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Morrissey è tornato per rompervi le palle

La rabbia e l’orgoglio, il complottismo e l’estasi: ‘Make-Up Is a Lie’ è l’autoritratto imperfetto di un 66enne che si percepisce vittima, disprezza il music biz, tiene il punto. La recensione

Foto: David Mushegain/Warner

Sentite anche voi la voce appesantita dagli anni, l’eloquio un tempo vivace e ora lievemente affaticato, l’intonazione a volte calante, la sensualità svanita e irrigidita? Sentite anche la rabbia e l’orgoglio, lo sdegno morale e l’ironia, la voglia di far poesia con le canzoni, la coscienza d’essere ingombrante e forse persino il timore di diventare irrilevante? Make-Up Is a Lie è il disco di un 66enne conscio che, come suggeriva l’adorato Oscar Wilde, la vita è insieme commedia e tragedia in cui l’anima resta giovane e il corpo invecchia. Anche quest’album è commedia e tragedia e lascia in testa tante domande e una solida certezza: coi suoi testi sul voler essere testardamente se stesso e col suo bel mazzo di fiori infilato nei calzoni, Morrissey è tornato per rompervi le palle.

Non c’è bisogno d’essere stati fan degli Smiths o di conoscere bene la discografia solista per essere incuriositi da quest’album che uscirà il 6 marzo a sei anni da I Am Not a Dog on a Chain e alla fine di un periodo decisamente turbolento (tre giorni dopo Morrissey sarà al Fabrique di Milano). Ci sono state le poemiche per l’album mai pubblicato Bonfire of Teenagers e il disco-fantasma Without Music the World Dies di cui molte canzoni sono finite qui, anche se non necessariamente nella loro forma originale. E poi le dichiarazioni che vanno da quelle sardoniche a quelle scioccanti, le grida alla censura, i concerti da lui stesso cancellati e contati dai media per dire: vedete, è inaffidabile. Che lo consideriate vittima o vittimista, paladino della libertà d’espressione o maldestro arruffapopolo del rock, è possibile che Morrissey goda quando parlate di lui.

“Voglio stare alla larga da chi fissa uno schermo tutto il giorno, voglio dire la mia e non essere intrappolato dalla censura”, canta Morrissey nel pezzo che apre il disco e che s’intitola You’re Right, It’s Time. E poi: “Voglio lasciare che qualcuno mi ami, se ci riesce”. Il percepirsi vittima e il bisogno d’amore sono due facce di Make-Up Is a Lie, il disco di un uomo che tiene il punto coi mezzi che gli rimangono dopo quasi 50 anni di musica. Spesso attacca, qualche volta si scopre e per rilanciare chiama a raccolta i suoi santi laici e libertari. È anche un disco molto francese, inciso in Provenza con Joe Chiccarelli, ma dal gusto musicale anglo-americano. È solido, curato, contiene almeno tre pezzi degni di nota, cosa non scontata.

Il limite è il carattere convenzionale di alcune composizioni e, lo scrivo con rispetto per un grande autore, un paio di testi che sembrano abbozzati. Non tanto quello della title track, che resta un bel mistero che ruota attorno a una gran donna non meglio identificata e alla sua lapide, ma quello di Notre-Dame per esempio. Su una base che rimanda al pop post disco anni ’80, la canzone parla dell’incendio del 2019 che ha devastato la cattedrale parigina. “Notre-Dame, non staremo zitti, prima di fare le indagini hanno detto: non c’è niente da vedere”. Il sottotesto è: gli inquirenti hanno nascosto il carattere doloso e la matrice terrorista e islamica del rogo. Il problema è che la canzone è costruita sulla ripetizione ostinata di quattro frasi di numero. Forse la si voleva enigmatica, alla lunga rischia di diventare noiosa.

C’è più vita nelle due canzoni in cui Morrissey racconta il carattere spietato del music business da cui si tiene orgogliosamente in disparte per differenze antropologiche e da cui è emarginato poiché scarsamente glamorous, oggi più che mai. Immaginate del resto un ventenne o un trentenne che vede questo tizio in età della pensione con la camicia aperta quasi fino sulla pancia che canta cose tipo “se vuoi ammazzarti, per l’amor del cielo, ammazzati e basta”. Per forza poi si mette ad ascoltare i Fontaines DC o Charli xcx. Non è censura, sono il tempo e le mode che passano.

A proposito del music biz, in Kerching Kerching, onomatopea che imita il rumore dei registratori di cassa, l’adorazione altrui s’incarna in una donna seducente che dice a un ragazzo che fa carriera che “non sei abbastanza bravo, non sei abbastanza ricco, non sei abbastanza uomo, non sei abbastanza veloce, non sei abbastanza te stesso, non scherzi abbastanza perché semplicemente non sniffi abbastanza coca”, e intanto la sua vita privata va a puttane. Ancora meglio è The Monsters of Pig-Alley, che si apre con una parte di chitarra acustica insolitamente dolce e rilassata e riconcilia con l’autore e il suo repertorio. È un bel finale per il disco, col suo tono arreso e le sue chitarre jingle-jangle. “Hai incontrato quelli che creano le star e gli spaccaossa? E che differenza c’è tra i due?”, canta Morrissey in una canzone dov’è difficile stabilire dove finisce l’amarezza e dove inizia la dolcezza, se i mostri sono quelli che ti sfruttano o quelli che ti aspettano a casa. La cosa certa è che “più in alto vai e meno cose trovi”.

Ci sono anche eroi positivi nel disco, oltre naturalmente al modestissimo autore e al ragazzino amante della natura e degli animali della filastrocca pop-psichedelica Zoom Zoom the Little Boy, che potrebbe essere lo stesso Morrissey, chi lo sa. Gli eroi sono i protagonisti di The Night Pop Dropped e Lester Bangs. Chi sia il “pop”, il padre che se ne va lasciandoci tutti orfani è un mistero pari a quello della signora di Make-Up Is a Lie. Chi può essere così grande da andarsene e creare un vuoto nelle vite di chi resta? David Bowie? Pier Paolo Pasolini? Chiunque sia, dopo quattro minuti di funk-rock ben fatto ma di maniera ci consegna il suo lascito, ovvero “la cosa migliore che puoi fare è essere te stesso”, un insegnamento si direbbe preso alla lettera da Morrissey.

Quella a Lester Bangs non è solo una dedica affettuosa a uno dei critici più rock’n’roll della storia e un omaggio alla musica che salva da una vita schifosa, ma soprattutto l’evocazione del legame tra un americano che pubblica sul Village Voice e “questo nerd che a 3000 miglia di distanza pende dalle tue labbra”, in particolare quando Bangs scrive dei New York Dolls e dei Roxy Music, entrambi citati nella canzone. A proposito della band di Bryan Ferry e Phil Manzanera, Morrissey e i suoi riprendono Amazona e anche se è lievemente normalizzata rispetto all’originale è forse la performance musicalmente più eccitante del disco. Meno brillante il siparietto contro il matrimonio di Headache, tra accordi tenuti a lungo, sibili di chitarra, riverberi e spazzole: “Con questo mal di testa, io vi sposo e vi dichiaro morti”. Ci si aspetta qualcosa di più dall’autore di quei testi degli Smiths.

Non c’è alcunché di straordinario, ma nemmeno di indegno in Make-Up Is a Lie e in fondo si apprezza anche la decisione di non correggere come avrebbero fatto altri certe sbavature vocali. Volete musica messa “in griglia” e idoli sexy? Andate altrove, questo è il disco di uomo che si mostra com’è, uno che sente il tempo che passa e lo canta, dalla traccia numero uno in cui immagina il momento il cui un dottore gli dirà che è tempo di andarsene all’ultima in cui accenna al ritrovamento del corpo della sventurata star che ha conosciuto la fama e i suoi mostri.

C’è una lieve patina di tristezza su parte del disco. O forse è rassegnazione o accettazione, è il peso dell’esistenza che si fa sentire, sono le musiche mai spudoratamente vivaci, sono i fantasmi degli amici e dei famigliari morti. Il tempo che passa, canta Morrissey in Many Icebergs Ago, una delle migliori, lo si può misurare anche col numero di bicchieri che ti sei scolato. È la vita raccontata attraverso brevi scene ambientate nei pub, il Ten Bell, il Bow Wells, il Dundee Arms, il Green Man e così via. Sembra quasi venire dal passato questa canzone declamata più che cantata, un’eco lontana e misteriosa e folk. 

“Come ci si sente a essere te stesso?”, chiede Morrissey al fantasma di Lester Bangs. Sarebbe bello fargli la stessa domanda e sentire qualche canzone in più come Boulevard, elegante e tormentata allo stesso tempo. Il viale è il luogo a cui il protagonista si aggrappa con disperazione, il vomito in un cesso gelido dopo avere bevuto troppo, la gente che gli dice che si sta rovinando la salute (la risposta pronta è “so what”). Che ne sanno gli studenti che gli sputano addosso o quelli che passano in Lamborghini e lo vedono che cammina ubriaco fradicio e malfermo sulle gambe: lui guarda le stelle e va in estasi. Quella di Boulevard è una di quelle sere in cui viene voglia di sfregiare Kant e dire che due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuove, il cielo stellato sopra di me e l’alcol dentro di me, e vada come deve andare.

«Gli artisti esistono per disturbare la quiete», recita la frase di James Baldwin scelta da Morrissey per accogliervi quando entrate nel suo sito ufficiale. È anche il senso di Make-Up Is a Lie, un disco che forse non entrerà nelle liste dei migliori del 2026, ma che ci ricorda che i disturbatori della quiete, anche quelli con cui non siamo d’accordo, persino gli impresentabili che s’infilano mazzi di fiori nei jeans spesso sono più interessanti, se hanno talento, di chi fa musica cercando di dire e fare ogni volta la stramaledetta cosa giusta.

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