Definisci bambino: la recensione di ‘Help(2)’ | Rolling Stone Italia
Per le vittime di guerra

Le star di ‘Help(2)’ definiscono bambino

Trenta e passa anni dopo la prima compilation, War Child ha fatto un altro bel colpo mettendo assieme cover e inediti di Fontaines D.C., Arctic Monkeys, Damon Albarn, Cameron Winter, Olivia Rodrigo. Nel segno degli anni ’90

Le star di ‘Help(2)’ definiscono bambino

Grian Chatten dei Fontaines D.C. durante le session di ‘Help(2)’

Foto: Adama Jalloh

Help è stato un fenomeno. Era il 1995 e nella compilation pubblicata per raccogliere fondi a favore della ong War Child UK c’erano una canzone dei Radiohead che sarebbe poi finita su OK Computer, Sinéad O’Connor alle prese con Bobbie Gentry e un supergruppo improvvisato con dentro Paul McCartney, Noel Gallagher e Paul Weller. Alla fine il disco ha raccolto più di un milione e mezzo di euro per i bambini che vivevano in zone di guerra come la Bosnia.

Negli anni seguenti War Child ha cercato di ricreare la magia di quel disco pubblicando altre compilation benefiche, ma non ci si è mai avvicinata quanto con Help(2), sequel ufficiale che arriva oltre trent’anni dopo in un momento in cui raccogliere fondi per i bambini colpiti dai conflitti – ovunque, dall’Ucraina e Gaza al Sudan e alla Siria – è più che mai necessario.

Molti si avvicineranno a Help(2) attirati dai big nella track list, a partire dalla presenza sorprendente di Olivia Rodrigo alle prese con un pezzo dei Magnetic Fields (The Book of Love) e di Cameron Winter, al suo primo inedito da quando lui e i Geese sono esplosi. Help(2) riesce a ricreare la formula del disco del 1995 in modo sia tradizionale che avventuroso: mette in comunicazione generazioni diverse, si assicura la presenza di grandi band (il singolo di lancio Opening Night è la prima canzone degli Arctic Monkeys dal 2022), offre agli artisti l’occasione di rendere omaggio ai loro eroi.

HELP(2) - Album Trailer - War Child Records

Tra i momenti più entusiasmanti ci sono gli inediti di Black Country, New Road, Arlo Parks, Big Thief e Sampha. La sua Naboo è particolarmente toccante, indipendentemente dal fatto che parli o meno del pianeta di Jar Jar Binks. È notevole ascoltare artisti nel pieno delle loro carriere che esplorano nuovi suoni e nuove storie in una compilation benefica alla quale hanno a quanto pare donato anche i master. Gli scozzesi Young Fathers rubano quasi la scena con Don’t Fight the Young, un inedito con un’urgenza e un messaggio talmente giusti per la causa di War Child da diventare quasi la canzone-manifesto dell’album.

Anche le cover sono notevoli e rivelatrici. A giudicare dalla scaletta, gli autori anni ’90 vanno di moda. Oltre alla dimostrazione che Olivia Rodrigo conosce almeno una delle 69 canzoni di 69 Love Songs, c’è Beabadoobee che rilegge in modo rispettoso Say Yes di Elliott Smith. Ancora più coinvolgenti sono altre due cover di pezzi anni ’90. La Black Boys on Mopeds di Sinéad O’Connor rifatta dai Fontaines D.C. richiama in qualche modo la compilation originale, mentre Arooj Aftab e Beck mettono mano in modo sorprendente e contemporaneo a Lilac Wine nella versione di Jeff Buckley, proprio nel periodo in cui l’americano viene riscoperto.

Il risultato è un disco che, considerato il numero di artisti, ai generi e alle generazioni coinvolte, suona sorprendentemente coerente e perfettamente in linea con il messaggio. Un sequel riuscito.

Damon Albarn, Grian Chatten & Kae Tempest – Flags (Visualiser) – HELP(2)

Da Rolling Stone US.