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La cosa sorprendente di ‘Memento Mori’ è che i Depeche Mode esistono ancora

L'atmosfera cupa, tanta elettronica e poco rock, la dedica a Lanegan, il pezzo firmato Gahan-Gore, il concept: impressioni dopo il primo ascolto dell'album, forse il migliore del gruppo in questo millennio

Foto: Anton Corbijn

La cosa più sorprendente del nuovo album dei Depeche Mode (Memento Mori, in uscita venerdì 24 marzo) è che esistano ancora i Depeche Mode. La sera del 26 maggio dello scorso anno, alla notizia della morte di Andrew Fletcher, sarebbe stato lecito pensare che quell’inattesa tragedia avrebbe segnato la fine della band. Mai amici nonostante abbiano fatto parte dello stesso gruppo per più di quarant’anni, entrambi con progetti paralleli nel loro recente passato, entrambi senza più nulla da dimostrare, Martin Gore e Dave Gahan avrebbero potuto limitarsi a gestire la loro legacy, magari concedendosi un tour negli stadi. Oppure, perché no?, lo faranno anche gli U2, una ferma prolungata a Las Vegas. E invece hanno deciso di rimettere in pista la macchina Depeche Mode con 12 pezzi nuovi e un giro di concerti in tutto il mondo che parte domani da Sacramento e a luglio sarà in Italia.

«And then there were two» si leggeva in un sms che il vecchio compagno di strada Alan Wilder ha inviato a Dave Gahan all’indomani della scomparsa di Fletch. Cosa voleva dire? Era forse una sfida ad andare avanti? Come in tutta la storia Depeche Mode bisogna procedere per ipotesi, o quantomeno cercare di orientarsi con le poche certezze fornite durante le interviste. Il titolo, per esempio, su cui si è detto tutto e il contrario di tutto, era già nella testa di Martin Gore prima della morte dell’amico. Il songwriter era rimasto colpito dal fatto che i generali romani che sfilavano dopo aver vinto una guerra venissero seguiti da vicino da uno schiavo che ripeteva «ricordati che devi morire». Ma, ha spiegato, in queste parole vede da una parte un invito all’umiltà e dall’altro un’esortazione ad apprezzare il tempo che si ha a disposizione. Più un carpe diem, per restare nell’antica Roma, che un invito a considerare che la vita prima o poi finisce per tutti. “Carpe diem, quam minimum credula postero” recita la frase completa del poeta latino Orazio. Cioè: cogli l’attimo e confida il meno possibile nel futuro. È questo, probabilmente, il senso più autentico del titolo scelto dalla band per il suo quindicesimo album in studio.

Per la prima volta nella storia dei Depeche Mode, Martin Gore ha scritto dei brani assieme a qualcun altro, e questa è già di per sé una notizia, che diventa sorprendente dal momento che il co-autore di quattro pezzi (tra cui il singolo Ghosts Again) è Richard Butler, suo amico di vecchia data e cantante degli Psychedelic Furs. Pare che ci fosse proprio la voce di quest’ultimo nei demo spediti a suo tempo a Dave Gahan. Sarebbe bello ascoltarli e a dir poco curioso sarebbe stato sentire una nuova voce in un album dei Depeche Mode, ma la cosa almeno per il momento resterà un what if.

Ancora più sorprendente, forse, è ascoltare per la prima volta una canzone firmata Gahan-Gore. Wagging Tongue è uno degli episodi migliori, forse il più immediato del disco, ed è in parte stato scritto alla notizia della morte di Mark Lanegan, tanto che nel testo si parla di “un altro angelo che muore”. La melodia quasi allegra trae in inganno, e costituisce tutto sommato un episodio a se stante.

Per il resto Memento Mori è un album cupo con qualche sporadica apertura melodica, molto elettronico e molto poco rock (nei credits la chitarra compare in tre soli brani). La cosa migliore è che, ascoltandolo per intero, lo si percepisce come una riuscita opera unica, senz’altro di gran lunga il migliore album dei Depeche Mode di questo millennio. Non è un lavoro da ascoltare a spizzichi e bocconi, magari con il telefonino. Meglio, molto meglio metterlo su un impianto come Dio comanda, anche perché i suoni (James Ford ai controlli, Marta Salogni al mix) sono abbastanza boombastici. Va ascoltato nella sua interezza anche perché due dei pezzi migliori sono proprio in coda: Never Let Me Go, con i suoi accenni techno pop (l’unico richiamo ai primissimi Depeche Mode), le sue “sgommate” che trent’anni dopo ricordano quelle di I Feel You e un ritmo serratissimo; e la conclusiva Speak to Me, scritta da Gahan e da lui resa memorabile in un crescendo che rappresenta forse il picco emotivo dell’album.

Abbiamo potuto ascoltarlo una volta sola, e potremo rifarlo solo venerdì, al momento dell’uscita, ma la sensazione è che, fatte le debite proporzioni, Memento Mori possa essere accostato a Songs of Faith and Devotion grazie a una compattezza a cui la band è arrivata nonostante l’estrema varietà dei pezzi. Gli accenni gospel dell’iniziale My Cosmos Is Mine, il soul nella voce di Martin Gore e nell’arrangiamento di Soul with Me, la malinconica melodia di Ghosts Again e l’electro di My Favourite Stranger non potrebbero essere più diversi tra loro. Eppure, al termine dell’ascolto, si fa fatica a scinderli l’uno dall’altro, a separare le tessere di un sorprendente mosaico.

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