L’incubo americano di 21 Savage | Rolling Stone Italia
American Dream

L’incubo americano di 21 Savage

Il primo disco del rapper inglese dopo l’arresto nel 2019 (era negli States da quasi vent’anni senza documenti) è uno spaccato del sogno americano raccontato da chi se l’è guadagnato sulla strada

L’incubo americano di 21 Savage

21 Savage

Foto press

21 Savage è tornato dopo sei anni di assenza con il suo terzo disco ufficiale da solista: American Dream. L’album arriva dopo l’incredibile successo commerciale di Her Loss, il joint album pubblicato con Drake uscito a novembre 2022 dove però il rapper inglese aveva un ruolo sostanzialmente da comprimario rispetto al collega canadese – solo il 30% delle parole presenti nel disco sono sue, contro il 70% del collega. In American Dream, 21 si prende tutto lo spazio necessario per dimostrarci le sue qualità in un intimo affresco della sua vita cinematografica e, involontariamente, dell’America contemporanea.

La storia di 21 Savage sembra infatti una sceneggiatura hollywoodiana e non è un caso, quindi, che insieme al disco sia stato annunciato anche un omonimo biopic con protagonista Donald Glover (alias Childish Gambino) di futura uscita. E qui potrebbe sorgere la domanda: l’ennesimo biopic sulla parabola esistenziale di un rapper da criminale a star mondiale? È veramente necessario? In realtà, già soltanto ascoltando American Dream, si può comprendere quanto la figura di 21 Savage sia molto più complessa di quella del classico gangsta rapper.

Quando nel 2016 la rivista XXL Magazine lo inserisce nella sua selezione annuale di nuove promesse del rap americano, 21 Savage incarna perfettamente lo spirito della nuova scena trap di Atlanta. Un rap tanto nichilista nel contenuto quanto scarno nella forma. “Young Savage, why you trappin’ so hard?” si chiedeva da solo in No Heart, uno dei brani più riusciti dell’EP Savage Mode, primo successo commerciale in compagnia del producer Metro Boomin. 21 Savage, in effetti, trappava molto forte in tutte le molteplici accezioni di questo termine: la vita da drug dealer lo aveva infatti portato su un letto di ospedale pochi anni prima con sei colpi di pistola nel corpo a seguito di un conflitto a fuoco con una gang rivale. Il suo stile nel rap lento ma ipnotico era figlio anche dell’abuso di lean – la droga a base di sciroppo per la tosse contenente codeina o prometazina mescolato con una bibita gassata. Nel 2017, 21 Savage pubblica il suo primo disco ufficiale, Issa Album, è ospite di una delle hit internazionali di quell’anno, Rockstar di Post Malone, e collabora al joint album Without Warning con Offset e il solito Metro Boomin.

Fino a qui nulla nuovo. Poi il colpo di scena. La vita del rapper cambia radicalmente il 3 febbraio 2019 quando viene preso in custodia dalla U.S. Immigration and Customs Enforcement (ICE). Dopo l’arresto, l’ICE rivela che 21 Savage in realtà – rispetto a quanto fino a quel momento dichiarato – è un cittadino britannico che si trova illegalmente negli Stati Uniti da quando il suo visto temporaneo è scaduto nel luglio 2006. Shéyaa Bin Abraham-Joseph, così il vero nome, nasce infatti il 22 ottobre 1992 al Newham University Hospital di Londra. Figlio di due cittadini britannici di origine caraibica, all’età di 7 anni si trasferisce con la madre ad Atlanta, Georgia. Nel giugno del 2005, all’età di 12 anni, torna per l’ultima volta in Inghilterra per il funerale di un parente. Al ritorno negli Stati Uniti, varca i confini con un visto di durata annuale, rimanendo però in terra americana fino all’arresto. È solo nel febbraio 2023 che il rapper riesce ad ottenere finalmente la residenza permanente su suolo americano.

American Dream – il primo lavoro solista dopo l’arresto – ci restituisce così un 21 Savage inedito. Si tratta infatti della prima volta in cui rapper tira le somme del suo tribolato percorso di vita lasciandosi alle spalle il nichilismo allucinato di Savage Mode. Anche l’ego trip da rapper di I Am > I Was, il suo ultimo disco da solista, è totalmente assente. Così come lo è il bisogno di cercare la hit trap come in Issa Album o Savage Mode II. American Dream è un disco libero, fatto da un rapper che non è più alla ricerca di conferme che giustifichino il suo status nella scena.

“La missione è quella di sempre: che mio figlio diventi un uomo e viva libero nel suo sogno americano”, racconta Heather Joseph, madre di 21 Savage, nell’ultimo verso del brano della title track posta in apertura del disco. Questa frase apre alla domanda che anima l’intero album: come ripagare le persone che si sono sacrificate per il tuo successo? Nel corso del disco più che una sola risposta si delinea un’etica filosofica. Per il rapper la risposta risiede nelle parole pronunciate della madre. Sempre nell’introduzione del disco la donna infatti dice: “Le sfide hanno fatto parte del viaggio, quello che volevo era una seconda possibilità, l’idea di dargli le giuste opportunità mi ha aiutato a non smettere mai di andare avanti”.

La vita di strada non ti abbandona, gli amici muoiono o finiscono in carcere, le difficoltà si susseguono e diventano sempre più grandi, eppure, “never stop moving forward”, non fermarsi mai. Una risposta che può sembrare banale ma che racconta tanto del perverso rapporto tra rap e sogno americano. Verrebbe da chiedersi: come può 21 Savage che ha rischiato di essere cacciato dagli Stati Uniti all’apice del suo successo credere ancora al sogno americano? La risposta è semplice, ma allo stesso tempo molto contorta. La retorica del sogno americano non permette esitazioni: non credere più che si possa andare avanti vorrebbe dire mettere in discussione tutto ciò che si ha costruito.

Questa aspirazione etica, a tratti anche pedagogica, del disco dice molto sulla condizione – assolutamente non scontata – di rapper adulto che vive oggi 21 Savage. Coi piedi ben saldi al terreno, 21 rimane legato allo stile e al sound che ne hanno determinato il successo. In questo senso American Dream resta a tutti gli effetti un disco trap. Il lato più riflessivo dell’album è quindi ben bilanciato da altrettante tracce che ci ricordano quanto il trapper sia ancora tra i migliori nel suo campo. “Sono un gangster, non mi rimangio nulla / Non farò mai una canzone con un infame” dice in Redrum, uno dei brani più riusciti del disco. Tuttavia, anche nei pezzi apparentemente più trap, 21 Savage trova spazio per porsi delle domande scomode. In See The Real, subito dopo aver pronunciato una delle frasi più nichiliste del disco “Un altro corpo viene fatto sparire / E io non sento mi sento diverso”, nel ritornello ribatte: “I miei fratelli non vogliono niente dalla vita se non uccidere / E si chiedono perché io stia ancora con loro”. In questa frase risiede forse il senso profondo del disco. 21 Savage ora è un adulto e non può quindi non notare le contraddizioni che vive quotidianamente. Se da una parte vorrebbe essere un esempio positivo di emancipazione sociale ed economica, dall’altra si rende conto che questo vorrebbe dire abbandonare gli amici, rimanendo così bloccato a metà del guado tra l’etica che vorrebbe perseguire e la pratica da cui non si riesce ad allontanare.

Il sogno americano descritto da 21 Savage assomiglia quindi molto poco a un sogno, anzi, sembra quasi più un incubo. In Dark Days, il brano che chiude il disco, il rapper si esprime in seconda persona, come se si stesse direttamente rivolgendo all’ascoltatore: “Probabilmente hai fatto spaventare tua madre, non guardare le notizie / pronto a rischiare la tua vita e la libertà per un paio di scarpe”, dice 21 Savage raccontando uno spaccato terribile della vita di molti giovani neri in America. Poi, nello stesso brano, trova lo spazio per esprimersi su un dibattito molto acceso nella società americana, quello sull’ammissibilità all’interno dei processi delle rime dei rapper come prove di colpevolezza: “Ho sentito che arrestano per cosa dicono nelle rime / Io difendo la mia roba e scrivo ancora le mie”.

Coinvolto in un caso in cui proprio le rime sono al centro del dibattito in tribunale c’è Young Thug, uno degli ospiti più attesi del disco insieme a Burna Boy, Brent Faiyaz, Doja Cat, Summer Walker, Travis Scott, Lil Durk e Mariah the Scientist. Un parco di featuring importante e nel complesso azzeccato che dà spessore a un album che ha l’ambizione di elevarsi a classico. Da segnalare le performance di Travis Scott che in Née-nah torna (finalmente) a rappare dopo l’ubriacatura di Utopia, a Burna Boy che si mette al servizio del contesto in cui si trova proponendo uno dei migliori ritornelli del disco in Just Like Me e A Summer Walker la cui voce angelica si mescola al beat in Prove It. Unica nota stonata è Red Sky, un tentativo poco riuscito di portare 21 Savage su un terreno più pop.

E, forse, proprio questo tentativo mal riuscito di pezzo rap-pop certifica la massima secondo cui non sempre giova snaturare un artista. 21 Savage è trap e trap resterà. Ad essere cambiata o cresciuta è però la persona, molto più matura nell’affrontare difficoltà materiali, crisi evolutive e incongruenze morali. Nel bellissimo videoclip del brano Redrum, 21 Savage si riavvicina anche alla sua identità inglese cercando di fare da ponte e raccontare al pubblico americano quanto anche a Londra si vivano difficoltà simili a quelle delle metropoli statunitensi. American Dream è, insomma, un disco molto umano, una finestra su di una nuova fase della carriera di 21 Savage.

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