutizzarsi. La sua poetica rurale ed esistenziale – taglio autoriale, si parte da uno spaccato di terra e di vita, l’io narrante, la dimensione collettiva che si fa personale – è manifesto dei suoi anni, della sua generazione-soglia, che è anche la mia, a cavallo tra Millennial e Gen Z. Socializzata con aspettative ancora tradizionali, attraversata dal rifiuto delle stesse, e forzata a fare i conti con il senso di inadeguatezza per l’assenza percepita di modelli. Idealtipi e situazioni ridondanti che diventano inventario della fine dei vent’anni, tra la routine e il grottesco. La genitorialità, l’instabilità, il lavoro, la solitudine, il bisogno di vicinanza, la paura di morire. L’indecisione tra l’avere un figlio e una fellatio. O entrambi, che poi una cosa non esclude mica l’altra.

Foto: Marcella Magalotti

Il settimo motivo per non ascoltarlo è che è un animale furtivo e notturno, e quindi pericoloso. Notte dell’abbaiare di un cane è una raccolta di pensieri crepuscolari. Taccuino del nottambulo e cartografia degli insonni. Una raccolta delle cose che succedono nella notte, ma che non si vedono. O che si danno per scontate. Accompagnate da un po’ di sana paranoia di chi è appena andato a vivere da solo: «Pensavo: ma se adesso che son qui in solitaria, stanotte, mi viene un coccolone. Se anche qualcuno se ne accorge o gli viene il dubbio, come fa a sapere che la seconda copia delle chiavi per entrare in casa e salvarmi è nel garage?».

L’ottavo motivo è che ha scritto gran parte di questo disco in due mesi, come un coniglio selvatico, in una frazione che si chiama Polenta. E l’evoluzione della specie, a discapito del luogo comune o del nome del luogo, non si basa sull’adattamento ma sulla capacità di (pro)creare musica.

Il nono motivo è che ha portato in tour un disco che non era ancora uscito. L’ha portato live Animalerie, in anteprima, in sette concerti in solo. Una prova aperta – per lui, e per noi – anche se nessuno aveva mai sentito i pezzi. «Mi serviva per entrare in confidenza con i brani, assimilarli, rimetterli a nudo come erano nati, per poi capire come lavorarli live». Ha qualcosa di peculiare Sandri: dopo un concerto di cui non conoscevi mezza canzone ti sembra di conoscerlo benissimo, a tutti i livelli, anche senza averci mai dialogato. Ascoltando quello che non c’è, ti parla in maniera brutale. Animalesco nelle movenze e nelle espressioni, nello sbattimento dei piedi e nella sagoma trapezoidale delle gambe. Una timbrica che a tratti trafigge, a tratti si rarefà. Dinamica esplosiva, va sul palco dimentica tutto e fa il pazzo. Capello arruffato sugli occhi, la faccia è coperta e non scorgi le iridi, in una condizione effettivamente liminale tra umano e bestia. Poi finisce il concerto, la ferinità si esaurisce, si tira indietro i capelli ed è Michele. Non lo riconosci più, ma lo conoscevi già. Non l’hai mai visto, ma ti è familiare. Era lui o non era lui. Dipende dalla luna?

Il decimo motivo è Miss A, rimasta demo, registrata a casa sua in una notte d’estate un po’ nudo, che si sentono i grilli dalla finestra e si suda per l’afa. «La prossimità del microfono era tale, e il gain così alto, che a fine brano si sente chiaramente lo staccarsi della mia pelle dalla chitarra classica». Un’immagine che avremmo anche evitato ai nostri lettori, ma che comunque rende bene l’idea.

L’undicesimo motivo per non ascoltarlo è che – è evidente – non sa di che parla. Cose esplose, il singolo di Animalerie, introduce il tema del primordiale. L’animale veloce e feroce. L’essere tana. La ricerca di un riparo nel selvatico. Invoca il ritorno al selvaggio, allo stato di natura, senza ricordare che il pensare filosofico è quello che distingue gli uomini dagli animali. Grida che è meglio di noi qualsiasi altro animale senza collocare questo giudizio di valore nell’antropogenesi. Descrive Ludovico come un piccolo animale volante senza rifarsi all’immensa zoopoetica di Kafka. Non è chiaro se ignori che l’immedesimazione nell’animale è la scoperta della propria alterità. Magari la pratica. Ma non lo sa. O se lo sa comunque non cita i filosofi, ed è inaccettabile. «Fermandosi un attimino, a pensare e a guardarsi intorno, ci si sente incapaci di fare un cazzo, e che non si sa nulla. Non siamo niente di niente, e spesso ce lo dimentichiamo. Conta solo il selvatico, e alla fine tornerà».

Il dodicesimo motivo per salvarlo non iniziando mai ad ascoltarlo è che è un lamentone. Nelle sue canzoni si lamenta di tutto. Del nostro tempo. Dell’insensatezza, dell’avvilimento, del disincanto. Delle istituzioni, dell’industria delle armi, dell’industria musicale, di Milano, dell’abbandono, dei governanti, della guerra. E dopo tutte le arringhe rivoluzionarie, la frustrazione, il sentimento di rinuncia a corrente alternata, gli sbrocchi, si dissolve tutto – di fronte alla distruzione e alla catastrofe – nella tenerezza di un abbraccio. O nell’immagine di un bambino che scaglia una freccia verso la luna. Il Sandri cantautore scardina il gucciniano adagio per cui si può scrivere solo se si è d’umor nero. «È la prima volta che scrivo tanto di un qualcosa che mi fa star bene. O che mi fa bene. È la prima volta che dico: non devo per forza stare male per scrivere». La frustrazione cronica, il cinismo, la rabbia antisistemica che si scioglie di fronte ai gesti semplici. Come ne Il mago e l’indiano: «Il ragazzino che ti guarda e ti parla. Ti dice vestiti come me, mettiti il costume da indiano, così non hai più paura. Ti prende per mano, e ti senti tranquillo».

Il progetto Sandri è il tipico progetto che per l’industria musicale non funziona, perché non si colloca. Non si capisce se è una band, o se è un solista. Non è chiaro se sia un cantautore o un decostruttore della forma canzone. Non è evidente se parli d’amore o di solitudine. Non si capisce nulla. Qui non volevamo spiegarlo, ma provare a raccontarlo un po’, per puro gusto di salvaguardia della biodiversità.

L’auspicio è che continui ad essere ignorato. Metti caso che poi vada in hype. Che tutti comincino ad ascoltarlo. Che inizi a fare numeri su Spotify e vada virale su TikTok. Che cambi membri della band perché li vuole più fregni e più surfisti. Che si metta a cantare in inglese. Già li vedo i prezzi dei biglietti che si inflazionano, il cachet irraggiungibile, le Lamborghini, le storie IG, il merch che si esaurisce alla prima data. Fatemi un favore: non ascoltate la musica di Michele Alessandri. Non chiamatelo a La Prima Estate, allo Spring Attitude, al MiAmi. Lasciatelo tranquillo, in campagna, nella riserva naturale, nel bioparco, a far della polenta a Polenta. Che poi finisce che si monta la testa, si sdrena e io non so più che ascoltare. Che sarebbe anche il tredicesimo motivo per cui non dovresti iniziare tu.